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Le Città pugliesi dove si vive meglio

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L’ANNO SCORSO LA CLASSIFICA DELLE CITTÀ PUGLIESI PIÙ VIVIBILI PARTÌ COME UN GIOCO.

Quest’anno abbiamo deciso di dare all’argomento l’importanza che merita, anche perché il lockdown che abbiamo vissuto e che speriamo di aver superato, ha indicato chiaramente che anche le nostre città, dalle più grandi alle più piccole, dovranno fare i conti con i cambiamenti imposti dalle pandemie. E così abbiamo deciso di ampliare la classifica a 70 comuni, aumentando anche il numero degli indicatori presi in considerazione per stabilire le posizioni. Per fare dei raffronti più corretti, da questa classifica generale si possono facilmente ottenere delle sotto-classifiche per i capoluoghi di provincia (li abbiamo contrassegnati in giallo, considerando Barletta, Andria e Trani come tre capoluoghi), per i comuni medi e per i centri più piccoli.

Siamo coscienti che questa classifica scatenerà qualche critica e malumori campanilistici, ma vi invitiamo a guardarla per quello che é: un tentativo di stimolare dibattiti, un incentivo per sindaci e amministrazioni locali ad uno sforzo a migliorare e migliorarsi ancora di più, affinché sia l’intera Puglia a trarre beneficio da una corretta gestione del territorio.
C’è un’altra “avvertenza” di cui i lettori devono tenere conto. Quasi sempre la percezione della bellezza e della vivibilità di un luogo sono diverse a seconda di chi lo guarda: se è un residente a giudicare la propria città, spesso metterà in risalto le problematiche irrisolte; se invece è un turista o un non residente, a finire in primo piano saranno le cose belle e che funzionano. Fatta questa precisazione, non bisogna mai dimenticare che nessuna città è perfetta, nemmeno quelle che occupano il podio della nostra classifica. Tutte sono migliorabili, ma nessun sindaco ha la bacchetta magica, anche se i cittadini impazienti pensano che si possa cambiare una città dall’oggi al domani.

I casi di Bari, Monopoli, Lecce, Locorotondo, Mesagne dimostrano invece tutt’altro: per invertire la rotta sono necessari cicli di almeno 10 anni, nei quali ci siano stabilità amministrativa, sindaci competenti, onesti e coraggiosi che non abbiano paura di sognare e che si lascino affiancare da assessori all’altezza (a volte invece, pur di primeggiare, si formano giunte imbarazzanti). Le “case-history” che raccontiamo nella prossime pagine dimostrano anche che, se gli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere sono chiari e pochi, parte del lavoro è già agevolato. Quando invece si scrivono programmi irrealizzabili e più simili a libri dei sogni, state certi che il fallimento sarà sempre dietro l’angolo.

GLI INDICATORI.
Per stilare la classifica 2020 abbiamo tenuto conto dei seguenti indicatori:
1) Stabilità amministrativa;
2) vivacità culturale e imprenditoriale;
3) presenza di infrastrutture.
4) qualità della pubblica istruzione e presenza di corsi universitari;
5) aree verdi e piste ciclabili;
6) progetti presentati e/o finanziati;
8) sicurezza e ordine pubblico;
9) qualità dei trasporti pubblici;
10) attenzione verso i disabili;
11) servizi ai turisti;
12) qualità dell’offerta della ristorazione;
13) indici della raccolta differenziata;
14) possibilità di fare shopping;
15) cura e decoro dei centri storici.

Per aprire la strada al cambiamento servono anche altri fattori non secondari: 1) una buona struttura dirigenziale, e dunque una macchina burocratica che non rallenti l’azione amministrativa; 2) una cittadinanza proattiva, che stimoli e solleciti l’azione dei sindaci, senza attendere che le cose si muovano sempre dall’alto.
Su quest’ultimo punto è bene fare una ulteriore precisazione: in nessuna città esistono cittadinanze perfette, così come in tutti i comuni resteranno i fuorilegge, quelli che continueranno a gettare rifiuti ovunque, quelli che non rispetteranno le regole di una normale convivenza civile. Ma l’esempio viene sempre da una minoranza: quando un 30% di persone decide che è giunta l’ora di cambiare, un altro 30% per cento di cittadini si accoderà. A quel punto il gioco è fatto, e le minoranze retrograde e maleducate si sentiranno messe nell’angolo, e si vergogneranno a ripetere certi comportamenti. È come nelle famiglie: l’esempio del genitore molto spesso è l’unica cosa che conta per educare al meglio i figli.

Fatte queste dovute premesse, possiamo andare a vedere cosa dice la classifica 2020. Intanto che il podio resta invariato: Bari, Monopoli, Lecce, con il capoluogo di regione che soffia la prima posizione a Monopoli, non certo per demerito di quest’ultima, quanto per l’enorme lavoro fatto dall’amministrazione Decaro in questi anni. Un lavoro di cui già si vedono i frutti, anche se molti cantieri non son stati ancora ultimati e altri progetti devono ancora partire. Bari è l’unica vera città pugliese e negli ultimi venti anni ha subito un clamoroso miglioramento su tutti i fronti: sicurezza, parchi e ciclabili, vita notturna, qualità della ristorazione, livello dell’offerta formativa, opportunità di fare business, servizi ai turisti…

Certo, i trasporti pubblici potrebbero funzionare meglio, e in alcuni quartieri periferici c’è ancora tanto da lavorare, ma è indubbio che la città oggi è un biglietto da visita che dà lustro all’intera regione.

Un altro dato che emerge, forte, sono le basse posizioni occupate dai centri del Foggiano, una provincia che continua a pagare la presenza invadente di una criminalità diffusa, “sopportata” dalla società civile e non ancora affrontata in maniera decisa dallo Stato, così come accadde in Salento agli inizi degli anni ‘90.
Continua a persistere un problema Taranto. Malgrado da anni si parli di riconversione, di nuovo corso e di ambientalizzazione, la bellissima città ionica resta nel limbo malgrado i tanti progetti in cantiere in ambito amministrativo e portuale, l’incoraggiante vivacità culturale e associativa che continua a credere in una inversione di rotta, i fondi piovuti e che piove- rano sulla città grazie allo sforzo di Regione, Stato e Unione europea.
Qui più che altrove bisognerà ricordare l’assunto che il cambiamento richiede molti anni. Soprattutto se devi fare i conti con un mostro da cui dipendono ancora oggi l’economia e la vita cittadina. Se non si rivolve il problema dell’ex Ilva Taranto non ha futuro. O quanto meno non potrà avere un futuro diverso.

Emerge infine piuttosto chiaramente dalla Top 70 che la vivibilità si annida ben volentieri nei piccoli (e medi) borghi, che dopo essere stati scoperti dai turisti stranieri sono stati riscoperti anche dai pugliesi: Locorotondo, Mesagne, Trani, Maglie, Corigliano d’Otranto, Cisternino, Monopoli sono tutti centri rinati grazie al recupero o alla valorizzazione del loro centro storico. Da lì lo sviluppo si è poi propagato anche agli altri quartieri, alle campagne circostanti, alle masserie abbandonate, ai trulli diroccati. Come già avevamo sottolineato lo scorso anno, non c’è rinascita di una città se prima non torna a battere, forte, il suo cuore pulsante. È come per noi uomini: se il cuore non funziona bene, tutto il fisico ne risen- te. Le città funzionano come il nostro corpo.
Un’ultima annotazione: le città che prosperano sono quelle aperte, sicure e ambiziose. Che guardano al futuro ma rispettano e custodiscono bene il loro passato.

Una classifica per stimolare i sindaci. E per ricordare che le città sono fatte dai cittadini

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