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Università motore dello sviluppo

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IL RETTORE DI UNISALENTO HA UN’ENERGIA CONTAGIOSA E TANTE IDEE PER FAR FARE ALL’ATENEO LECESE E A TUTTO IL TERRITORIO UN ULTERIORE SALTO DI QUALITÀ

Con i suoi 17.500 studenti e 1330 dipendenti in organico tra docenti e amministrativi, l’Università del Salento è la più importante istituzione culturale sul territorio e una delle più importanti del Mezzogiorno, sia in termini di importanza formativa che di ricerca. Da poco più di un anno il professor Fabio Pollice, docente di Geografia Economico-Politica, ne è il Magnifico Rettore.

Professore, visti i numeri vien da dire che è a capo di un’industria importante…

Non mi piace parlare di industria perché mi preoccupa la deriva produttivistica degli atenei e l’idea che debbano rispondere ad un obiettivo di ritorno economico diretto e indiretto. Le Università devono essere molto di più. Devono svolgere diverse funzioni, a me piace citarne tre: la prima è quella di faro culturale perché leggono prima le tendenze e gli orientamenti e dunque possono illuminare il percorso. Noi non determiniamo lo sviluppo del territorio ma ne indirizziamo le condizioni. La seconda è quella di essere un gateway, un dispositivo di unione tra locale e globale. Favoriamo processi di internazionalizzazione del territorio mettendo a contatto i nostri studenti con i grandi protagonisti internazionali. E trasferiamo la conoscenza prodotta altrove nel nostro territorio.

Sta disegnando un mondo senza frontiere in un mondo che invece, oggi, tende sempre più a chiudersi.

Un territorio per evolversi ha bisogno di confrontarsi con quanto accade con gli altri territori. L’Università deve sempre aprirsi all’esterno.

L’ho interrotta prima che citasse la terza funzione…

Terzo: siamo un bene comune. Un patrimonio collettivo. E mi lasci dire che l’Università del Salento lo è ancor di più visto che è nata per volontà popolare, con il contributo dei comuni del Salento, che individuarono nella cultura e nella formazione l’asse strategico di sviluppo. Siamo una common heritage. Le Università lavorano nell’interesse del territorio.

E in qualche modo lo rispecchia?

La performance competitiva di un ateneo è sempre collegata a quella del territorio. Questa è una Università ricca culturalmente ma povera economicamente. Non abbiamo una economia che sostiene l’università ma è l’ateneo che sostiene l’economia locale.

Come si può sviluppare il territorio?

Formando professionalità e competenze atte a mettere a valore le risorse territoriali. Nel turismo, per esempio. Dobbiamo rispondere alla domanda attuale, e prevedere quella potenziale. E poi dobbiamo fare formazione permanente delle persone che già operano nel mondo delle imprese. Ma in una rarefazione del sistema economico, l’obiettivo più importante è creare impresa e attrarre imprese dall’esterno. Lo stiamo facendo e siamo tra i più attivi a livello nazionale, creando spin-off. È l’università che si fa nursery. Come numero di imprese create siamo stati secondi soltanto alla Sant’Anna di Pisa. E non ci fermiamo: stiamo creando un incubatore nel settore biomedicale, il corso di laurea triennale è partito quest’anno con 180 iscritti.

Lei che è napoletano trapiantato in Puglia, come vede questa regione?

La Puglia è una regione reattiva, ha spirito levantino. Questo è un altro Mezzogiorno. Le nuove generazioni qui si fanno promotrici di uno sviluppo di cui noi non abbiamo nemmeno idea. Abbiamo il vento alle nostre spalle e dobbiamo sfruttarlo al massimo.

Come?

Istituzioni, enti e imprese devono credere in noi, e noi dobbiamo credere in loro. La fiducia è importante e deve essere reciproca se vogliamo aumentare il capitale sociale, che è la rete delle singole risorse umane. L’Università deve fare networking. Abbiamo dimenticato che la conoscenza non ha valore se non viene condivisa. Questo vale per tutti, anche per le Università. Ci sono aziende milanesi che credono in questo territorio, ma spesso sono i pugliesi a non crederci, non sono consapevoli di tutte le potenzialità che hanno. Qualcuno dice che mancano i capitali, ma non è vero. I capitali ci sono, mancano le persone che mettono insieme soldi e idee. E quale strumento migliore dell’università per fare questo, per svolgere questo ruolo di fluidificatore, che attivino la rete.

In quali settori vede opportunità di sviluppo?

Intanto dobbiamo essere il motore della sostenibilità, indicare noi su quali settori investire. E una regione come la nostra deve investire necessariamente su tre settori: i tradizionali, che sono già maturi; quelli in fase di sviluppo, come il biomedicale, e infine nei settori fortemente innovativi che non sono ancora in fase di sviluppo, dove i margini non sono ancora alti, ma l’università deve entrarci in attesa che quei settori esplodano. Dobbiamo essere già presenti per farci trovare pronti. Con il territorio stiamo cercando di individuarli, penso per esempio alla decarbonizzazione, alle energie rinnovabili. Così come stiamo pensando di fare un grande centro per il restauro.

La sua energia è contagiosa. Se ce l’avessero tutti i meridionali…

Io sono un meridionale, e la mia famiglia ha sempre pensato di vivere in un terra splendida ma mortificata. Vorrei creare una “rete di attivazione”. Voglio collaborare con gli altri rettori per portare sviluppo in questa terra. Non lavoro solo per il Salento. Lavoro per il Salento, dunque per la Puglia, dunque per il Mezzogiorno…

Dovrà dialogare con la politica. E la politica locale quasi mai è stata trainante o stimolante per la società civile. Non crede?

Molti politici non hanno lavorato nell’interesse di questa terra, ma la colpa non è loro. Non abbiamo svolto una funzione di indirizzo. Lei ricorda indicazioni su Taranto o sulla xylella? Non ci sono state. Alloora dobbiamo dare delle indicazioni noi, anche a costo di fare errori, ma dobbiamo farlo, perché siamo i produttori delle conoscenze e dunque la politica deve ascoltarci. Ma se non parliamo…

Per un napoletano non è facile staccarsi dal suo territorio. Com’è che lei è così legato a Lecce?

Nel 2002 c’erano due concorsi: Lecce e Salerno. A Salerno mi sarei dovuto confrontare con degli amici e non mi andava di farlo. Scelsi Lecce, pensavo di restare qui per qualche anno, ma moglie e figli si sono innamorati del Salento. Abbiamo comprato casa e siamo venuti a viverci. Amo la mia città natale, la mia creatività e il mio entusiasmo hanno radici napoletane, ma se fossi rimasto li non avrei avuto la determinazione e il coraggio per portare avanti le mie idee, come è accaduto qui. I salentini sono accoglienti e civili e sento di essere ancora in debito con questo territorio. Ho ancora 5 anni per pagare questo debito e farò di tutto per pagarlo.

Continuerà ad insegnare?

Si, perché è la mia vita. Lo farò sia durante che dopo il mandato di Rettore. La cosa che più mi piace è motivare i ragazzi. Far capire loro che non si va avanti a raccomandazioni. Perché ai ragazzi e alle ragazze l’intelligenza non manca, servono loro le motivazioni. Vede, questa terra ha prodotto un campione come Pietro Mennea, con un fisico improbabile ma una motivazione che gli ha fatto vincere tutto. Noi siamo potenzialmente come lui. Le competenze si acquisiscono, serve la volontà.

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