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Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

NICOLA AMENDUNI

UN NOME CHE HA FATTO LA STORIA DELL’ECONOMIA BARESE. È A CAPO DI UN GRUPPO CHE COMPRENDE ACCIAIERIE E AZIENDE MECCANICHE. HA 100 ANNI, MA OGNI GIORNO SI RECA IN AZIENDA, MATTINA E POMERIGGIO. E NON HA PERSO IL VIZIO DI FARE AFFARI E INVESTIRE…

Se volete leggere un buon libro di management, che insegni come fare impresa e conservare il fiuto per gli affari, allora cercate una copia di “Olio, acciaio e… fantasia” (Rumor Edizioni). Lo ha scritto due anni fa Nicola Amenduni, imprenditore barese, che oggi ha 100 anni e da diverso tempo vive a Vicenza, dove ha sede il quartier generale del gruppo Valbruna, le acciaierie che suo suocero gli affidò dopo aver capito che il genero, barese, la sapeva lunga. Molto lunga.

«Per me è uno dei cinque più grandi imprenditori italiani, e non solo per l’età», dice Michele Stillavati, amministratore della Amenduni spa, l’azienda fondata nel 1905 da Michele Amenduni, padre di Nicola. E se lo dice lui, che lo conosce bene, qualcosa di vero ci sarà.
Leggendo il libro si ha modo di ripercorre la storia contemporanea d’Italia: la guerra, le confische delle aziende, la liberazione, il rapporto con gli americani, il grande boom, su su fino ai giorni nostri, al sequestro dell’Ilva (in cui Amenduni aveva una piccola percentuale). Ma soprattutto, il libro è il modo migliore per conoscere aneddoti, storie mai raccontate, ed il fiuto straordinario di Amenduni per gli affari (puliti), la sua innata dote che lo ha portato svariate volte ad inventare macchinari che hanno avuto successo ed hanno rivoluzionato il settore di sua competenza (quello della produzione dell’olio di oliva) ma anche altri settori ai quali nel corso della sua lunga vita si è avvicinato.
È la storia di una grande ascesa, di una piccola caduta (quando aveva diversificato investendo sul cinema e lasciandosi investire dal mondo del jet-set romano). È la storia di un grande amore, quello con la moglie Mariuccia, di una famiglia di imprenditori pugliesi, di una terra che ha conosciuto alti e bassi ma che ha sempre dimostrato di saper stare al passo di aree più attrezzate e più ricche.
Dal 1960, purtroppo per la Puglia, Nicola Amenduni vive in Veneto dove c’è il core business del suo gruppo industriale, la produzione dell’acciaio. Per farsi un’idea, il fatturato complessivo è di circa un miliardo di euro. L’azienda di Bari, 62 12.000 metri quadrati, fattura “appena” 30 milioni, ma è l’unica del gruppo a conservare il nome del capofamiglia. Ed è anche un gioiello, che produce macchinari all’avanguardia (è così fin dalla nascita) in un ambiente che tutto sembra tranne che una immensa officina meccanica.
Amenduni l’ha affidata a buone mani: Stillavati lo ha assunto nel 1991, veniva dalle officine Calabrese (una delle tante belle storie finite male, o comunque finite). «All’epoca vendevamo esclusivamente in Italia, con fatturati molto più bassi. L’estero è stato sia una scelta strategica che una necessità: se non lo avessimo fatto forse oggi non esisteremmo più». Infatti il fatturato ė al 70% proveniente dall’estero: Grecia, Turchia, Iraq, Siria, Libano, Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna (dove c’è l’altra azienda del gruppo). «Ma vendiamo macchine anche in Australia, Cile, Argentina, Messico, Stati Uniti». Il costo medio degli impianti è di circa 250mila euro. «Accompagniamo il cliente nella progettazione e nel post vendita, per battere la concorrenza, che in questo settore è italiana o tedesca».
Tra le italiane, la Amenduni è quella con le migliori performance negli ultimi 15 anni. I dipendenti sono 80: buona parte di questi sono giovani, subentrati ai loro genitori. «Utilizziamo molto l’indotto pugliese, intorno a Bari ci sono aziende eccellenti nel settore della meccanica. Progettiamo macchinari nuovi, abbiamo un reparto “Ricerca&Sviluppo” molto importante, che non si avvale di contributi pubblici ma è finanziato con parte degli utili aziendali. Per fortuna sono 26 anni consecutivi che facciamo utili», dice, comprensibilmente soddisfatto, l’amministratore delegato dell’azienda, che paradossalmente i problemi più grossi li vede e li vive proprio a casa sua: «I fondi dei PSR sono bloccati.