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Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

L’ANGELO DELLE DETENUTE

“MADE IN CARCERE” DÁ LAVORO A 16 DONNE E ORA ANCHE AD UN GRUPPO DI MINORENNI. IN 10 ANNI È DIVENUTO UN BRAND NOTO A LIVELLO NAZIONALE, CHE FATTURA 400 MILA EURO. MA PER LA FONDATRICE LUCIANA DELLE DONNE, IL DATO CHE CONTA È SOLO UNO: «L’80% DEI DETENUTI CHE LAVORANO IN CARCERE, UNA VOLTA USCITI NON DELINQUONO PIÙ».   Una persona che lascia un lavoro e uno stipendio da top-manager per met- tere su famiglia e dedicarsi al sociale, o è pazza o ha qualcosa di speciale. Luciana Delle Donne è un po’ folle e molto speciale: nel 2004 lasciò Milano e il mondo bancario, dopo aver creato la banca multicanale e con una proposta per andare a Londra (a guadagnare ancor di più), per tornarsene a Lecce, dove di lì a poco diede vita all’Officina Creativa e al marchio Made in Carcere, che oggi compie 10 anni ha dato lavoro e speranza a più di un centinaio di donne detenute. Il brand inventato dalla Delle Donne oggi realizza anche gadget personalizzati per le aziende, ha uno store online e 10 temporary store sparsi per l’Italia. Si è conquistato visibilità a livello nazionale grazie ad un diffuso lavoro di contaminazione, “perché solo se contaminiamo fuori riusciamo a cambiare le cose dentro”. I nume- ri del brand sono importanti, ma ancor più importante è un dato statisti- co: «L’80% delle persone che lavorano in carcere non tornano in carcere. Mentre l’80% di quel 20% che non lavora torna a delinquere». Ecco perché la strada intrapresa non si lascia, anzi, bisogna ampliarla, e a marzo, nel carcere di Borgo San Nicola, è nata la Mason di Made in Carcere: uno spazio che oltre al laboratorio per cucire sei ore di lavoro, potranno studia- re per altre quattro ore». Un ulteriore passo avanti che fa brillare gli occhi di Luciana Delle Donne.  
Come si fa a cambiare vita come ha fatto lei? «È come se avessi messo un altro paio di occhiali. Vedevo il mondo con una logica tridimensionale: i ricchi rincoglioniti, i poveri disperati, i giovani che non esistono come se fossero una generazione invisibile. Quando lavori in banca, con i numeri e i software, con gli ordini in automatico, non vedi la gente, non noti la folla. Ero troppo presa dal creare efficienza e innovazione. E questa è una cosa che mi sono portata dietro, perché se vuoi ottenere qualcosa devi fare in modo che le cose avvengano: ho sentito dire a centinaia di persone che hanno idee e progetti, ma poi nessuno fa niente. Ci vuole molta fatica e tenacia per fare le cose».   Perché il carcere? «Ho visto giovani disperati che nessuno teneva in considerazione. Persone invisibili che camminavano. Ho iniziato da loro, dagli studenti. Ma ho capito subito che lì l’intervento deve essere istituzionale, non può partire con una logica da privato. Un giorno ho pensato alle donne in carcere, perché a Milano avevo visto dei capi creati da alcune detenute. Da lì è nata l’idea di produrre borse, sciarpe e quant’altro».   È stato facile iniziare? «No, perché prima di me, nel carcere di Lecce, erano entrati i “professionisti della formazione”, quelli che fanno un progetto, prendono i soldi e non tornano più. Io non volevo fare così. Ma loro avevano paura che lo facessi. Mi guardavano con diffidenza: ho spiegato che non ero una imprenditrice e che stavo facendo un esperimento. Ancora oggi dico loro: raddrizziamo insieme le cuciture storte della vostra vita».   Chi l’ha aiutata? «All’inizio ho chiesto i tessuti a degli amici ed ho scoperto che erano contenti di liberare il magazzino dagli scarti e dalle rimanenze. Uno di loro, Luciano Barbetta, mi prestò anche alcune macchine, che poi comprai con i primi utili dell’azienda. Insomma, capii che si potevano usare le rimanenze di magazzino: facevo bingo sia dal punto di vista della tutela dell’ambiente che dell’inclusione sociale».   Oggi “Made in Carcere” ha 16 dipendenti detenute che lavorano 6 ore al giorno e percepiscono 700-800 euro. Made in Carcere fattura circa 400.000 euro l’anno ed è pronta a lanciare un nuovo progetto. Quale? «Iniziamo a produrre, confezionare e vendere i biscotti dolci “Scappa-telle”, che vengono prodotti nelle carceri minorili di Bari e Niside (Napoli)».   Lei è folle? «Sono strana. Ho fatto una scelta di vita. Volevo provare la povertà, stare tra la gente in un certo modo. Quando lasciai la banca mi dissi: voglio pagare per lavorare!».   Cosa cercava Luciana Delle Donne? «Volevo dimostrare che fare del bene fa bene: se lavoriamo per un benessere comune è molto più facile essere felici».