Editoriali

La bellezza salverà il fondo

0

Può esistere un altro modo di fare agricoltura? Possiamo immaginare un lavoro meno faticoso, più dignitoso e più felice? Siamo in un momento storico che ci offre tutti gli elementi per far sì che questo avvenga. Ma servono bellezza, lentezza, luce, silenzio, fragilità e dolcezza…

Giuseppe Savino

E’ l’alba, sento accendersi il nuovo giorno. Dal capannone arriva l’odore del carburante che brucia nel motore appena acceso del trattore. Fuori è ancora buio, comincio a sentire voci, sono i braccianti che arrivano alla spicciolata, anche oggi tagliando l’uva da vino guadagneranno il loro pane. “Studiate così potete trovarvi un posto fisso e fare i signori!”, “Vedi tuo padre che fa il cozzo”, termine dialettale che sta a significare contadino nell’accezione più dispregiativa. Quante volte mi sono sentito dire queste parole?
Dopo tutti quei sacrifici cosa potevano sognare mio padre e mia madre? Quello che loro non hanno potuto avere, la sicurezza, il lavoro a ore, dove potevi tornare a casa e riposarti sicuro che a fine mese ti arrivava lo stipendio. Hanno sempre sognato un riscatto, per poter dire a parenti e amici:
“Vedi che mio figlio si è sistemato, va in giro vestito bene, ce l’ha fatta!”
Sono Giuseppe, figlio di contadini da diverse generazioni, guido il trattore da quando le mie gambe sono diventate abbastanza lunghe da schiacciare la frizione e il freno contemporaneamente.

Mio padre ha studiato all’Università della Terra, non ha una laurea appesa al muro, la sua laurea te la mostra se gli chiedi di vedere le mani. Un padre concreto a cui era difficile condividere qualsiasi barlume di sogno, a cui era difficile dire che ci sono diverse strade per fare una cosa. Di solito loro ne trovano una e la percorrono fino alla fine. Forse sono state di più le litigate che i respiri di pace, da una parte la tradizione, la cultura del concreto, la sua laurea in “realtà”, dall’altra la mia voglia
di mischiare le carte, di cambiare le cose, di percorrere strade nuove, di saltare sul trattore senza patente e guidarlo con incoscienza verso nuovi lidi.
Ma torniamo alla vendemmia! Quando oggi immaginiamo una vendemmia di solito la immaginiamo lenta, allegra, forse perché nel tempo si è andata sviluppando un’idea di agricoltura diversa ma è stato sempre così? Penso al film di Mario Merola, non so se ricordate “Zappatore” dove interpretava Francesco Esposito, un contadino che faceva ogni genere di sacrifici per mandare il figlio Mario a studiare, praticava un’agricoltura sofferta, faticosa, povera, tanto da sognare un riscatto per il figlio che diventerà avvocato ma che poi lo abbandonerà. Guai se quel figlio fosse tornato alla terna, sarebbe morto di crepacuore il povero Francesco Esposito. Immaginare un ritorno alla terra in quel periodo storico era pura follia e utopia.

Storia simile ma con un epilogo diverso è quella di Renato Pozzetto nel “Il ragazzo di campagna”. Artemio è un contadino che vive a Borgo Tre Case, un piccolo paese della campagna lombarda abitato principalmente da anziani, dove l’unico passatempo è osservare il passaggio del treno. Si rende improvvisamente conto di non aver mai realmente vissuto una vita al di fuori del paese, e soprattutto di non voler continuare a fare il contadino per il resto dei suoi giorni. Decide quindi di lasciare tutto e di tentare la fortuna partendo per Milano. Dopo mille peripezie ritorna al suo paese dove sposa Maria Rosa, che nel frattempo è diventata una bellissima ragazza e che lo ha sempre amato per quello che era: un contadino. Vivranno per sempre “contadini e contenti”.
Agricoltura uguale sacrificio. Esisti perché produci mi verrebbe da dire parafrasando la locuzione di Cartesio. Chi lavora la terra guadagna poco, i genitori vogliono altro per i figli, li mandano a studiare per riscattare la loro poca dignità. Si fuggiva dalla terra e si fugge ancora oggi quando l’agricoltura è fatta solo di sacrifici. Ma esiste o può esistere un altro modo di fare agricoltura? Possiamo immaginare un lavoro meno faticoso, più dignitoso e più felice? Siamo in un momento storico dove abbiamo gli elementi per far si che questo avvenga e adesso vi dico il perché.

Franco Arminio, è un caro amico poeta che con una delle sue più belle poesie tratta dal libro “Cedi la strada agli alberi” ci aiuta a fare un esercizio sulla bellezza. Ogni contadino dovrebbe evangelizzare i vicini con queste parole.
“Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.”
In altre parole sta dicendo che abbiamo bisogno di bellezza, che fa rima con silenzio, lentezza, luce, fragilità e dolcezza.
Abbiamo bisogno di far abitare bellezza nei nostri cuori, abbiamo bisogno di renderla visibile in quello che facciamo, abbiamo bisogno di manifestarla anche in agricoltura.
La bellezza salva il fondo perché chi lo visita non “compra” solo prodotti ma entra in relazione con il tutto, non guariamo dalla città se mangiamo solo sano ma guariamo nel momento in cui facciamo passi per andare ad incontrare chi il cibo lo produce. Dietro un prodotto c’è sempre una persona, un nome e un volto che ti dice attraverso le sue mani che ogni cosa bella è prima di tutto sacra, cioè frutto di un sacrificio.

Avvertiamo sempre più l’esigenza di far fiorire un nuovo umanesimo agricolo, dove il contadino non lavora solo per produrre ma lavora per curare. Cura gli occhi costruendo bellezza, cura lo stress somministrando lentezza, è terapeuta dell’anima e del corpo. La città avrà sempre più bisogno della campagna, la natura continuerà ad insegnare la vita, alle connessioni dovremo rispondere con le relazioni. La solitudine che oggi viviamo verrà curata con il ritorno alla terra, alle cose vere. Fino a quando potremo gustare, potremo sentire e toccare, la relazione non finirà.
I contadini non venderanno più semplici prodotti, ma saranno i locatori delle multiproprietà della bellezza, il reddito non arriverà più solo dai prodotti ma dalla interazione del contadino con le persone. Non di solo pane vive l’uomo, oggi più che mai è vera questa affermazione dei Vangeli. L’uomo che sta andando verso la solitudine per vivere avrà bisogno di molto di più, la bellezza non solo salverà il fondo ma lo renderà anche abitato.
Un giorno dirò ai miei figli che fare l’agricoltore è un mestiere privilegiato, forse non avrò le mani come mio padre, i calli e i segni oggi noi giovani abbiamo bisogno di farceli nel cervello per dare un riscatto a chi ci ha preceduto. Forse è solo un sogno ma…non di solo pane vive l’uomo.

Un magazine di storie belle ed emozionanti. E a dicembre raddoppiamo, con Amazing Salento!

Previous article

Quel che resta del sog-giorno

Next article

You may also like

Comments

Comments are closed.

More in Editoriali