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Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

Il visionario della pietra

Intervista con il maestro leccese Renzo Buttazzo, il cui motto sembra essere “togliere il superfluo e conservare l’essenziale”. Nell’arte come nella vita.

Contrada Tangano, Cavallino (Le), difficile capitarci per sbaglio. Una stradina di campagna, poco più avanti sulla sinistra un cancello, al di là un Eden sa- lentino. Sculture di pietra bianca dalle forme sinuose adagiate qua e là, spiccano nel verde circostante perfettamente integrate nel paesaggio naturale. Man mano che mi avvicino al suo laboratorio una patina di polvere finissima bianca ricopre l’ambiente, le foglie e i mobili e, su un tavolo di legno estemporaneamente votato ad accoglierci, comincia la chiacchierata con Renzo Buttazzo, artista della pietra leccese. “Quando ho finito la scuola, la ragioneria, avevo voglia di lavorare con le mani. Ho passato un periodo ad osservare il grande Bruno Maggio, maestro della terracotta. Da lui ho imparato tanto a livello umano, era quasi un mistico, guardarlo metteva pace, la stessa che si ritrova nelle sue opere. La terracotta però non l’ho mai toccata, non era il mio materia- le. Poi un giorno, in campagna, ho trovato per caso una pietra bianca, ho cominciato ad inciderla con un chiodo scolpendo piano piano un fiore. Toglievo il superfluo per conservare l’essenziale. Questo mi ha dato benessere e da qui è partito il mio amore per la pietra”. Da un materiale primitivo arido e delicato al tempo stesso, immolato al classicismo dagli artigiani locali che in quegli anni, gli anni ‘80, ne contenevano la bellezza in puttini e capitelli, nasce l’arte della pietra di Renzo Buttazzo.

 

Nel 1991 apre il primo store “Petre” in via Palmieri a Lecce, oggi invia le sue sculture in tutto il mondo. Come è arrivato a questo? Nel tempo, grazie alle fiere, alle mostre, al lavoro del mio ufficio stampa si è creata un’attenzione sempre crescente sulle mie opere. Nel ‘98 Rai International mi ha dedicato un servizio televisivo e nel 2001 la BBC, che girava un documen- tario sul Salento, è stata giorni a casa mia a riprendere il mio lavoro. Ho ricevuto svariati premi e riconoscimenti. Nel 2001 sono stato nominato Cavaliere della Repubblica dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quando mi hanno chiamato per dirmelo pensavo fosse uno scherzo… avevo 38 anni. Ma la tappa fondamentale in questo percorso è stata Milano. Ho avuto la fortuna di arrivarci in un momento storico in cui il design prodotto dalle macchine era saturo, c’era il bisogno di uscire dalla monotonia, creare un’unicità, qualcosa che raccontasse una storia… così sono stato contattato da case di moda e brand famosi del design per allestimenti e produzioni di linee di oggetti per la casa. Le mie lampade, ad esempio, non vengono create per la lettura. Le creo spente perché di giorno vivono come sculture, di sera con la loro texture creano una luce di suggestione.

 

Toglie il superfluo e conserva l’essenziale, nell’arte come nella vita? Non mi piace lo spreco e mi batto per limitare il consumismo sfrenato. Il mio guardaroba è ridotto al necessario. Gli oggetti oggi nascono per avere un ciclo limitato di utilizzo, quando Armani mi ha commissionato un lavoro sono andato contro il suo assistente per cercare di fargli capire che quello che volevano si sarebbe rotto al primo utilizzo. Alla fine Armani mi ha dato ragione e ha detto che il lavoro era mio!

 

Dicono che l’arte nasca da un’urgenza. Qual è stata la sua? “Creare bellezza. Ho passato la mia vita a fare ricerca e sperimentazione. Mi lascio ispirare dalle forme della natura, dalla pietra calda che regala sfumature di colore diverse a seconda dell’ora in cui si guarda. Un critico mi ha detto che lavoro la pietra come fosse mollica di pane. Dietro queste forme morbide e compatte ci sono centinaia di ripetizioni di uno stesso gesto. Voglio che la gen- te questo lo senta toccando le mie sculture. Odio le gallerie dove c’è scritto “vietato toccare!”. Le mie sculture devono essere toccate! Lavoro proprio sulla tattilità e sulla perfezione di ogni pezzo”.

 

Qual è il segreto di Renzo Buttazzo? Il trucco è anticipare i tempi. Mi è sempre successo… di- cono che sono un visionario. Ormai è quasi statistico, ci sono oggetti che diventano di moda dopo un paio d’anni dalla produzione quando io sono già su un altro progetto. A furia di essere visto entra nell’immaginario collettivo e arriva il boom di richieste.

 

Cosa pensa della vita in Puglia e quanto questo influisce nella sua professione. Essere nato qui ha influenzato tanto la mia professione. Oggi va di moda, ma tanti anni fa mi scontravo con i difetti di questo Sud, per ad esempio con la lentezza, la distanza dai grandi centri dove girava l’economia. Lavoravo con Milano ma i materiali, le maestranze le prendevo da qui e dovevo chiederle con netto anticipo. Abbiamo lot- tato per essere produttivi. D’altro canto però qui avevo a che fare con delle profes- sionalità di al- tissimo livello, dei maestri che sapevano aiutarti nel migliore dei modi nel momento del bisogno. Con l’avvento di internet e dei cellulari le distanze si sono azzerate e tutto questo ha con- tribuito a far conoscere il mio lavoro. Poco fa ero al telefono con una giornalista del Texas. La tecnologia in questo senso mi ha cambiato la vita, così ho chiuso i negozi fisici. Ho comprato il dominio nel 1996, ero tra i primi, me lo suggerì un mio giovane assistente e aveva ragione! I giovani hanno una marcia in più, ecco perché bisogna dargli spazio.

 

Negli ultimi anni c’è stata un’inversione di tendenza: molti giovani scelgono lavori manuali, c’è un lento ma vigoroso ritorno all’artigianato. Consiglierebbe questa strada ai suoi figli? Ai miei figli non so, ognuno di noi ha le proprie inclinazioni, ai giovani assolutamente sì. La soddisfazione che si ha nel creare e vedere realizzato un oggetto che avevi in testa ti regala un’energia incredibile. Combatto perché nelle scuole avvenga l’insegnamento duale, combinazione di teoria e di laboratori pratici. Se i ragazzi non vogliono studiare dobbiamo creargli un’alternativa. Abbiamo il dovere e il diritto di insegnare i mestieri ai giovani altrimenti le tradizioni scompaiono, muore l’identità di un popolo. Ferro, terracotta, pietra, la stessa campagna… l’arte è in tutto quello che noi facciamo nel Salento. La bel- lezza di questa terra è immensa ma solo inespressa perché si lotta contro la burocrazia. Bisognerebbe lavorare in questo senso, dare più spazio ai giovani. Insegnare loro un mestiere e come venderlo, affiancare laboratori pratici e lezioni di inglese, marketing, packaging, proprio come ho fatto io agli inizi quando ho creato qui un laboratorio per i ragazzi. Insegnavo loro il mestiere, come fare le confezioni, come curare le pubbliche relazioni e quando vedevo che erano pronti per andare da soli li incitavo a prendere la propria strada.

 

Qual è il suo rapporto con Dio e quanto c’è di questo nelle sue opere? Sono cresciuto in Chiesa, facevo il chierichetto ma certi dogmi mi stavano stretti, così ho studiato l’induismo, l’islamismo, il buddismo e ho capito che tutte le religioni dicono la stessa cosa: nella vita devi perseguire la strada della verità e avere fede. Le mie sculture sono in connessione con l’universo. Se faccio una cosa in questo momento, qui, c’è un motivo, è l’universo che me lo chiede. Faccio le cose solo quando è il momento. Ho bozzetti nel cassetto che aspettano la via per venire fuori e progetti di due anni fa che faccio oggi perché è arrivato il momento. Mi piace lavorare all’aperto, anche di notte, soprattutto quando c’è la luna piena. Sentire i rumori dello scalpello sulla pietra, o lo strofinio della carta per la levigatura, crea un mantra ipnotico. Qui la gente viene anche per rilassarsi. Organizzo corsi abbinati allo yoga, giornate per chi desidera cimentarsi con questi strumenti. A volte vengono famiglie intere a passare una domenica diversa e poi mi ringraziano perché hanno visto i lori figli lontani da tablet e cellulari. Lavorare per la gente non per i soldi, lavorare per creare bellezza: tutto questo, per me, è magico”.