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Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

Il galantuomo del vino

In ogni disciplina c’è stato qualcuno che ha tracciato un percorso, aperto nuove strade. Garofano è stato un moderno intellettuale dell’enologia.

SE QUALCUNO MI FACESSE LA DOMANDA DI CHI, a mio parere, maggiormente ha influenzato gli stili della moda italiana, non avrei difficoltà nel fare il nome di Valentino, già V. Garavini. Allo stesso modo, se mi chiedessero di citare un riconosciuto designer nel settore dell’automobile, la mia risposta sarebbe obbligata: Giorgetto Giugiaro. Così come nel design, nella grafica, risponderei Bruno Munari, per la sua cultura multidisciplinare, e, per la musica, potrei spingermi su Ennio Morricone, che si è cimentato con grande successo in ogni specializzazione della composizione musicale.
Il tutto per dire che in ogni disciplina c’è sempre stato qualcuno che ha tracciato un percorso, aperto nuove strade, suscitando interesse e piacere per i molti appassionati che si sono avvicinati alla loro creatività.
Anche il “pianeta vino” è attraversato da numerosi personaggi, ma non tutti, bisogna dirlo, lasciano un segno, si distinguono per il loro valore intellettuale, affettivo e, perché no, per una loro profonda personalità.
Certo, qualcuno raggiunge il successo per merito di un grande vino, qualcun altro diventa una sorta di star del wine business, ma nel giro di qualche anno succede sempre che poi, questa tipologia di wine makers, venga dimenticata perché le mode svaniscono.
Il nome di un enologo a cui sono particolarmente legato e al quale, a sua insaputa, devo molto delle mie conoscenze sul vino, è quello di Severino Garofano che, più che un tecnico, ho sempre considerato essere un “moderno” intellettuale dell’enologia.

D’origine meridionale, è stato un grande maestro della viticoltura nazionale e del Sud d’Italia in particolare, generando alcuni dei vini che hanno fatto la storia e l’originalità dell’enologia nazionale. Come diremmo in Italia, Severino è prima di tutto un galantuomo, una persona che risponde sino in fondo alla mia idea di “uomo del vino”. È uno studioso, ha più di 50 anni d’esperienza alle spalle, ha lavorato per prestigiose cantine, ha girato il mondo, certo, ma soprattutto possiede una dote semplice e al tempo stesso assai speciale: quella della curiosità. Non solo riguardo al vino, che rappresenta la sua vita, ma anche nei confronti d’ogni forma di conoscenza: dall’arte, alla musica, alla fotografia, così come la storia, il teatro o la letteratura, e la cultura gastronomica. L’ho conosciuto in uno dei miei tanti viaggi in Puglia, più di 15 anni fa e lui, sempre distinto e gentile, con le sue camicie perfettamente stirate e le cravatte scelte con cura, elegantemente sobrio, in ogni luogo e situazione. Mi ha insegnato una cosa grandissima sul vino, un concetto che mi ha permesso di andare oltre il vino che, come egli dice “non è quello che si vede dentro una bottiglia, ma quello che c’è dietro, attorno alla bottiglia. Il suo fascino, la suggestione, l’emozione che riesce a darci”. I suoi vini sono esattamente questa cosa, come quelli che, insieme ai suoi figli Stefano e Renata, realizza nella suggestiva Azienda Monaci in Puglia. Uno dei suoi vini che prediligo? Le Braci, un negroamaro “purosangue”, figlio di una zona incantevole della Puglia, come il Salento. Ottenuto da vigne che hanno almeno 50 anni di vita, da uve colte surmature, riposa in cantina per sei anni prima di essere messo in commercio. Lo scorrere del tempo lo rende complesso, elegante, con tannini finissimi. I profumi sono speziati, di fiori secchi, di prugna e di terra bagnata. La bocca è succosa, con sfumature di ciliegia e frutta matura. Qualcuno direbbe, la “semplicità” difficile a farsi. Che meraviglia, dico io.