Drammaturgo, regista, attore e traduttore, è tornato in Puglia come Direttore artistico dei Teatri di Bari
WORDS DANIELE PRATOLINI
Esiste, nella vita di ognuno di noi, un confine che non è stabile, dove a un certo punto l’identità si rompe e un attimo dopo si ricompone, dove la fragilità smette di essere una mancanza e diventa una forza radicale, un atto umano in cui il silenzio è potente quanto la parola. È questa la scena di Gianni Forte. Drammaturgo, regista, attore e traduttore, ha attraversato la scena internazionale muovendosi tra avanguardia e ricerca, fondando nel 2006 l’ensemble Ricci/Forte performing arts e collaborando, nel suo percorso, con alcuni dei grandi maestri del teatro e del cinema – da Giancarlo Nanni a Liliana Cavani, da Mario Missiroli a Gabriele Salvatores. Oggi, come direttore artistico inter/nazionale dei Teatri di Bari (2025–2027), Gianni Forte non “torna” semplicemente in Puglia: riapre una ferita che tende a illuminare, in quella zona di risonanza dove ha sempre abitato. Non è un gesto nostalgico, ma un’urgenza nuova, non è un riparo, ma una soglia da cui spingersi più lontano. Un’altra volta, ancora.
Dopo tanti anni di lavoro e di riconoscimenti in contesti nazionali e internazionali, torni in Puglia. Che significato ha per te questo “ritorno a casa”?
Il concetto di “ritorno” è un miraggio. Si pronuncia tornare a casa, ma la verità è che non si rientra mai davvero nello stesso luogo. La casa cambia fisionomia mentre siamo altrove, e noi mutiamo senza accorgercene. La Puglia, per me, non è un approdo nostalgico ma una zona di risonanza, una frontiera che si riapre. È una terra che la porti addosso come una cicatrice luminosa, che ho sempre sentito pulsare sotto la pelle, una specie di battito primordiale che continua a chiamarmi come una promessa esigente, anche quando ho provato a ignorarla. Rientrare a casa significa fare pace con le radici e, insieme, spingerle più lontano. È un “ritorno” che non stringe, ma spalanca; non chiude un cerchio, ma ne genera uno più grande.
La Puglia vive un momento culturale vivace, ma anche pieno di contraddizioni. Come immagini che il tuo lavoro possa dialogare con questa scena teatrale e far crescere nuove forme di partecipazione?
La vitalità culturale non esiste senza contraddizioni. Sono fessure preziose da cui filtrano possibilità inattese. Sono il nervo scoperto che forza un territorio a pensarsi, definirsi, interrogarsi. La scena pugliese, oggi, è un mosaico di energie, di artisti che creano, inventano, resistono, rialzano la voce, la perdono, la ritrovano più tagliente. Il mio compito non è imporre una direzione, importare modelli, ma creare passaggi, innesti, scosse, costruire ponti, accendere un dialogo fertile, spiazzante, mai accomodante. Vorrei che Teatri di Bari diventassero un luogo di eco, in cui la città si riconosca e insieme si sorprenda. Un laboratorio di partecipazione dove il pubblico non resti un osservatore addormentato, come davanti a uno schermo, ma corpo attivo, inquieto, curioso e che senta che quel palcoscenico sta parlando di lui. La partecipazione non nasce per decreto né si insegna: si contagia, si trasmette, come una scintilla.
Teatri di Bari è un sistema complesso, con spazi diversi e pubblici diversi. Qual è la tua visione per questa realtà nei prossimi anni?
Immagino il Teatro Kismet a Bari, la Cittadella degli Artisti a Molfetta e il Teatro Radar di Monopoli come un organismo plurale, un corpo a più teste, con cuori multipli, polmoni diversi, immaginari cangianti, capace di pulsare in sincronia pur mantenendo la propria singolarità. Il mio sogno è far interfacciare questi spazi come stanze della stessa casa: ognuna con la sua anima, il suo ritmo, la sua temperatura emotiva; tutte aperte agli sconfinamenti, agli incontri imprevisti, ai talenti emergenti, alla ricerca più audace, ospitando attraversamenti, collisioni, metamorfosi, sperimentazioni, perfino sconfitte e cadute che fanno crescere. In breve, un teatro che non sia decorativo, ma indispensabile; un teatro che non viva del pubblico, ma col pubblico.
Spesso parli di contaminazione tra linguaggi. Ci sono nuovi progetti o collaborazioni che incarnano questa visione per Teatri di Bari?
La contaminazione per me non è un vezzo estetico, è un’urgenza. Viviamo tempi frantumati, instabili. E il teatro, se vuole restare vivo, deve accogliere quella frantumazione invece di levigarla. Insieme alla co-direttrice Teresa Ludovico stiamo intessendo un arco di collaborazioni che non cercano solo l’armonia, ma anche la tensione creativa: visual makers e drammaturghi, coreografi e fotografi, musicisti elettronici e performer di confine, compagnie internazionali chiamate a confrontarsi con la ferita mediterranea di questo territorio. Più che collaborazioni, le chiamo detonazioni artistiche. Incontri nati per rischiare, non per confermare competenze pregresse. Una regione come la Puglia, e una città come Bari, meritano un teatro che guardi al mondo, che non tema lo choc, il cortocircuito, l’irriverenza.
In una tua recente intervista hai detto che “nel buio serve il teatro”. In che modo il teatro può essere una luce, una risposta?
La luce del teatro non è quella che consola. È quella che incide. Il teatro, nel buio, non ti offre un porto sicuro, ti dà una torcia. E ti obbliga a sgranare gli occhi dove vorremmo tenerli serrati, a guardare quello che avresti preferito abbandonare. È luce perché risveglia. È luce perché disorienta. È luce perché ti costringe a fare i conti con il tuo abisso senza fuggire. Il teatro non dà risposte definitive, non può, non deve. Ma dà forma agli interrogativi, ai dubbi. E in un tempo dove tutti urlano certezze, avere un luogo dove poter vacillare insieme è già un atto di resistenza e, forse, di salvezza.
A volte il teatro è pieno di assenze, di silenzi, di cose non dette. Che spazio hanno il silenzio e l’ombra nel tuo modo di creare?
Il silenzio, per me, è un materiale drammaturgico tanto potente quanto la parola. È un grido imprigionato, un battito trattenuto, un varco. Nei miei lavori il silenzio non è mai un vuoto, è denso di ciò che non riusciamo a confessare. L’ombra, invece, custodisce ciò che rifugge la superficie: paure, desideri, attriti. Lavoro sempre con l’ombra perché lì si annida l’umano. Il teatro che amo non mostra tutto, lascia zone irrisolte, incrinature, buchi neri. È in quell’opacità che siamo più autentici.
Hai parlato spesso di corpi vulnerabili, di identità che si frantumano e si ricompongono. Cosa ti colpisce della fragilità umana?
La fragilità è il nostro mistero più feroce. È la parte che non possiamo fingere, mascherare, lucidare, abbellire, addomesticare. Mi colpisce e commuove la sua dignità silenziosa, la sua disposizione a ricostruirsi, mettersi in piedi mentre ancora sanguina. Nei corpi vulnerabili vedo la nostra bellezza più irriducibile: non quella patinata, ma quella che trema, che non deve dimostrare nulla. La fragilità è ciò che ci rende capaci di empatia, di relazione, di arte. È una crepa che diventa spiraglio.
Se il teatro potesse salvare una sola cosa dell’essere umano, quale vorresti che salvasse?
Vorrei che salvasse la capacità di meravigliarsi. Lo stupore è l’ultima cosa che perdiamo prima di diventare macchine che imitano la vita senza più abitarla. La meraviglia non è un sentimento infantile: è un atto politico, poetico, fondamentale. Ci ricorda che siamo imperfetti, finiti e infiniti allo stesso tempo. Se il teatro riesce anche solo per un istante a restituirci quella vibrazione originaria, allora avrà realizzato il suo miracolo laico.
Ph. Andrea Pizzalis












Comments