Luce, icone pop e colori acidi. Ma dietro l’apparente disordine si cela un’armonia visiva che conquista emiri e collezionisti. La storia di Emìr, talento barese dalla firma inconfondibile, tra mostre internazionali, progetti visionari e opere dal cuore filosofico.
Words Livio Costarella
Se «il compito attuale dell’arte è di introdurre il caos nell’ordine» – come sosteneva il filosofo Theodor Adorno – c’è chi considera l’elaborazione caotica degli elementi ben più di una stella danzante. Anzi, il caos figurativo è semmai solo un’apparenza visiva e stilistica. Configurandosi come il primo accesso del nostro sguardo, per permettergli di oltrepassare la siepe di leopardiana memoria. E chissà, magari trovare l’infinito.
È il caso di Emìr, artista barese dal talento sopraffino – al secolo Benedetto Daniele Gesmundo – che negli ultimi tempi sta impreziosendo la scena internazionale con le sue enormi tele pittoriche, dall’indubbio e affascinante magnetismo. Con uno stile permeato da lampi fluorescenti, gocce schizzate di colore, frammenti cartacei di quotidiani, simboli e brand di tempi irripetibili. Per poi giungere a visi e icone pop, capaci di dar senso a una semantica evidente, chiara e precisa. Un’arte dallo stile decisamente contemporaneo, fluidificata in una consapevolezza incisiva, solo in apparenza disordinata e caotica.
La sua tecnica inizia da semplici fondamentali: l’artista «cattura» l’immagine simbolo di una celebrità (scelta in vari ambiti, tra cinema, moda, musica ed altro ancora) e le dà un risalto visivo prorompente, acceso da colori acrilici. Un’arte «fluo», che partendo dagli assunti di Andy Warhol va oltre, catturando l’attenzione sui dettagli: così, accade che Leonardo DiCaprio sia un lupo di Wall Street perfettamente in linea con l’immagine cucitagli addosso da Martin Scorsese, attorniato da veri dollari e dagli indici di borsa delle pagine del New York Times; mentre in altre creazioni lo sguardo di De Niro contrasta con l’irriverenza di Mickey Mouse, o l’erotismo di Madonna seduce in un bianco e nero squarciato da un fulmine arancione. Succede persino che i Beatles attraversino Abbey Road ricoperti da un’aura marziana, o che il talento monegasco di Formula Uno Charles Leclerc riveli la propria anima di uomo e pilota, in un attraente sdoppiamento visivo.
Tutto questo per dire che lo stile di Emìr non indulge: aggredisce il punto di vista di chi guarda, cattura, sorprende. Non stupisce dunque che abbia attirato l’interesse di un mercato internazionale raffinato ed esigente, come quello di Monte Carlo e Dubai. In particolar modo, dopo numerose esposizioni permanenti del Principato di Monaco, Emìr – il cui profilo Instagram ufficiale, emir.artist, conta più di 18mila follower al momento – è stato notato da Vigen Badalyan, investitore armeno e fondatore della galleria ftNFT, che lo ha invitato nel gennaio 2024 a esporre alcune opere nei suoi spazi a Dubai.
Un ulteriore passo è arrivato a dicembre dello stesso anno, quando Emìr è stato protagonista dell’Al Murabbaa Arts Festival, nell’Emirato di Ajman, poco distante da Dubai.
Qui l’artista ha allestito un’intera stanza con cinque delle sue opere più iconiche, dedicate a Michael Douglas, Leonardo DiCaprio, Charles Leclerc, Joker e Batman. Durante l’inaugurazione, Emìr ha incontrato il Principe di Ajman, Abdulaziz bin Humaid Al Noaimi, rimasto folgorato dal quadro su DiCaprio: l’ha subito acquistato, suggellando un legame di grande prestigio.
Da questa esperienza è nato un nuovo capitolo: la partecipazione al progetto Akneye, piattaforma artistica che invita talenti emergenti e affermati nel campo dell’arte, del design e della scultura a confrontarsi con una grande scultura a forma di occhio, trasformandola in veicolo narrativo ed espressivo. Tra gli artisti coinvolti figurano nomi di rilievo come Alec Monopoly, Sacha Jafry e Rafael Megall.
Negli scorsi mesi, anche Emìr è stato chiamato a “dire la sua” su uno di questi occhi, realizzato in polipropilene stuccato, simile a una grande palla da rugby. Ha così ripreso in mano i suoi acrilici, le vernici fluo, la foglia oro: sulla parte anteriore ha dipinto la faccia più felice della ricchezza, con Paperon de’ Paperoni ai piedi del Casinò di Monte Carlo, tra fiches autentiche e monete che evocano i Bitcoin. Ma è il retro dell’opera a svelare la riflessione più profonda: campeggia la parola “Bluff”, seguita da un enorme punto interrogativo. A ricordare che dietro ogni sogno di ricchezza può celarsi una verità più fragile, meno scintillante.
Dopo le prime esposizioni a Venezia e Malta, l’opera è approdata a Monte Carlo durante il Gran Premio di Formula Uno del 25 maggio, restando in mostra – e in vendita – all’interno della prestigiosa Teos Gallery di Gianluca Gaudio, nel cuore del Métropole Shopping, il centro commerciale più esclusivo del Principato. Attualmente, l’Akneye firmato Emìr ha una valutazione di 15.000 euro. Ma in terra monegasca sono arrivate diverse altre tele di Emìr, acquistate da appassionati o esposte in vari luoghi iconici del luogo.
Il progetto Akneye è l’ennesima conferma della coerenza che attraversa tutta l’arte di Emìr: dietro l’apparente caos, un’armonia stratificata, regolata da patchwork visivi mai banali, che riflettono una ricerca viva, pulsante. Fino a porre domande filosofiche tutt’altro che scontate: cosa sia davvero la ricchezza, e quale sguardo scegliere per affrontarla.
Come nasce la sua passione per l’arte pittorica?
«Fin da giovanissimo ho sempre coltivato la passione per il bello. Tutto ciò che colpisce lo sguardo, leggo o ascolto, mi stimola a prestare attenzione ai più piccoli dettagli. Nel tempo ho iniziato a tradurre tutto questo in arte visiva, cercando di trasmettere sulla tela le suggestioni personali».
Ci sono artisti in particolare a cui si ispira?
«Tutti i grandi dell’arte pop, in ogni forma: certamente Andy Warhol è un’ispirazione, ma citerei anche Jean-Michel Basquiat. Tra i writers ammiro molto l’opera e l’ingegno di due giganti come Banksy e Obey».
La scelta di icone cinematografiche, musicali e artistiche sembra un deciso tratto distintivo nelle sue tele. Continuerà su questa strada?
«È inevitabile che nel tempo le cose possano cambiare, l’arte è essenzialmente evoluzione. Siamo sottoposti ogni giorno a stimoli che modificano continuamente la percezione della realtà: nel mio caso questi input si manifestano tela dopo tela. Resto sorpreso io stesso: a volte l’ispirazione ti guida in territori inesplorati che non sapevo esistessero».
Ci racconti come nasce un suo quadro, pezzo per pezzo. Dalla tela, al colore, ai materiali scelti. Quanto tempo impiega solitamente per realizzarne qualcuno?
«È sempre la passione la forza motrice di tutto, ed è quella che mi suggerisce spesso il soggetto da reinterpretare. Sono un grande appassionato di cinema e musica: e non a caso la maggior parte delle icone da me rappresentate giunge da queste arti. Quella che utilizzo è una tecnica mista che include spray, stampa e collage di ritagli o oggetti sempre autentici. Ma sono poi i colori acrilici ad essere determinanti, sulle tele di canvas: in particolare quelli fluorescenti, grazie ai quali riesco a conferire una doppia anima all’opera. Soprattutto quando a luci spente si illumina. Dal concepimento all’idea creativa, sino alla realizzazione vera e propria, in media ci vuole un mese di lavoro».
Quanto influiscono le richieste del mercato o dei clienti nella realizzazione delle sue tele? E che genere di feedback ottiene in genere da chi la segue?
«Gran parte delle opere sono frutto della mia espressione artistica, ma capita anche di ricevere richieste di realizzazioni personalizzate: in tal caso cerco sempre di accontentare il committente, purché condivida la scelta del soggetto. Ed è qualcosa che faccio con estremo piacere: spesso si rivela un’occasione per conoscere o approfondire la storia di personaggi che magari sino ad allora non avevo avuto possibilità di conoscere a fondo».












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