Personaggi

Daniele Manni pugliese dell’anno

0

Ci sono stati tanti pugliesi che nel 2020 hanno fatto grandi cose, ma quando è arrivata la notizia del premio internazionale assegnato al professore leccese, non abbiamo avuto dubbi. Si può restare nel nostro piccolo mondo e fare cose straordinarie. Che il mondo ci invidia. Oppure imita

Due anni fa lo avevamo inserito tra i pugliesi dell’anno perché fu tra i finalisti degli Ecie Awards, e tra una battuta e l’altra ci venne spontaneo dirgli: «Quando sarà eletto numero uno al mondo le dedicheremo la copertina». Non sappiamo se l’aveva presa come una sfida o uno stimolo, di certo c’è che il professore del Galilei-Costa-Sacarambone di Lecce continua a fare il suo lavoro al meglio, insegnando agli studenti come diventare imprenditori. Lo fa con parole semplici e con metodi che sui ragazzi e sulle ragazze fanno presa. A novembre il docente di informatica si è aggiudicato il Global Teacher Award. Per un prof non c’è premio più importante. La coper- tina è d’obbligo. L’intervista pure.

Che effetto fa essere il miglior prof del mondo?

Innanzitutto vanno dette due cose. La prima è che non sarò solo, il 20 dicembre saremo oltre 50 docenti provenienti da ogni angolo del globo a ricevere in India (virtualmente purtroppo) il “Global Teacher Award”. Che io sappia ci sono colleghi americani, africani, asiatici e, in Europa, spagnoli e portoghesi.
La seconda è che, a mio avviso, quando si parla di premia- zione di insegnanti non andrebbero mai utilizzate le espressioni “più bravo” o “migliore” perché la bravura in questo campo è difficilissimo se non impossibile valutarla. Preferisco i termini “extra-ordinario” o “innovativo”. Cosa si prova? La sensazione è quella di una piacevole e appagante pacca sulla spalla che ti dice: “Hai fatto bene a uscire dalle righe e a seguire il tuo istinto e il tuo cuore”.

Quali sono i suoi sogni o progetti per il futuro?

Avendo compiuto 61 anni, potrebbe sembrare fuori luogo parlare di futuro e invece così non è, ho tante visioni in prospettiva. Intanto vedo il prosieguo di quello che già facciamo con i nostri ragazzi e, un’idea che mi è venuta in questi giorni, anche con tantissimi ragazzi delle scuole medie attraverso collegamenti online. Vedo un pullulare di belle idee e progetti legati al territorio e orientati a sviluppare talenti e competenze innovative per i nostri giovani per far sì che diventino protagonisti attivi del loro futuro e non semplici fruitori (o illusi fruitori) di quel poco che viene loro offerto.
Infine vedo la possibilità di mettere sempre più a disposizione la nostra ultradecennale esperienza a favore di colleghi in tutta Italia che vorranno percorrere e applicare una didattica innovativa improntata all’imprenditorialità.

Cosa pensa dello stato della scuola italiana?

Dico spesso che mi piacerebbe che diventasse più “studente-centrica” e meno “programma-centrica”. Mi spiego meglio. In molte situazioni vedo ancora una scuola che tiene più allo svolgimento di quello che una volta veniva chiamato il “programma ministeriale” delle singole materie o discipline (da oltre 10 anni totalmente aboliti), e meno affinché ogni singolo studente, soprattutto i più pigri, distratti o lenti, possa scoprire la bellezza della materia e/o della scuola come istituzione. Ogni studente è diverso dall’altro e, come avviene ad esempio in un reparto di pediatria, ogni soggetto meriterebbe professionisti (docenti) che sperimentano e applicano “cure” diverse per ottenere il successo educativo.

Come la migliorerebbe?

Mi piace immaginare la scuola come una sorta di palestra di tanti stimoli per tutti gli studenti, dove ognuno possa sperimentare una grande quantità di mondi e opportunità e scoprire quale, tra esse, incontra maggiormente le proprie aspirazioni o talenti. Una volta scoperte queste propensioni soggettive, la scuola dovrebbe poi essere in grado di “allenare” gli studenti nei rispettivi ambiti e fare in modo che i 4 o 5 anni delle superiori possano rappresentare un utile percorso di crescita individuale. In questa visione non può mancare però una fortissima interazione e collaborazione col mondo lavorativo, sociale ed economico esterno alla scuola, quel mondo reale in cui le ragazze e ragazzi dovranno poi essere protagonisti.

È vero che gli studenti non hanno idee o non si preoccupano del loro futuro?

In linea generale noto una profonda differenza tra queste nuove generazioni e, ad esempio, la mia. Sempre in linea generale, confermo che i giovani si preoccupano o si occupano meno del loro futuro ma, una volta stimolati con impulsi e idee fuori dagli schemi, tornano in poco tempo ad essere creativi e proattivi. Questa è la dimostrazione chiara che oggi (molto più di prima) i ragazzi hanno bisogno di docenti che sanno comunicare nelle diverse lingue della loro contemporaneità, come la multimedialità, l’innovatività, i cambiamenti veloci, etc.

Come li si può motivare?

La mia tecnica è molto semplice, “perdo” un po’ di tempo (e lezioni) nell’entrare nei loro mondi, chiedo loro di spiegarmi cosa amano e perché, cosa attira la loro attenzione, chi sono i loro idoli e perché ne sono affascinati, in poche parole tento di creare un ponte empatico con ciascuno di loro, li aiuto a comprendere che io sono il primo a voler imparare e ad aver bisogno di qualcuno che me le spieghi, ci mettiamo in un certo senso alla pari e riduco la distanza classica tra prof e discenti. Una seconda tecnica che applico è quella dello “storytelling”, racconto loro delle storie di successo e di fallimento, ancora meglio quando riesco a farle raccontare dagli stessi protagonisti, ossia i giovani startupper e imprenditori che hanno già operato o lo stanno facendo sul nostro territorio. I ragazzi si fanno incantare dalle storie reali.

Cos’altro le piacerebbe fare nella vita?

Se un giorno mi sarà impossibile continuare a fare ciò che oggi amo così tanto o se riuscissi a conciliare le due cose, sogno di tornare a fare il falegname. Dai 14 ai 18 anni sono stato un “discepolo” di mio padre e dai 18 ai 23, quando purtroppo è venuto improvvisamente a mancare e parallelamente agli studi universitari, ho continuato da solo nella sua/nostra falegnameria. Amo il legno, la sua duttilità, il suo profumo e non ci sarebbe niente di più appagante del rimettermi il camice e iniziare una produzione di giocattoli in legno per i bambini. Sembro un sognatore ed un idealista? Beh, lo sono.

Come giudica la città in cui vive? E cosa non le piace di Lecce?

La adoro! Se proprio devo trovare un difetto direi che mi piacerebbe che la cittadinanza fosse un po’ più rispettosa dell’ambiente e del bene comune. Non a caso ho incoraggiato alcuni miei studenti a dare vita negli anni scorsi a startup sociali come gli “ECOisti”, la quale ha come mission quella di insegnare agli adulti l’importanza delle aree verdi, della riduzione e corretta differenziazione dei rifiuti e del rispetto per le cose pubbliche, o come il “Movimento 5 Selle” che ha tentato invano di far diventare Lecce come Ferrara e Ravenna, ossia città con uno sconfinato uso della bicicletta. Lecce è una città dove piove pochissimo, non ci sono salite e la si attraversa da un capo all’altro in una manciata di minuti, non riesco proprio a tollerare che non si vada tutti in bici.

In parte ha forse già risposto, cosa farà quando un giorno andrà in pensione?

Ahimè, so che prima o poi succederà, mi “butteranno” fuori dalle classi e dalla mia seconda casa, il Costa, ci “vivo” da oltre 30 anni. Mi piace pensare che l’allora Dirigente mi permetterà lo stesso di continuare ad interagire con i ragazzi, magari extra orario scolastico, da vecchio rincitrullito ma con un cuore e una passione da far invidia a chiunque. E poi, male male che vada, ci sarà la mia piccola bottega di falegnameria alla Geppetto e tutti quei meravigliosi giocattoli in legno da donare ai bambini.

Innanzitutto

Previous article

GIUSEPPE SATRIANO – compagno di viaggio, mendicante di luce

Next article

You may also like

Comments

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

More in Personaggi