Il nuovo numero vi aspetta in libreria dall'1 Luglio

 


Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

CAPOCOLLO DI MARTINA – Il grande giacimento

“QUESTO PRODOTTO PUÒ ANCORA CONQUISTARE GRANDI FETTE DI MERCATO”, DICE FEDERICA ILLUZZI, DELLA INDUSTRIA ALIMENTARE APULIA

«Il capocollo di Martina Franca può crescere ancora tanto. Perché non è mai stato fatto un marketing serio sul prodotto. La cosa stupenda sarebbe costituire un vero consorzio. Ma finora non ci siamo arrivati. Eppure il mercato è grande per tutti, possiamo starci tutti quanti. È inutile farsi la guerra». Parole di Federica Illuzzi, 22 anni, amministratore unico della Industria Alimentare, azienda che alla zona artigianale di Crispiano produce capocollo, prosciutto cotto e altri salumi.
Si tratta di un’attività famigliare nata con nonno Francesco e proseguita con papà Ruggiero Una quindicina i dipendenti, per un fatturato che si attesta intorno ai quattro milioni di euro.
«Abbiamo tre marchi: Reca, Industria alimentare (per la fascia alta), Itria. E ovvia- mente copriamo differenti fasce di mercato. Abbiamo creato un capocollo premium con 130 giorni di stagionatura, rispetto ai consueti 100-110. Perché più la carne riposa lentamente e più il prodotto è eccellente».
Ed è proprio il capocollo di Martina la punta di diamante dell’azienda: dalle sue vendite si ricava il 50 per del fatturato. Quella degli Illuzzi è già una realtà importante, ma la lavorazione resta artigianale. L’azienda non fa parte dell’associazione tra produttori del Capocollo di Martina Franca, segno che evidentemente non si riesce a mettere tutti insieme i produttori locali.
«Il nostro prodotto è quasi tutto venduto in Italia, l’estero rappresenta solo il 5 per cento, per un problema di certificazioni che in questo settore costano cifre altissime».

CRISTIAN ROMANO – Meglio la pizza della politica

Nel quartiere periferico Sant’Elia di Brindisi ha sede da qualche anno una delle migliori pizzerie gourmet d’Italia. Nata nel forno di famiglia. Ma destinata ad avere presto una nuova sede.

Cristian Romano fa parte di una storica famiglia di fornai brindisini proprietari di un forno al rione Sant’Elia. Forno che da qualche anno è divenuto anche una delle pizzerie gourmet più apprezzate d’Italia, la Botteca di Bacco. Una bella storia, nata in quartiere di periferia, e scaturita dalla necessità di cambiare marcia.

Quando ti sei scoperto pizzaiolo?

Era il 2012/13, decisi di chiudere il mio breve percorso politico e rientrai nuovamente a lavorare nell’azienda di famiglia che allora non godeva di ottima “salute”. Confrontandomi con mia sorella Sonia cercammo di capire cosa potevamo fare per diversificare senza stravolgere l’identità del locale. Riscoprendo quelle che erano le nostre vocazioni di artigiani da oltre tre generazioni decidemmo di intraprendere la strada di mio padre e di specializzarci sul mondo dei lievitati. Feci un percorso formativo presso una scuola di formazione per pizzaioli presso uno degli stabilimenti molitori più grandi di Europa. E così partì la nostra nuova storia.

Preferisci essere chiamato pizzaiolo o pizzachef, come si usa adesso?

Non ho una preferenza. La cosa importante è che quello che uno fa venga fatto con criterio e coscienza, sentimento, cercando di non deludere mai quelle che sono le aspettative del cliente perché godiamo della sua fiducia.

Come mai le pizze gourmet riscuotono così tanto successo?

Il termine gourmet oggi viene utilizzato in modo spropositato per impasti, pizza, panini. E lo dice uno che nel suo menù usa il nome gourmet per alcune pizze. È di tendenza e fa “figo” sentirlo dire, ma il vero gourmet esiste solo per la ristorazione e per i piatti realizzati dagli chef. Per il nostro mondo, invece, sarebbe più corretto parlare di pizza contemporanea.

CAFFÈ CRÈME

Come distinguersi in un mercato saturo

La torrefazione della famiglia Bianco si fa spazio tra i giganti del settore puntando su qualità, flag-ship bar e Academy

Parafrasando un termine molto in voga nel settore delle strutture ricettive, Caffè Crème potrebbe essere definito un boutique-caffè, qualcosa di unico e diverso, che cerca di distinguersi dalla massa. Il marchio della famiglia Bianco ha iniziato a prendere forma nel 2004: «Un giorno papà, che all’epoca faceva il direttore commerciale di un’altra torrefazione, a tavola ci fece una proposta: che ne dite di fare un’azienda tutta nostra? In quel momento capii che il futuro era già scritto, anche il mio lavoro. E la mia tesi divenne il business plan dell’impresa», racconta Mariana Bianco. «Decidemmo subito di puntare in alto, guardando a Illy: eccellenza del prodotto, immagine giovanile, tradizione ed esperienza. Fondendo tutto questo, dopo due anni, a Modugno, nacque Caffè Crème».
Un altro fattore a cui la famiglia sta attenta fin dall’inizio è la sostenibilità ambientale: «Escludemmo a priori le capsule, puntando esclusivamente sulle cialde». La torrefazione barese oggi dà lavoro ad 11 persone (più il nucleo famigliare, l’exort manager e gli agenti), ha due flagship-bar a Bari e altri che apriranno nel resto d’Italia e forse anche all’estero, e infine una Caffè Academy in azienda, affidata a Fabiana Bianco, per diffondere la conoscenza della qualità del caffè.
«Il 60% del nostro mercato è italiano, il 40% è estero». Cresce l’ecommerce, dove «abbiamo iniziato giocando e invece i tassi di crescita sono incredibili». Il fatturato è già arrivato a due milioni di euro. Si tratta di un ottimo risultato, in un mercato dominato da marchi storici e consolidati: «Cerchiamo di distinguerci proponendo un caffè di qualità altissima. Volutamente, entrando in un mercato già saturo, abbiamo deciso di non combattere con le stesse armi della concorrenza. Abbiamo puntato, piuttosto, a crearci una nicchia, un mercato in cui non siamo attaccabili». Gli obiettivi per il 2019 sono chiari: «Aumentare la quota di mercato estero, puntando soprattutto sui mercati arabi, e l’e-commerce, dove stiamo mettendo in campo risorse e personale qualificato. E infine vogliamo lavorare sempre di più con l’Academy: stiamo avviando collaborazioni con le scuole superiori, gli istituti alberghieri in particolare. Vogliamo incentivare le competenze».

LA MIA MILANO

Blogger ed esperta di social media marketing. Nella rubrica “Pugliami” racconta i pugliesi che si sono trasferiti nel capoluogo lombardo.

Presentati ai nostri letori: chi sei e cosa fai?

Mi occupo di digital communication e social media marketing, aiuto le piccole e medie aziende e liberi professionisti a raccontarsi sui social, su siti e blog. Scrivo anche su testate oline nel settore travel. La mia specialità è Instagram il social network del momento. Mi occupo anche di Influencer Marketing e seguo, in collaborazione con un’agenzia specializzata in questo campo, progetti di noti brand che utlizzano gli influencer per raccontarsi. Mi piace molto il mio lavoro e mi impegna tantissimo. E’ un settore che si evolve velocemente e che richiede formazione cintinua. Ma è questo sicuramente l’aspetto più interessante! Da un anno e mezzo ho deciso di fare il grande passo: lavorare da freelan- ce, un sogno nel cassetto che avrei prima o poi realizzato. Mi piace molto viaggiare, scoprire luoghi, storie e persone fuori dal comune, una passione che ho deciso di concretizzare mettendo su il blog Milanosguardinediti (www.milanosguardinediti.com) qualche anno fa. Qui racconto chicche e curiosità di una Milano poco conosciuta, alternativa e underground. Quella non turistica che spesso neanche i milanesi conoscono. E capovolgo così i luoghi comuni che etichettano Milano come una città grigia, noiosa che vive di solo lavoro. Altro che noiosa, è una città di un fascino unico e in continuo progress. Addirittura ha vinto il design award 2019, posizionandosi come città dell’anno secon- do la rivista britannica “Wallpaper” che premia l’avanguardia del design, dell’architettura e dell’arte. Sul blog, nella sezione “Pugliami”, parlo anche dei pugliesi a Milano. Perché in fondo le radici non si dimenticano! La comunità dei pugliesi a Milano è gigantesca ed è costituita da menti brillanti che ricoprono ruoli importanti in grandi aziende e da persone che hanno storie dav- vero interessanti da raccontare. Faccio inoltre parte del direttivo dell’Associazione dei Pugliesi a Milano ricoprendo il ruolo di social media coordinator. Con l’associazione stiamo portando avanti progetti interessanti che hanno l’obiettivo di fare rete tra aziende e professionisti pugliesi, creare opportunità e sinergie tra la Puglia e Milano.

Scarlinpizza – L’esempio di una generazione

L’azienda l’ha creata papà Nicola 23 anni fa, lasciò il mondo della macelleria, in cui operava la sua famiglia. Rilevò un bar di San Giovanni, 16 metri quadrati, e iniziò a fare panzerotti e patatine fritte. Qualcuno lo prese per pazzo. E invece fu la sua fortuna. E se oggi siamo diventati quello che siamo, con i nostri 35 dipendenti e questo nuovo stabilimento di produzione, è proprio grazie a quell’atto di coraggio e al duro lavoro che papà ha fatto negli anni». La voce di Antonio Scarlino, figlio di Nicola, è rotta dall’emozione, perché solo chi ha conosciuto il duro lavoro, le notti insonni, le ore rubate a moglie e figli, sa capire davvero i sacrifici e le assenze dei genitori. Capire, non apprezzare, perché le assenze non si possono apprezzare, anche quando sono “a fin di bene”, per portare avanti la famiglia. Antonio è praticamente cresciuto in azienda. Facoltà di Giurisprudenza abbandonata al secondo anno per dedicarsi alla ditta, accanto a suo padre. Oggi come ieri.

«Facevamo 1500 panzerotti fritti per sera e 3 quintali di patatine fritte. La domenica mattina iniziavamo a fare il panzerotto e lo congelavamo nel pozzetto dei gelati. Tommaso, un amico, chiese a papà di fornirgli il prodotto surgelato. Siamo andati avanti con lui per 4-5 anni, il lavoro cresceva e papà gli disse che non ce la faceva più perché aveva bisogno di spazio. Io ho trovato il secondo cliente, poi il terzo, il quarto e il quinto. Arrivarono anche gli insoluti di alcuni di loro. Per 10-12 anni siamo andati avanti cosi. Poi nel 1997 abbiamo finalmente fatto il primo stabilimento». E da meno di un anno, di fronte al primo stabilimento di Casarano, è stato inaugurato il nuovo, ultramoderno, spazioso, ben arredato. Da qui escono ogni giorno pizze surgelate, focacce e una seria di snack derivati dalla pizza. Fatturato di sei milioni di euro, che si divide al 50% Italia e al 50% estero, con quest’ultimo che è destinato ad aumentare.

PANZEROTTO MANIA La moda del momento

A New York come a Londra, a Milano come a Tokyo: è il prodotto più ricercato. Corner, locali, bancarelle spuntano come funghi. Ecco alcune storie

Classico (mozzarella e pomodoro) o gourmet. A Milano come a Londra, a New York come a Tokyo. In versione street-food, alle bancarelle di qualche mercatino, oppure in locali dove è possibile sedersi e bere una birra. La moda del momento è il panzerotto pugliese. E sembra funzionare. A Milano ci sono Michela e Matteo Di Canosa, cerignolani con un passato nel mondo finanziario, che hanno recentemente inaugurato il loro terzo locale dell’ormai minicatena “Il Priscio – Panzerotteria con salumi”.
Li trovate in via Santa Tecla 5, in corso Porta Ticinese 1 e al Bicocca Village. Magari andateci il giovedì, quando è di scena il Giropanzerotto: cinque panzerotti (l’ultimo alla nutella) più bevanda a 15 euro. Insomma, si fa sul serio.
A Londra c’è “Panzerotto blues”, di Gianni Perillo e sua moglie Angela, altamurani. Sono presenti al Greenwich Market e al Tooting Market. E anche questa è una storia interessante. «Ho lavorato 12 anni per la Total Erg, sarei potuto andare tranquillamente in pensione con l’azienda, stipendio decente, macchina aziendale, benefit, lavoro nella mia città di nascita, insomma non mi mancava niente per vivere in maniera dignitosa, però non stavo bene, non mi sentivo appagato, ero un leone in gabbia, volevo fare l’imprenditore!». A giugno del 2014, dopo 12 anni, Gianni lascia l’azienda: «Decido di partire a Londra per imparare l’inglese e puntare sul panzerotto, che lì non era presente. Non sapevo nemmeno tenere il mattarello in mano, avevo solo fatto un corso da pizzaiolo di 3 giorni presso Pizza.it, nelle Marche, nient’altro. Più tardi ho imparato il mestiere grazie ad un cugino di mia madre che è panettiere da 50 anni, che a sua volta aveva imparato il mestiere da mio nonno».
Panzerotto blues oggi è una realtà, piccola ma in crescita. E i londinesi gradiscono. «Sulla base della mia esperienza personale posso dire che niente è impossibile. Se una persona ha un sogno, un desiderio, un qualcosa di nascosto dentro di sè, può realizzarlo. Ma per farlo è fondamentale avere 2 cose: un pizzico di “follia” e la “rabbia”. Perchè se hai tutto ciò allora riesci a perserverare, altrimenti molli alle prime difficoltà».
A New York gli ambasciatori del panzerotto pugliese sono Vittoria Lattanzio (27 anni di Bitonto) e Pasquale De Ruvo (36, di Ruvo), con “Panzerotto bites”.

Angelo Sabatelli – Non si vive solo di stelle

La ristorazione pugliese vive un momento di gran fermento, con la nascita di nuovi concept (Pescaria e i suoi cloni) e l’emergere di giovani chef. È una crescita partita tardi, rispetto per esempio al settore vinicolo, dove la virata verso la qualità ed il gioco di squadra hanno prodotto risultati importanti già da qualche anno. Le stelle Michelin aumentano, il servizio nelle sale migliora, i locali gourmet si moltiplicano di numero. Ma non tutto è rose e fiori, ovviamente. Di tutto questo abbiamo parlato con Angelo Sabatelli, uno degli chef stellati pugliesi. Che ha sempre qualcosa di interessante da dire e da proporre, non solo in carta. È appena tornato da un viaggio di vacanza-lavoro in Asia, ed è da qui che partiamo.

Cosa trovi di interessante nella cucina asiatica?

E’ molto varia. Ogni regione ha gli stessi ingredienti ma vengono usati in maniera differente. Accade anche in Italia, per esempio con i pomodori e le patate. In Italia però non è ancora arrivata la varietà delle cucine etniche, forse per la difficoltà di reperire gli ingredienti. A parte Milano che è il posto migliore sia per trovare certi ingredienti che un pubblico.

Che problemi ha il settore?

Ci frega il nostro sistema fiscale e burocratico che ci ammazza tutti. La Spagna è riuscita a creare un sistema in pochi anni. In ogni buon ristorante trovi tanti stagisti: io non dico che bisogna aprire allo sfruttamento, ma imparare, quello sì. La Francia lo ha fatto nei secoli, la Spagna in pochi anni. Vuoi perché la gente ha accettato la assortita creatività dei cuochi, vuoi perché accetta stagisti senza problemi. Sta di fatto che ogni cuoco importante può contare su 30-40 ragazzi, e le cose cambiano. Nei nostri ristoranti invece a mala pena trovi due cuochi in cucina. Poi ci sono realtà come la mia e altre dove ne trovi 6-7, ma si tratta di casi rari. L’altra sera parlavo con Fulvio Pierangelini, chef del Rocco Forte Hotel che ha rilevato Masseria Maizza. E parlavamo proprio di questo problema: dell’Italia che non riesce a fare le cose che si fanno altrove. Troppe tasse e poca gente che spende.

Qual è la clientela di un ristorante stellato?

Molto variegata. L’estate più il cliente di fuori, italiano o straniero, perché i locali se ne vanno al mare. In autunno, inverno e in primavera quasi tutti locali. E poi abbiamo di tutto, dal professionista, all’imprenditore, all’operaio. Ti sembrerà strano ma è così. E ad una cosa tengo in particolare: tutti i clienti devono essere trattati come fossero clienti di serie A, non ci sono clienti di serie B o C. Anche perché in mezzo a questi clienti ci può essere qualcuno che ha dovuto mettere i soldi da parte per venire a cenare da me, e quindi, devo trattarlo come fosse il miglior cliente.

Cantine Due Palme – Restare uniti per continuare a crescere

La crescita delle Cantine Due Palme è impressionante e continua a sorprendere: 1000 soci, 15 milioni di bottiglie (in costante aumento anno dopo anno), 34 milioni di fatturato, 150 dipendenti. Si tratta di una delle realtà pugliesi più grandi del settore vinicolo. L’anima di Due Palme è da sempre Angelo Maci, che è anche l’enologo della cantina. Al suo fianco nella straordinaria crescita ci sono il direttore generale Assunta De Cillis, e le due figlie di Angelo, Antonella e Melissa. In questa intervista di gruppo abbiamo parlato con loro del mondo vitivinicolo pugliese e del futuro delle Cantine Due Palme.

Qual è il segreto del vostro successo?

«Sicuramente il segreto del nostro successo è da ricercare nella coesione e nella collaborazione che da sempre ci ha contraddistinti. Restare uniti per crescere, lavorare insieme per portare nel mondo la nostra passione per questo meraviglioso territorio unico e la tradizione enologica del nostro Salento. Controllare ogni fase del processo produttivo, dal vigneto al calice di vino, passando attraverso la vinificazione, la commercializzazione e la promozione delle nostre etichette, tutto certificato e garantito dal nome Due Palme, sinonimo di qualità e salvaguardia del territorio. Portare nel mondo l’unicità dei nostri Alberelli, la storia vitivinicola tramandata da generazioni e che risale a tremila anni fa, la nostra cultura che trasuda l’amore per la terra e i suoi tesori. Ecco cosa portiamo nel Europa che l’Asia, zone di interesse strategico perché di grandissime potenzialità. Qui il Made in Italy cresce sia in termini di volumi che di riconoscimento qualitativo».

Siete stati la prima coooperativa ad operare seguendo standard manageriali. Ma ci tenete ancora ad apparire come una grande famiglia. Perché?

«Siamo orgogliosi dei principi mutualistici che ci caratterizzano da sempre e sui quali si basa la nostra Cooperativa. Senza questa sinergie di intenti e di menti, di mani operose e sfide innovative, Cantine Due Palme non sarebbe ciò che è. E siamo ugualmente fieri di poter contare su partners commerciali che, in ogni angolo del mondo, hanno sposato e continuano a credere in queste idee e questi valori. Non a caso, appunto, li chiamiamo partners e mai solo meri clienti».

Con Caradonna Art Movers l’arte viaggia in mani sicure

Quello di Caradonna è ormai un nome storico nel panorama industriale barese. L’azienda nata nel 1969 per opera di Giuseppe Caradonna, già direttore di filiali di altre aziende del settore, iniziò a muovere i primi passi nel ramo della logistica, della spedizione di merci generiche e dei traslochi, rivolgendosi fin da subito ad una fascia di utenza medio-alta. Quando nella metà degli anni ‘80 comparvero sul mercato le prime autoscale, Caradonna si adegua alle Caradonna si adegua alle novità imposte dai tempi e inizia a specializzarsi nel trasporto degli oggetti preziosi e dei quadri, creando degli imballi ad hoc solo per le opere d’arte. Fu così che iniziarono ad arrivare le prime richieste delle Soprintendenze. L’impresa nel frattempo è divenuta leader nel Sud Italia per il trasporto delle opere d’arte, «un business che non conosce crisi e su cui intendiamo puntare sempre di più», dice Teresa Caradonna, figlia di Giuseppe, che con i fratelli Claudio e Nicola ha preso in mano le redini dell’azienda, anche se il papà, che oggi ha 87 anni, non salta un giorno d’ufficio ed è molto attivo sui social.

Cos’ha di diverso questo settore, rispetto a quello dei traslochi e delle spedizioni in generale?
«Qui la logistica richiede sopralluoghi per visionare le opere e il loro posizionamento, per rilevarne le criticità. I luoghi di accesso non sono sempre facili, bisogna studiare la tipologia di imballo più adatto, espletare pratiche di Belle Arti e doganali. Inoltre bisogna lavorare fianco a fianco con il prestatore dell’opera o con il curatore della mostra o con la Soprintendenza, affinché tutto fili liscio. Diciamo che non è un lavoro che puoi affidare in tutto e per tutto ad un dipendente, ma richiede spesso la presenza dell’imprenditore».

Che difficoltà incontrate?
Abbiamo difficoltà a trovare persone con competenza e professionalità. Ed è per questo che ci stiamo organizzando per erogare formazione. Ci siamo chiesti: se c’ė la domanda di queste figure professionali, perché la Regione non interviene? In fondo quella dell’art-handler, l’operaio specializzato nella movimentazione delle opere d’arte, è una figura già riconosciuta nel mondo. E devo dire che in Regione hanno colto l’opportunità e probabilmente nelle prossime settimane potrebbe partire una iniziativa importante».

Il prossimo obiettivo?
«Mi piacerebbe poter realizzare a breve un sogno che ho nel cassetto: un hub dell’arte in azienda, che preveda un’area di stoccaggio delle opere in totale sicurezza, all’interno di un caveau blindato con microclima, uno spazio di co-working per restauratori di opere d’arte contemporanea e libri antichi, con tutte le attrezzature necessarie, una residenza per gli artisti e degli spazi per fare formazione professionale. Spero di realizzarlo nel giro di un anno. Sarebbe davvero una innovazione. Inoltre stiamo lavorando ad un progetto per innovare i sistemi di imballo delle opere. Ma c’è un’altra importante novità….”

NICOLA AMENDUNI

UN NOME CHE HA FATTO LA STORIA DELL’ECONOMIA BARESE. È A CAPO DI UN GRUPPO CHE COMPRENDE ACCIAIERIE E AZIENDE MECCANICHE. HA 100 ANNI, MA OGNI GIORNO SI RECA IN AZIENDA, MATTINA E POMERIGGIO. E NON HA PERSO IL VIZIO DI FARE AFFARI E INVESTIRE…

Se volete leggere un buon libro di management, che insegni come fare impresa e conservare il fiuto per gli affari, allora cercate una copia di “Olio, acciaio e… fantasia” (Rumor Edizioni). Lo ha scritto due anni fa Nicola Amenduni, imprenditore barese, che oggi ha 100 anni e da diverso tempo vive a Vicenza, dove ha sede il quartier generale del gruppo Valbruna, le acciaierie che suo suocero gli affidò dopo aver capito che il genero, barese, la sapeva lunga. Molto lunga.

«Per me è uno dei cinque più grandi imprenditori italiani, e non solo per l’età», dice Michele Stillavati, amministratore della Amenduni spa, l’azienda fondata nel 1905 da Michele Amenduni, padre di Nicola. E se lo dice lui, che lo conosce bene, qualcosa di vero ci sarà.
Leggendo il libro si ha modo di ripercorre la storia contemporanea d’Italia: la guerra, le confische delle aziende, la liberazione, il rapporto con gli americani, il grande boom, su su fino ai giorni nostri, al sequestro dell’Ilva (in cui Amenduni aveva una piccola percentuale). Ma soprattutto, il libro è il modo migliore per conoscere aneddoti, storie mai raccontate, ed il fiuto straordinario di Amenduni per gli affari (puliti), la sua innata dote che lo ha portato svariate volte ad inventare macchinari che hanno avuto successo ed hanno rivoluzionato il settore di sua competenza (quello della produzione dell’olio di oliva) ma anche altri settori ai quali nel corso della sua lunga vita si è avvicinato.
È la storia di una grande ascesa, di una piccola caduta (quando aveva diversificato investendo sul cinema e lasciandosi investire dal mondo del jet-set romano). È la storia di un grande amore, quello con la moglie Mariuccia, di una famiglia di imprenditori pugliesi, di una terra che ha conosciuto alti e bassi ma che ha sempre dimostrato di saper stare al passo di aree più attrezzate e più ricche.
Dal 1960, purtroppo per la Puglia, Nicola Amenduni vive in Veneto dove c’è il core business del suo gruppo industriale, la produzione dell’acciaio. Per farsi un’idea, il fatturato complessivo è di circa un miliardo di euro. L’azienda di Bari, 62 12.000 metri quadrati, fattura “appena” 30 milioni, ma è l’unica del gruppo a conservare il nome del capofamiglia. Ed è anche un gioiello, che produce macchinari all’avanguardia (è così fin dalla nascita) in un ambiente che tutto sembra tranne che una immensa officina meccanica.
Amenduni l’ha affidata a buone mani: Stillavati lo ha assunto nel 1991, veniva dalle officine Calabrese (una delle tante belle storie finite male, o comunque finite). «All’epoca vendevamo esclusivamente in Italia, con fatturati molto più bassi. L’estero è stato sia una scelta strategica che una necessità: se non lo avessimo fatto forse oggi non esisteremmo più». Infatti il fatturato ė al 70% proveniente dall’estero: Grecia, Turchia, Iraq, Siria, Libano, Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna (dove c’è l’altra azienda del gruppo). «Ma vendiamo macchine anche in Australia, Cile, Argentina, Messico, Stati Uniti». Il costo medio degli impianti è di circa 250mila euro. «Accompagniamo il cliente nella progettazione e nel post vendita, per battere la concorrenza, che in questo settore è italiana o tedesca».
Tra le italiane, la Amenduni è quella con le migliori performance negli ultimi 15 anni. I dipendenti sono 80: buona parte di questi sono giovani, subentrati ai loro genitori. «Utilizziamo molto l’indotto pugliese, intorno a Bari ci sono aziende eccellenti nel settore della meccanica. Progettiamo macchinari nuovi, abbiamo un reparto “Ricerca&Sviluppo” molto importante, che non si avvale di contributi pubblici ma è finanziato con parte degli utili aziendali. Per fortuna sono 26 anni consecutivi che facciamo utili», dice, comprensibilmente soddisfatto, l’amministratore delegato dell’azienda, che paradossalmente i problemi più grossi li vede e li vive proprio a casa sua: «I fondi dei PSR sono bloccati.