Il nuovo numero vi aspetta in libreria dall'1 Gennaio

 


Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

Con Caradonna Art Movers l’arte viaggia in mani sicure

Quello di Caradonna è ormai un nome storico nel panorama industriale barese. L’azienda nata nel 1969 per opera di Giuseppe Caradonna, già direttore di filiali di altre aziende del settore, iniziò a muovere i primi passi nel ramo della logistica, della spedizione di merci generiche e dei traslochi, rivolgendosi fin da subito ad una fascia di utenza medio-alta. Quando nella metà degli anni ‘80 comparvero sul mercato le prime autoscale, Caradonna si adegua alle Caradonna si adegua alle novità imposte dai tempi e inizia a specializzarsi nel trasporto degli oggetti preziosi e dei quadri, creando degli imballi ad hoc solo per le opere d’arte. Fu così che iniziarono ad arrivare le prime richieste delle Soprintendenze. L’impresa nel frattempo è divenuta leader nel Sud Italia per il trasporto delle opere d’arte, «un business che non conosce crisi e su cui intendiamo puntare sempre di più», dice Teresa Caradonna, figlia di Giuseppe, che con i fratelli Claudio e Nicola ha preso in mano le redini dell’azienda, anche se il papà, che oggi ha 87 anni, non salta un giorno d’ufficio ed è molto attivo sui social.

Cos’ha di diverso questo settore, rispetto a quello dei traslochi e delle spedizioni in generale?
«Qui la logistica richiede sopralluoghi per visionare le opere e il loro posizionamento, per rilevarne le criticità. I luoghi di accesso non sono sempre facili, bisogna studiare la tipologia di imballo più adatto, espletare pratiche di Belle Arti e doganali. Inoltre bisogna lavorare fianco a fianco con il prestatore dell’opera o con il curatore della mostra o con la Soprintendenza, affinché tutto fili liscio. Diciamo che non è un lavoro che puoi affidare in tutto e per tutto ad un dipendente, ma richiede spesso la presenza dell’imprenditore».

Che difficoltà incontrate?
Abbiamo difficoltà a trovare persone con competenza e professionalità. Ed è per questo che ci stiamo organizzando per erogare formazione. Ci siamo chiesti: se c’ė la domanda di queste figure professionali, perché la Regione non interviene? In fondo quella dell’art-handler, l’operaio specializzato nella movimentazione delle opere d’arte, è una figura già riconosciuta nel mondo. E devo dire che in Regione hanno colto l’opportunità e probabilmente nelle prossime settimane potrebbe partire una iniziativa importante».

Il prossimo obiettivo?
«Mi piacerebbe poter realizzare a breve un sogno che ho nel cassetto: un hub dell’arte in azienda, che preveda un’area di stoccaggio delle opere in totale sicurezza, all’interno di un caveau blindato con microclima, uno spazio di co-working per restauratori di opere d’arte contemporanea e libri antichi, con tutte le attrezzature necessarie, una residenza per gli artisti e degli spazi per fare formazione professionale. Spero di realizzarlo nel giro di un anno. Sarebbe davvero una innovazione. Inoltre stiamo lavorando ad un progetto per innovare i sistemi di imballo delle opere. Ma c’è un’altra importante novità….”

NICOLA AMENDUNI

UN NOME CHE HA FATTO LA STORIA DELL’ECONOMIA BARESE. È A CAPO DI UN GRUPPO CHE COMPRENDE ACCIAIERIE E AZIENDE MECCANICHE. HA 100 ANNI, MA OGNI GIORNO SI RECA IN AZIENDA, MATTINA E POMERIGGIO. E NON HA PERSO IL VIZIO DI FARE AFFARI E INVESTIRE…

Se volete leggere un buon libro di management, che insegni come fare impresa e conservare il fiuto per gli affari, allora cercate una copia di “Olio, acciaio e… fantasia” (Rumor Edizioni). Lo ha scritto due anni fa Nicola Amenduni, imprenditore barese, che oggi ha 100 anni e da diverso tempo vive a Vicenza, dove ha sede il quartier generale del gruppo Valbruna, le acciaierie che suo suocero gli affidò dopo aver capito che il genero, barese, la sapeva lunga. Molto lunga.

«Per me è uno dei cinque più grandi imprenditori italiani, e non solo per l’età», dice Michele Stillavati, amministratore della Amenduni spa, l’azienda fondata nel 1905 da Michele Amenduni, padre di Nicola. E se lo dice lui, che lo conosce bene, qualcosa di vero ci sarà.
Leggendo il libro si ha modo di ripercorre la storia contemporanea d’Italia: la guerra, le confische delle aziende, la liberazione, il rapporto con gli americani, il grande boom, su su fino ai giorni nostri, al sequestro dell’Ilva (in cui Amenduni aveva una piccola percentuale). Ma soprattutto, il libro è il modo migliore per conoscere aneddoti, storie mai raccontate, ed il fiuto straordinario di Amenduni per gli affari (puliti), la sua innata dote che lo ha portato svariate volte ad inventare macchinari che hanno avuto successo ed hanno rivoluzionato il settore di sua competenza (quello della produzione dell’olio di oliva) ma anche altri settori ai quali nel corso della sua lunga vita si è avvicinato.
È la storia di una grande ascesa, di una piccola caduta (quando aveva diversificato investendo sul cinema e lasciandosi investire dal mondo del jet-set romano). È la storia di un grande amore, quello con la moglie Mariuccia, di una famiglia di imprenditori pugliesi, di una terra che ha conosciuto alti e bassi ma che ha sempre dimostrato di saper stare al passo di aree più attrezzate e più ricche.
Dal 1960, purtroppo per la Puglia, Nicola Amenduni vive in Veneto dove c’è il core business del suo gruppo industriale, la produzione dell’acciaio. Per farsi un’idea, il fatturato complessivo è di circa un miliardo di euro. L’azienda di Bari, 62 12.000 metri quadrati, fattura “appena” 30 milioni, ma è l’unica del gruppo a conservare il nome del capofamiglia. Ed è anche un gioiello, che produce macchinari all’avanguardia (è così fin dalla nascita) in un ambiente che tutto sembra tranne che una immensa officina meccanica.
Amenduni l’ha affidata a buone mani: Stillavati lo ha assunto nel 1991, veniva dalle officine Calabrese (una delle tante belle storie finite male, o comunque finite). «All’epoca vendevamo esclusivamente in Italia, con fatturati molto più bassi. L’estero è stato sia una scelta strategica che una necessità: se non lo avessimo fatto forse oggi non esisteremmo più». Infatti il fatturato ė al 70% proveniente dall’estero: Grecia, Turchia, Iraq, Siria, Libano, Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna (dove c’è l’altra azienda del gruppo). «Ma vendiamo macchine anche in Australia, Cile, Argentina, Messico, Stati Uniti». Il costo medio degli impianti è di circa 250mila euro. «Accompagniamo il cliente nella progettazione e nel post vendita, per battere la concorrenza, che in questo settore è italiana o tedesca».
Tra le italiane, la Amenduni è quella con le migliori performance negli ultimi 15 anni. I dipendenti sono 80: buona parte di questi sono giovani, subentrati ai loro genitori. «Utilizziamo molto l’indotto pugliese, intorno a Bari ci sono aziende eccellenti nel settore della meccanica. Progettiamo macchinari nuovi, abbiamo un reparto “Ricerca&Sviluppo” molto importante, che non si avvale di contributi pubblici ma è finanziato con parte degli utili aziendali. Per fortuna sono 26 anni consecutivi che facciamo utili», dice, comprensibilmente soddisfatto, l’amministratore delegato dell’azienda, che paradossalmente i problemi più grossi li vede e li vive proprio a casa sua: «I fondi dei PSR sono bloccati.

L’orologio Made in Puglia ha un cuore cinese

I marchi “Lancaster” e “Strumento Marino” nascono a Bari. Ma quella di Alfredo Giovine è un’azienda globalizzata: compra i componenti da 32 fornitori asiatici e li assembla nella sua fabbrica di Shenzen. Ha uffici commerciali ad Hong Kong, Miami e Dubai e vende in 23 paesi nel mondo. Oltre che su aerei e navi da crociera

La Lancaster di Alfredo Giovine è sicuramente uno dei migliori esempi di aziende pugliesi di successo, che sfruttando le opportunità della globalizzazione sono riuscite a raggiungere i mercati di mezzo mondo, ma è allo stesso tempo anche un esempio di azienda low profile. Merito del suo titolare, che in alcuni momenti appare istrionico, in altri sembra voler tirare il freno e preferisce restare dietro le quinte: «Sia ben chiaro, è vero che siamo ormai presenti in 23 paesi, ma in nessuno di questi sono un fenomeno».
L’azienda ha sede in un ampio seminterrato situato a due passi dall’Ateneo. È qui che vengono ideati e disegnati gli orologi Lancaster e “Strumento marino”, il brand nato qualche anno fa per regalare agli appassionati di pesca subacquea e vela degli orologi di alta qualità che però strizzassero l’occhio al fashion. A fondare la Lancaster fu, negli anni ‘80, il papà di Alfredo, Beniamino, venuto a mancare sei anni fa. Era un distributore della Philips e conobbe un coreano che produceva orologi a Shenzen. Da lì nacque l’idea di creare un proprio marchio, italiano nello stile e nel design, ma assemblato in Cina, prestando attenzione alla assoluta qualità e correttezza dei fornitori. L’intuizione era giusta e la crescita è stata costante. Non solo dell’azienda, ma anche di Shenzen: «Quando papà comprò lì il suo primo immobile la città aveva solo 300.000 abitanti, oggi ne ha 16 milioni».
Alfredo è cresciuto in questo ambiente: «Avevo 16 anni quando mio padre iniziò a portarmi in giro con lui dai clienti». Oggi Giovine junior ha 45 anni e guida un’azienda che da 19 anni ha un ufficio commerciale a Dubai, da 6 a Miami: una sorta di globalizzazione ante litteram. «Abbiamo sempre fatto ciò che il mercato chiedeva, e in qualche modo siamo stati premiati». Nel 2017 Giovine ha venduto 160.000 orologi a marchio Lancaster (in vendita al pubblico a prezzi da 200 a 6000 euro), 90.000 a marchio “Strumento marino” (in vendita a prezzi che oscillano dai 120 ai 500 euro). Il fatturato complessivo è arrivato a 10 milioni e i dipendenti sono diventati 130 (80 dei quali in Cina). Considerando che si tratta di una piccola azienda che non investe somme ingenti in campagne pubblicitarie, si tratta di numeri importanti.

Percorsi dell’anima. In Valle d’Itria

QUALE BELLEZZA SALVERÁ IL MONDO? DOMANDA PIÙ che enigmatica quella che Dostoesvkij, nell’Idiota, fa ri- volgere da Ippolit, giovane ateo gravemente ammalato di tisi, al principe Myskin, cristiano zelante, che lo assiste. Domanda senza risposta, il principe non si pronuncia. Quesito irrisolto, dalle tante possibili soluzioni, ma basato su un assioma: la civiltà non può fare a meno della bellezza. E neppure della cultura. È grazie alla cultura che le società evolvono, le economie crescono, le coscienze civili si formano e le identità si consolidano. La cultura conta, anche in termini economici. Senza cultura non può esserci sviluppo..

Quello culturale è il principale collante capace di aggregare dal nulla, o dal poco, e di rendere poi facile costruire tutto il resto. La promozione della propria identità cul- turale può trasformarsi per un Paese in una autentica e formidabile leva di ricchezza, per aprire al mondo i mercati del turismo e il business del commercio. Dal binomio cultura e sviluppo, dovremmo passare all’equazione cultura = sviluppo, ossia cultura è sviluppo. Col crescere della cultura, cresce proporzionalmente lo sviluppo, e viceversa.

Siamo favoriti dal brand Made in Italy, dal clima e dal cibo, dalla fama del no- stro patrimonio culturale e naturalistico in tutta la Penisola. Pur al primo posto per il proprio capitale culturale, risultiamo al decimo posto per attrattività generale. Il vulnus risiede nella incapacità di agire in maniera sistemica, di presentare il Paese come un unicum dalle tante culture e dai diversi messaggi. La bellezza è più che estetica, possiede una dimensione etica e religiosa. Papa Francesco, ma anche Papa Giovanni Paolo II (oggi Santo) e il Papa Emerito Benedetto XVI, hanno dato speciale importanza alla trasmissione della fede cristiana attraverso la via della bellezza (la via Pulcriritudinos). Non basta che il messaggio sia buono e giusto, deve essere anche bello, perché solo così si arriva al cuore della persona e suscita l’amore che attrae (Esortazione la gioia del Vangelo, n. 167). Gesù stesso è la Bellezza. Ma in che modo la bellezza salverà il mondo? Solo se saremo noi a volerlo. Il bello è buono, è verità; è una emozione: la troviamo in un paesaggio, sia naturale che agrario, nell’arte, nel gesto, nella bontà, ma anche nel design, nei prodotti artigianali, nella imprenditoria illuminata, in definitiva dipende dall’uomo. Il mondo può salvarlo solo l’uomo, recuperando la memoria del passato e dare impulso per un nuovo Rinascimento. La bellezza resta, oggi è diventato un hashtag, #labellezzaresta, che unisce tutti coloro che sognano di rendere la bellezza un messaggio virale, per raccontare la bellezza come motore rigenerativo. Emozione deriva da emoveo, mi muovo: è andando verso qualcosa che scopriamo la bellezza. E il viaggio alla scoperta della bellezza non deve fermarsi mai.

Il Gin portoghese un pò pugliese

Portogallo e Salento, una vitalità e un misto di energie e tradizioni uniche! Lisboa Vini è una piccola, ma intraprendente azienda di importazione e distribuzione ed oggi anche di produ- zione, che nasce da una storia d’amore, quella di Pedro e Grazia, un matrimonio Italo-Portoghese nato molti anni fa: Pedro originario di Lisbona e Grazia di origine Salentina, due personalità accoglienti e solari, unite da una profonda passione per i viaggi ed i grandi Vinie distillati. Li trovi ad accoglierti al loro wine bar, il Cafè Lisboa, a Trepuzzi, a due passi dalla città barocca, con incredibili cocktail e sfizierie portoghesi. Far bere bene è una passione che è diventato un lavoro ed una missione: far conoscere i prodotti portoghesi in Puglia e connettere sempre di più i due territori. Ultimo nato della famiglia, il GIN 585.5 MILES, totalmente prodotto in Portogallo da Pedro Ferreira, è un vero e proprio omaggio a quell’elemento imponente e misterioso che è l’Oceano Atlantico con la sua vegetazione profumata e nutriente; Con le sue dieci botaniche: ginepro, erba di San Giovanni(erba medicinale), coriandolo, arancia, limone, cardamomo, liquirizia, angelica, lavanda, alghe oceaniche e acqua di sorgente, 585.5 regala un’esperienza di freschezza ed un’intensità fuori dal comune, un’aroma persistente di alga marina che lo rende perfetto per suggellare l’incontro sul palato con specialità culinarie di mare, specie se crudo, come molluschi freschi, sushi e sashimi, crostacei, ostriche. Una bella novità per chi in puglia ama assaporare i gustosi e tipici piatti di crudo di mare.

Pantaleo, l’olio pugliese di qualità che piace nel mondo, viene prodotto in uno stabilimento ultratecnologico

Macchinari avanzatissimi, 50 cisterne interrate, controlli serrati lungo tutto il percorso dalla campagna alla bottiglia. Così l’azienda fasanese è riuscita a diventare leader in mercati importanti come Usa, India e Giappone.

DAL 1890 LA FAMIGLIA PANTALEO DEDICA tutto il suo impegno, la sua passione e l’esperienza tramandata per generazioni alla produzione di un olio di qualità, dal sapore inconfondibile, che pur essendo il frutto di una produzione su scala industriale, riesce a conservare intatte quelle caratteristiche che hanno reso famoso nel mondo il Mezzogiorno d’Italia e la sua dieta mediterranea. Oltre che in ambito nazionale ed europeo, l’olio Pantaleo è oggi conosciuto ed apprezzato in importanti mercati mondiali tra cui Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud e soprattutto negli Stati Uniti, in India e in Giappone, Paesi nei quali la Pantaleo può vantare la leadership. Quello tra la famiglia Pantaleo e l’olio di oliva è un legame profondo. Una storia che lambisce tre secoli e coinvolge quattro generazioni di imprenditori pugliesi capaci, uno dopo l’altro, di offrire il loro contributo per la crescita e la competitività della Pan- taleo SpA, con continui cambi di marcia che hanno permesso all’azienda di restare sempre moderna e al passo con i tempi.

Tutto ebbe inizio grazie all’iniziativa imprenditoriale di Antonio Pantaleo. Fu però suo figlio Nicola a dare maggiore impulso all’azienda di famiglia, della quale prese le redini alla fine degli anni ’40, trasformando il suo nome in un marchio divenuto presto sinonimo di olio di qualità, anche oltre i confini della sua regione. Oggi la Nicola Pantaleo SpA, guidata da Donato Pantaleo con il prezioso aiuto di sua moglie Maura, del figlio Nicola e di sua moglie Amalia, è una realtà di spicco nella produzione olearia italiana.

Produrre qualità è un compito molto impegnativo. E lo diventa ancor di più quando s’intende farlo su larga scala, accrescendo le quantità di prodotto da immettere sul mercato. Per questo, soprattutto negli ultimi anni, Pantaleo ha adottato una politica di investimenti ragionata che consente da un lato di accrescere le proprie capacità produttive e dall’altro di migliorare il livello qualitativo del proprio olio, realizzato con la stessa cura di sempre. Un obiettivo perfettamente in linea con una filosofia aziendale che mira alla piena soddisfazione delle esigenze del cliente, al continuo miglioramento della qualità dei prodotti e dell’efficienza dei processi aziendali, al rigoroso rispetto delle normative vigenti. Tali valori sono condivisi a tutti i livelli dell’organizzazione aziendale e diffusi anche presso gli interlocutori esterni, il cui coinvolgimento diretto è considerato fondamentale per l’eccellenza del risultato.
La produzione è “just in time”, con riduzione delle scorte e veloci rotazioni di magazzino, massima freschezza del prodotto e Termine Minimo di Conservazione (T.M.C.) residuo sempre al massimo valore consentito. Per lo stoccaggio dell’olio l’azienda dispone di oltre 50 cisterne interrate (con capacità che vanno dalle 10 alle 500 tonnellate) completamente rivestite in acciaio inox.

Scarlino continua a crescere, e oltre ai wurstel amplia la sua produzione con i prosciutti di alta qualità

Dopo un otitmo 2017, anche il primo trimestre del 2018 si è chiuso con il segno più. L’azienda si conferma così tra i principali produttori italiani del settore. «Una scommessa vinta», dice l’amministratore unico Attilio Scarlino.

CON QUASI OTTO MILIONI DI CHILOGRAMMI distribuiti, tra l’Italia e l’estero, il Salumificio Scarlino ha confermato anche per il 2017, il suo ruolo di primattore tra i produttori italiani di wurstel. Numeri in crescita anche nel 2018, che è partito con un +2% nel primo tirmestre. Vicinissima ormai a raggiungere il traguardo delle 50 candeline, l’azienda salentina guarda con sempre più attenzione ai mercati stranieri, soprattutto dei paesi dell’area balcanica che le assor- bono, insieme a Malta, una quota di prodotto pari a quasi il 10%.
Mentre i volumi crescono, insieme ai clienti, ed anche la conoscenza del brand è ormai un patrimonio che varca i confini del nostro paese, nessuno dimen- tica la scommessa lanciata agli inizi degli anni ’70 dalla famiglia Scarlino di dare vita ad un impianto che producesse wurstel nel cuore della provincia di Lecce.
«È stata ed è una scommessa vinta – commenta l’amministratore unico Attilio Scarlino – che ci viene riconosciuta da tutti i canali del mercato, visto che i nostri prodotti registrano una presenza del 35,50% nel Normal Trade ed Ho.Re.Ca., del 29,30% tra Discount e Private Label. La GDO vale il 26,70%, mentre all’industria va l’8,50% dei nostri wurstel». Non ci si può adagiare, però, sui risultati raggiunti. Convinti che la fiducia del consumatore di wurstel si mantenga (o si riconquisti, a seconda dei punti di vista…) solo proponendo un prodotto di ottimo livello, la Scarlino sta puntando su una nuova linea con quattro referenze diverse, prodotte seguendo i canoni delle ricette originali della tradizione tedesca ed austriaca. L’obiettivo è quello di avere wurstel di altissima qualità, in budello naturale, che venga percepita dal consumatore, anche per l’utilizzo esclusivo di carni fresche di suino e, più specificatamente, di spalla magra.

Inoltre, da poco più di un anno, il Salumificio Scarlino ha allargato la sua proposta al mercato, affiancando allo storico wurstel una gamma di prosciutti cotti. “Nel 2017 ci siamo lanciati verso questo nuova avventura – spiega ancora Attilio Scarlino – dedicandoci, come era giusto che fosse, innanzi tutto a trovare il passo giusto in produzione, nelle ricette e nel posizionamento del prodotto. Oggi siamo presenti sul mercato con una gamma interamente prodotta con coscia intera di suino fresca. Sulla scorta delle esi- genze registrate presso il nostro target di riferimento, proponiamo tre tipologie di prosciutti: Quello Buono, Quello Scelto e Il Migliore Alta Qualità, che hanno un peso compreso tra 8,500 ed i 9,500 chilogrammi ed occupano ovviamente tre livelli differenti di posizionamento”.

La favola di Matteo

Brindisino, 15 anni, fenomeno. In forza alla Stella Azzurra Roma. È stato il primo quindicenne a giocare in serie B. Il Real Madrid lo ha voluto nella sua Cantera.

HO QUATTORDICI ANNI E SONO MAGRO COME un’acciuga, il mare mi sembra un miraggio, il caldo ammutolisce tutti gli eventuali respiri umani e animali nel raggio di diversi chilometri. Pomeriggio assolato di un fine settimana di settembre con la pelle bianca che è conseguenza di un’estate spesa a inseguire sogni londinesi, dove la grande truffa del punk turistico non paga più dividendi, e Carnaby Street diventa un tripudio di macchine fotografiche che, al costo di una sterlina a scatto, fermano le immagini di falsi punk ormai istituzionalizzati. Sono lontano dai rumori. In uno showcase per pochi fortunati osservo suonare David Sylvian con Holger Czukay, Jon Hassel e Ryuichi Sakamoto. Domani, penso, ritorno a casa: my whole world stands in front of me, my whole life stretches in front of me. Tutto il mio mondo si trova di fronte a me, tutta la mia vita si estende davanti a me.

Eccomi, a due passi dal mare, sul campo da basket della spiaggia, immobile guardo il canestro e lascio partire un missile che prima sbatte contro il primo ferro e poi ritorna alto sulla mia testa. Pochi secondi dopo, il pallone è nelle mani di un uomo che conosco, deve essere appena uscito dall’acqua perché le gocce scendono irregolarmente facendosi strada tra i peli del petto. Sorride e raccoglie il pallone, mi guarda e dice “vediamo come va”. Tira, con i piedi posizionati pochi centimetri dopo la linea del centrocampo, la retina appesa al canestro potrebbe anche non essersi mossa, lui mi guarda e sorride nuovamente, “va sempre bene”, dice, gira le spalle e mi saluta con un cenno della mano.

The book of your heart

NON RICORDO ESATTAMENTE DA QUANDO HO INIZIATO A FARCI caso. Inizio a diventare vecchio come loro, la memoria non mi accompagna più. Di certo fu al ritorno da una fiera al Nord Italia: appena varcai il confine tra Molise e Puglia gli occhi “scoprirono” qualcosa che c’era sempre stato ma che non avevo mai visto veramente. Perché quando si è giovani si è presi da altro. Si guarda altro. Si pensa ad altro. Del resto ogni cosa ha la sua età, il suo periodo giusto. Un po’ come i libri. Ce ne sono alcuni che devono essere letti in una certa fase della vita, altrimenti rischi di non capirli. Ho letto “Sulla strada” di Jack Kerouac a 45 anni e mi è parso una schifezza. Lo avessi preso in mano all’età di 18-20 anni sarebbe stato un capolavoro. E così è anche per ciò che ci circonda: siamo assuefatti al panorama tanto da non vederlo più. Come accade a volte con le mogli, i genitori, gli amici più cari: te li dimentichi. Tanto sai che ci sono. Fin quando ti accorgi che non ci sono più. E allora non potrai che convivere con i rimorsi. E i ricordi.

Di ritorno da quella edizione del Vinitaly, una ventina di anni fa (una ventina di anni fa, porca miseria!), dopo aver visto tante bottiglie di vino e molti bicchieri, scoprii la bellezza sconfinata delle nostre distese di ulivi. E rimasi incollato al finestrino dell’auto per ore, come se fosse lo schermo di un cinema. Fateci caso la prossima volta che attraversate il confine regionale a Nord della Puglia: tutto cambia in un attimo. C’è addirittura un tratto di autostrada in cui si scorgono solo le chiome degli uliveti, perché l’asfalto si abbassa, e non si scorge più l’orizzonte. Ulivi. Ulivi a perdita d’occhio. Lato mare e lato collina. Ulivi di ogni grandezza e di ogni bellezza. Ci sono quelli più piccoli, alberelli che fanno tenerezza, come fossero bambini in fasce, e ti viene da pensare a ciò che saranno un giorno, a cosa diventeranno. Ci sono quelli già più cresciuti ma ancora ben lontani dal diventare maestosi come i centenari o i millenari di Puglia: tronchi solidi ma non ancora robusti, aitanti ma ancora bisognosi di protezione, come un figlio adolescente che inizia a distaccarsi dai genitori, magari imitandoli, ma voglioso di spiccare il volo e ondeggiare libero tra le nuvole della vita.

E poi ci sono loro, i Signori di Puglia. Nel tratto Fasano-Ostuni sono ovunque. Bellissimi, romantici, plasmati dall’età, dal vento, dal sole. Arcigni e saggi, come lo sono i nonni. Fortificati da anni, decenni, secoli di gioie e av- versità. Di vita. Tronchi contorti, che si abbracciano e si inerpicano, regalando sculture naturali di fronte alle quali puoi solo restare a bocca aperta.

Gli ulivi secolari e millenari sono il nostro libro del cuore. Il cuore della Puglia. E sulle loro cicatrici è scritta una storia meravigliosa. La nostra

Guardo gli ulivi secolari e non riesco non pensare all’immagine di quei nonni ormai costretti all’immmobilità, seduti sulla poltrona di fronte alla tv, oppure su una sedia in balcone a caccia di un alito di vento che li rinfreschi e di un figlio o un nipote che vada a fargli compagnia, anche per un solo fottuto minuto. C’è una cosa che faccio ogni volta che mi trovo nella zona di Savelletri o di Ostuni: fermo l’auto e scendo. Cammino per qualche decina di metri ad ammirarli e fotografarli. Quando ne scorgo uno particolarmente maestoso, mi ci fermo davanti per un paio di minuti. E mi viene voglia di toccarlo con le mani, per sentire le sue rughe, i suoi muscoli, le sue ossa. Se ascoltate bene sentirete anche la bellezza del silenzio, le voci, la musica che porta con se. Mi chiedo quanto ancora durerà. Se resisterà alla xylella e all’insipienza di amministratori che hanno inseguito i populismi e i voti, piuttosto che pren- dere decisioni radicali, antipopolari e dolorose, che avrebbero salvato molti degli ulivi che oggi ci stanno morendo sotto gli occhi. Fin quando sarà possibile, a me e a loro, mi fermerò in quelle stradine, varcherò i muri a secco e starò accanto a questi giganti. Perché sento che loro sono il libro del cuore, il cuore della Puglia. E su quelle cicatrici è scritta una storia meravigliosa. La nostra.

Bari-Matera by train

SULLA DIRETTRICE MATERA-BARI DEI TRENI LOCALI SI APPREZZA una cosa a volte unica: la vista dal finestrino. Spesso ci trovo una piacevole compagnia, in grado di raccontarti ogni giorno una storia diversa, persone, vite che si incrociano e si vivono “pendolarmente” ogni mattina. Occhi socchiusi a tirare un altro po’ il sonno la- sciato appeso sul cuscino lasciato poco prima, albe al finestrino che filtrano dagli ulivi in scorrimento dolce, dondolio, rumore basso e costante del motore che porta quasi ad un ipnotico stato di semi-coscienza. La mattina presto, oltre la condensa sul vetro, residuo di una notte umida e luna piena, la luce passa creando un caleidoscopico effetto multicolor. Dall’altro lato scorre il film delle campagne, dei tratturi e delle mulattiere, dei muretti a secco non sempre ben formati, non sempre in piedi. Grano e mandorli che non ci si crede come possano colorarsi tanto intensamente e la ferrovia passa proprio lì in mezzo a quello spettacolo antico di jazzi e masserie. Ogni mattina scorre e i naviganti chiacchierano, si raccontano le vite, mamme esaltano figli, padri calcolano preoccupati gli esborsi familiari su dita che non sempre sembrano bastare e ragazzi sognano distratti gonne di ragazze.

Io mi lascio avvolgere da quel verde tutto intorno, dal giallo di quel sole e dal grigio della pietra e prepotente mi viene a galla un pensiero proibito a quell’ora del giorno, quasi osè. La pasta al forno di mia madre. Non so perchè, sarà l’odore di erba bagnata di inizio primavera che si colora improvvisamente di sugo e amorevole dedizione. Subito mi redarguisco, quasi assalito da un improvviso pudore gastronomico ma non posso farci nulla, di mattina ho fame più che in qualsiasi altro momento della giornata. La pasta al forno è un’istituzione, un credo, un equilibrio perfetto di sapori, di dolcezza e acidità, le consistenze devono incrociarsi, una varietà di ingredienti che deve registrarsi al palato per non arrivare alle papille tutta insieme. Le polpettine, non troppo grandi, devono essere compatte, alcune più bruciacchiate, quindi dure e alcune più morbide quindi, un’esatta commistione di consistenze e anche la pasta stessa sfrutta questo stratagemma. Il forno le dona quella croccantezza che è simbolo di mamma, la mozzarella, al Sud di prima qualità, fusa nel sugo forma un vulcano di lava rossa che scende sulle forme di pasta, un reticolato bianco fuso con il pomodoro si raffredda e si indurisce all’aria come se fosse sgorgato dalle profondità di quel vulcano. La mozzarella burrosa ma mai liquida, consistente ma non grumosa, profumata di fresco.

Ogni mattina scorre e i naviganti chiacchierano, si raccontano le vite. Mamme esaltano i figli, padri calcolano preoccupati gli esborsi famigliari su dita che non sempre sembrano bastare. E ragazzi che sognano distratti gonne di ragazze.

È indescrivibile quello che avviene nel forno, quali alchimie, le emozioni nella preparazione, a guardarla dal vetro del forno, sembra di osservare la maturazione di un feto nel grembo materno, poesia da mangiare, il profumo sgombra la mente, chimicamente fa venire fame e ammirazione. Alcuni la fanno con le melanzane fritte, buona da morire anche quella, poesia con musica si potrebbe definire, un sottofondo oleoso e grasso che rende allo spettatore-mangiatore uno spettacolo ancora più sconvolgente. Le nonne qui dicevano sempre “cucinare è come dipingere. È un’arte e ogni ingrediente dipende dal insieme, dall’inventiva”. Mi risveglio all’improvviso dallo stato di semi-coscienza, chiudo la bocca secca e cerco di scacciare dalla mente pensieri tanto esosi e fuori contesto. In lontananza si inizia ad intravedere la città, grigia di smog, con alle spalle la scenografia del mare ad abbellire tutto quanto. Appena sceso l’odore è completamente diverso, niente più erba bagnata, niente grano, il nuovo mix comprende kebab come in tutte le vere stazioni degne di nota e olio di motore. Più cammino però e più le mie narici si avvicinano all’altra grande passione della mia vita, motivo ispiratore e guida dell’anima da sempre. Il moto infinito: il mare.