Il nuovo numero vi aspetta in libreria dall'1 Luglio

 


Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

CAPOCOLLO DI MARTINA – Il grande giacimento

“QUESTO PRODOTTO PUÒ ANCORA CONQUISTARE GRANDI FETTE DI MERCATO”, DICE FEDERICA ILLUZZI, DELLA INDUSTRIA ALIMENTARE APULIA

«Il capocollo di Martina Franca può crescere ancora tanto. Perché non è mai stato fatto un marketing serio sul prodotto. La cosa stupenda sarebbe costituire un vero consorzio. Ma finora non ci siamo arrivati. Eppure il mercato è grande per tutti, possiamo starci tutti quanti. È inutile farsi la guerra». Parole di Federica Illuzzi, 22 anni, amministratore unico della Industria Alimentare, azienda che alla zona artigianale di Crispiano produce capocollo, prosciutto cotto e altri salumi.
Si tratta di un’attività famigliare nata con nonno Francesco e proseguita con papà Ruggiero Una quindicina i dipendenti, per un fatturato che si attesta intorno ai quattro milioni di euro.
«Abbiamo tre marchi: Reca, Industria alimentare (per la fascia alta), Itria. E ovvia- mente copriamo differenti fasce di mercato. Abbiamo creato un capocollo premium con 130 giorni di stagionatura, rispetto ai consueti 100-110. Perché più la carne riposa lentamente e più il prodotto è eccellente».
Ed è proprio il capocollo di Martina la punta di diamante dell’azienda: dalle sue vendite si ricava il 50 per del fatturato. Quella degli Illuzzi è già una realtà importante, ma la lavorazione resta artigianale. L’azienda non fa parte dell’associazione tra produttori del Capocollo di Martina Franca, segno che evidentemente non si riesce a mettere tutti insieme i produttori locali.
«Il nostro prodotto è quasi tutto venduto in Italia, l’estero rappresenta solo il 5 per cento, per un problema di certificazioni che in questo settore costano cifre altissime».

CRISTIAN ROMANO – Meglio la pizza della politica

Nel quartiere periferico Sant’Elia di Brindisi ha sede da qualche anno una delle migliori pizzerie gourmet d’Italia. Nata nel forno di famiglia. Ma destinata ad avere presto una nuova sede.

Cristian Romano fa parte di una storica famiglia di fornai brindisini proprietari di un forno al rione Sant’Elia. Forno che da qualche anno è divenuto anche una delle pizzerie gourmet più apprezzate d’Italia, la Botteca di Bacco. Una bella storia, nata in quartiere di periferia, e scaturita dalla necessità di cambiare marcia.

Quando ti sei scoperto pizzaiolo?

Era il 2012/13, decisi di chiudere il mio breve percorso politico e rientrai nuovamente a lavorare nell’azienda di famiglia che allora non godeva di ottima “salute”. Confrontandomi con mia sorella Sonia cercammo di capire cosa potevamo fare per diversificare senza stravolgere l’identità del locale. Riscoprendo quelle che erano le nostre vocazioni di artigiani da oltre tre generazioni decidemmo di intraprendere la strada di mio padre e di specializzarci sul mondo dei lievitati. Feci un percorso formativo presso una scuola di formazione per pizzaioli presso uno degli stabilimenti molitori più grandi di Europa. E così partì la nostra nuova storia.

Preferisci essere chiamato pizzaiolo o pizzachef, come si usa adesso?

Non ho una preferenza. La cosa importante è che quello che uno fa venga fatto con criterio e coscienza, sentimento, cercando di non deludere mai quelle che sono le aspettative del cliente perché godiamo della sua fiducia.

Come mai le pizze gourmet riscuotono così tanto successo?

Il termine gourmet oggi viene utilizzato in modo spropositato per impasti, pizza, panini. E lo dice uno che nel suo menù usa il nome gourmet per alcune pizze. È di tendenza e fa “figo” sentirlo dire, ma il vero gourmet esiste solo per la ristorazione e per i piatti realizzati dagli chef. Per il nostro mondo, invece, sarebbe più corretto parlare di pizza contemporanea.

CAFFÈ CRÈME

Come distinguersi in un mercato saturo

La torrefazione della famiglia Bianco si fa spazio tra i giganti del settore puntando su qualità, flag-ship bar e Academy

Parafrasando un termine molto in voga nel settore delle strutture ricettive, Caffè Crème potrebbe essere definito un boutique-caffè, qualcosa di unico e diverso, che cerca di distinguersi dalla massa. Il marchio della famiglia Bianco ha iniziato a prendere forma nel 2004: «Un giorno papà, che all’epoca faceva il direttore commerciale di un’altra torrefazione, a tavola ci fece una proposta: che ne dite di fare un’azienda tutta nostra? In quel momento capii che il futuro era già scritto, anche il mio lavoro. E la mia tesi divenne il business plan dell’impresa», racconta Mariana Bianco. «Decidemmo subito di puntare in alto, guardando a Illy: eccellenza del prodotto, immagine giovanile, tradizione ed esperienza. Fondendo tutto questo, dopo due anni, a Modugno, nacque Caffè Crème».
Un altro fattore a cui la famiglia sta attenta fin dall’inizio è la sostenibilità ambientale: «Escludemmo a priori le capsule, puntando esclusivamente sulle cialde». La torrefazione barese oggi dà lavoro ad 11 persone (più il nucleo famigliare, l’exort manager e gli agenti), ha due flagship-bar a Bari e altri che apriranno nel resto d’Italia e forse anche all’estero, e infine una Caffè Academy in azienda, affidata a Fabiana Bianco, per diffondere la conoscenza della qualità del caffè.
«Il 60% del nostro mercato è italiano, il 40% è estero». Cresce l’ecommerce, dove «abbiamo iniziato giocando e invece i tassi di crescita sono incredibili». Il fatturato è già arrivato a due milioni di euro. Si tratta di un ottimo risultato, in un mercato dominato da marchi storici e consolidati: «Cerchiamo di distinguerci proponendo un caffè di qualità altissima. Volutamente, entrando in un mercato già saturo, abbiamo deciso di non combattere con le stesse armi della concorrenza. Abbiamo puntato, piuttosto, a crearci una nicchia, un mercato in cui non siamo attaccabili». Gli obiettivi per il 2019 sono chiari: «Aumentare la quota di mercato estero, puntando soprattutto sui mercati arabi, e l’e-commerce, dove stiamo mettendo in campo risorse e personale qualificato. E infine vogliamo lavorare sempre di più con l’Academy: stiamo avviando collaborazioni con le scuole superiori, gli istituti alberghieri in particolare. Vogliamo incentivare le competenze».

LA MIA MILANO

Blogger ed esperta di social media marketing. Nella rubrica “Pugliami” racconta i pugliesi che si sono trasferiti nel capoluogo lombardo.

Presentati ai nostri letori: chi sei e cosa fai?

Mi occupo di digital communication e social media marketing, aiuto le piccole e medie aziende e liberi professionisti a raccontarsi sui social, su siti e blog. Scrivo anche su testate oline nel settore travel. La mia specialità è Instagram il social network del momento. Mi occupo anche di Influencer Marketing e seguo, in collaborazione con un’agenzia specializzata in questo campo, progetti di noti brand che utlizzano gli influencer per raccontarsi. Mi piace molto il mio lavoro e mi impegna tantissimo. E’ un settore che si evolve velocemente e che richiede formazione cintinua. Ma è questo sicuramente l’aspetto più interessante! Da un anno e mezzo ho deciso di fare il grande passo: lavorare da freelan- ce, un sogno nel cassetto che avrei prima o poi realizzato. Mi piace molto viaggiare, scoprire luoghi, storie e persone fuori dal comune, una passione che ho deciso di concretizzare mettendo su il blog Milanosguardinediti (www.milanosguardinediti.com) qualche anno fa. Qui racconto chicche e curiosità di una Milano poco conosciuta, alternativa e underground. Quella non turistica che spesso neanche i milanesi conoscono. E capovolgo così i luoghi comuni che etichettano Milano come una città grigia, noiosa che vive di solo lavoro. Altro che noiosa, è una città di un fascino unico e in continuo progress. Addirittura ha vinto il design award 2019, posizionandosi come città dell’anno secon- do la rivista britannica “Wallpaper” che premia l’avanguardia del design, dell’architettura e dell’arte. Sul blog, nella sezione “Pugliami”, parlo anche dei pugliesi a Milano. Perché in fondo le radici non si dimenticano! La comunità dei pugliesi a Milano è gigantesca ed è costituita da menti brillanti che ricoprono ruoli importanti in grandi aziende e da persone che hanno storie dav- vero interessanti da raccontare. Faccio inoltre parte del direttivo dell’Associazione dei Pugliesi a Milano ricoprendo il ruolo di social media coordinator. Con l’associazione stiamo portando avanti progetti interessanti che hanno l’obiettivo di fare rete tra aziende e professionisti pugliesi, creare opportunità e sinergie tra la Puglia e Milano.

DA CHE MONDO È MONDO

È uscito il secondo album del catautore pugliese

Si intitola “Da che mondo è mondo…” il secondo album del cantautore pugliese Vincenzo Maggiore che arriva a distanza di quattro anni dall’opera prima “Via di fuga”. La nuova produzione, patrocinata da Puglia Sounds, è disponibile su tutti i principali store di musica online. Un nuovo passo verso la moderna canzone d’autore “made in Italy”; un lavoro in cui il pop raffinato si avvicina alla musica mainstream senza mai abbandonare la propria identità. Dalle dieci tracce che compongono l’album emerge una visione “allargata” e meno personale come denominatore comune. A differenza della precedente produzione, “Da che mondo è mondo…” raccoglie canzoni non totalmente autobiografiche. L’autore affronta le tematiche del disco “al plurale” come se volesse riconoscersi parte integrante di una collettività, rispecchiarsi nei sentimenti che segnano la vita degli uomini e, allo stesso tempo, prendere le distanze da alcune idee condivise.

Il galantuomo del vino

In ogni disciplina c’è stato qualcuno che ha tracciato un percorso, aperto nuove strade. Garofano è stato un moderno intellettuale dell’enologia.

SE QUALCUNO MI FACESSE LA DOMANDA DI CHI, a mio parere, maggiormente ha influenzato gli stili della moda italiana, non avrei difficoltà nel fare il nome di Valentino, già V. Garavini. Allo stesso modo, se mi chiedessero di citare un riconosciuto designer nel settore dell’automobile, la mia risposta sarebbe obbligata: Giorgetto Giugiaro. Così come nel design, nella grafica, risponderei Bruno Munari, per la sua cultura multidisciplinare, e, per la musica, potrei spingermi su Ennio Morricone, che si è cimentato con grande successo in ogni specializzazione della composizione musicale.
Il tutto per dire che in ogni disciplina c’è sempre stato qualcuno che ha tracciato un percorso, aperto nuove strade, suscitando interesse e piacere per i molti appassionati che si sono avvicinati alla loro creatività.
Anche il “pianeta vino” è attraversato da numerosi personaggi, ma non tutti, bisogna dirlo, lasciano un segno, si distinguono per il loro valore intellettuale, affettivo e, perché no, per una loro profonda personalità.
Certo, qualcuno raggiunge il successo per merito di un grande vino, qualcun altro diventa una sorta di star del wine business, ma nel giro di qualche anno succede sempre che poi, questa tipologia di wine makers, venga dimenticata perché le mode svaniscono.
Il nome di un enologo a cui sono particolarmente legato e al quale, a sua insaputa, devo molto delle mie conoscenze sul vino, è quello di Severino Garofano che, più che un tecnico, ho sempre considerato essere un “moderno” intellettuale dell’enologia.

D’origine meridionale, è stato un grande maestro della viticoltura nazionale e del Sud d’Italia in particolare, generando alcuni dei vini che hanno fatto la storia e l’originalità dell’enologia nazionale. Come diremmo in Italia, Severino è prima di tutto un galantuomo, una persona che risponde sino in fondo alla mia idea di “uomo del vino”. È uno studioso, ha più di 50 anni d’esperienza alle spalle, ha lavorato per prestigiose cantine, ha girato il mondo, certo, ma soprattutto possiede una dote semplice e al tempo stesso assai speciale: quella della curiosità. Non solo riguardo al vino, che rappresenta la sua vita, ma anche nei confronti d’ogni forma di conoscenza: dall’arte, alla musica, alla fotografia, così come la storia, il teatro o la letteratura, e la cultura gastronomica. L’ho conosciuto in uno dei miei tanti viaggi in Puglia, più di 15 anni fa e lui, sempre distinto e gentile, con le sue camicie perfettamente stirate e le cravatte scelte con cura, elegantemente sobrio, in ogni luogo e situazione. Mi ha insegnato una cosa grandissima sul vino, un concetto che mi ha permesso di andare oltre il vino che, come egli dice “non è quello che si vede dentro una bottiglia, ma quello che c’è dietro, attorno alla bottiglia. Il suo fascino, la suggestione, l’emozione che riesce a darci”. I suoi vini sono esattamente questa cosa, come quelli che, insieme ai suoi figli Stefano e Renata, realizza nella suggestiva Azienda Monaci in Puglia. Uno dei suoi vini che prediligo? Le Braci, un negroamaro “purosangue”, figlio di una zona incantevole della Puglia, come il Salento. Ottenuto da vigne che hanno almeno 50 anni di vita, da uve colte surmature, riposa in cantina per sei anni prima di essere messo in commercio. Lo scorrere del tempo lo rende complesso, elegante, con tannini finissimi. I profumi sono speziati, di fiori secchi, di prugna e di terra bagnata. La bocca è succosa, con sfumature di ciliegia e frutta matura. Qualcuno direbbe, la “semplicità” difficile a farsi. Che meraviglia, dico io.

Chi altro vuole cambiare “volto” alla propria azienda?

Quando discutiamo di marketing, spesso pensiamo ai corsi di laurea e agli studenti che scelgono questo percorso formativo. Non è un caso, infatti, se i dati sono positivi: piuttosto che immobilizzare la propria vita con una laurea in legge, per finire poi ad Austis in provincia di Nuoro a mungere le capre, sempre più ragazzi s’interessano al marketing e, come diretta conseguenza, allo studio dell’economia. Ma… c’è un “gigantesco” ma: perché la maggior parte dei TITOLATI in questa amabile e affascinante disciplina è fortemente predisposta a mettere a rischio le aziende, a cominciare dal BRAND? Cos’è che non funziona? Di chi è la colpa? Dell’imprenditore, del libero professionista o del laureato in marketing? Mi spingo oltre: perché nelle università, piuttosto che continuare a studiare le 4 Preistoriche P (alle) del Marketing Accademico, non s’impartiscono autentiche lezioni di scuola militare, facendo tesoro dello straordinario lascito del Generale dell’Esercito Prussiano Carl Philipp Gottlieb Von Clausewitz? Se qualcuno ti desse la possibilità di riscrivere la storia delle aziende pugliesi, cominciando dalla tua, non sarebbe un riscatto meraviglioso? Risorgere è [quasi] sempre possibile, ma una cosa è imitare i marchi affermati che hanno un ingente budget, tutt’altra questione è il tuo business.

Per esempio, un avvocato “emergente” che deve penetrare il mercato di oggi e opera in una città come Lecce, potrà fare affidamento sul marketing, se pur in misura limitata. Non è il settore legale *ad essere diverso*; un sistema professionale di Direct Marketing Automatico è adattabile a svariati mercati se, di mezzo, c’è una transazione commerciale (vendita e acquisto di prodotti o servizi). In questo esempio, però, la domanda che ti devi porre è un’altra: chi è la “canaglia” che ha permesso l’iscrizione all’albo di 250.000 avvocati in una nazione con 61 milioni di abitanti, quando, in Francia, a fronte di una popolazione numericamente simile, ammontano a 61.000? Riesumata la circostanza, secondo te, come se la passano i legali francesi? E quelli italiani? Il mondo è già eccessivamente saturo di prodotti e servizi, nonché di aziende che iper-pubblicizzano entrambi. Nei paesi industrializzati c’è più offerta che domanda, il consumatore è fortemente stressato e non più ricettivo al bombardamento pubblicitario; più che un piano di marketing strategico, oggi indispensabile a prescindere, servirebbe una clava per tramortire la canaglia, una mera PATELLA FERRUGINEA GMELIN, e risarcire “moralmente” ed “economicamente” gli uomini di legge che, negli ultimi anni, sono stati costretti a cancellare la loro iscrizione dalla cassa forense per andare a lavorare in tutt’altri contesti.

DOMENICO VACCA

È UNO DEI TANTI EMIGRATI BARESI CHE HANNO FATTO FORTUNA A NEW YORK. MA LUI HA VOLUTO FARE LE COSE IN GRANDE, CON IL FLAGSHIP STORE SULLA QUINTA AVENUE: UN INTERO PALAZZO DEDICATO ALLA MODA ITALIANA. E PUGLIESE

Si considera un figlio d’arte, anzi, un nipote d’arte, perché sua nonna già nel 1930 aveva un atelier con una decina di sarte che creavano bellissimi abiti da donna, e almeno altri tre parenti erano sarti da uomo.
«Vent’anni fa feci un investimento in una azienda italiana che produceva capi uomo e donna fatti a mano e dopo quattro anni di esperienza sullo sviluppo del prodotto e la creazione delle collezioni di quella azienda, decisi di mettermi in proprio e lanciare il mio marchio, Domenico Vacca, prima negli Stati Uniti, aprendo la prima boutique sulla prestigiosa Fifth Avenue, e poi in altri paesi nel mondo.

Era il sogno che si realizzava e che col passare degli anni si ingigantiva. Fino all’aprile 2016, quando Vacca ha aperto il suo flagship store, tra la 55sima strada e la quinta Avenue, sempre lì, dove tutto ebbe inizio.
Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, tantissima, e ormai non si contano più artisti e personaggi dello spettacolo che vestono abiti firmati dall’emigrato pugliese. Che iniziò a sognare proprio grazie ad un blockbuster americano: «Era il 1987 e vivevo ancora ad Andria. Fu l’anno del film “Wall Street” e mi innamorai di Michael Douglas che impersonava Gordon Gekko. Fu proprio vedendo quel film che decisi di trasferirmi nella Grande Mela».
A New York ci arrivò tre anni dopo, per conseguire il master in legge presso la New York University. Inizia a guardarsi intorno e a sondare il terreno. Pensa di investire, come molti italiani, nel business della ristorazione. Individua un locale all’East Village e propone ad un altro italiano (un brindisino, vedi come è piccolo il mondo) di rilevarlo insieme. Ma il flirt con la ristorazione non fa in tempo nemmeno a nascere, perché il mondo di Domenico Vacca è la moda. Arriva ad aprire dieci negozi, poi concentra tutto nel palazzo di New York, che diventa il suo quartiere generale ed un simbolo del Made in Italy negli States: negozio di abbigliamento, bar, spa e salone per capelli, club privè, appartamenti arredati da affittare, galleria d’arte. E trentuno anni dopo Michael Douglas è finito sulla cover di Esquire Japan, magazine maschile che ha dedicato all’attore un lungo articolo. E indovinate che abiti indossa Douglas nelle foto dell’articolo? Esatto, quelli di Domenico Vacca: «I sogni si avverano sempre, non finite mai di sognare!».

Quando ha capito o pensato di essere “arrivato”?
«Quando ho realizzato che non dovevo più provare nulla a nessuno. Quando la gente ha iniziato a riferirsi al mio nome come un marchio del lusso.

MARIA CAMPANELLA

LA SUPERSTIZIONE È MOLTO DIFFUSA IN PUGLIA. UN CONNUBIO TRA RITI ANTICHI E TRADIZIONE CATTOLICA. MARIA CAMPANELLA, OGGI CENTENARIA, LIBERAVA IL SUO VILLAGGIO DAL MALOCCHIO.

In ogni villaggio pugliese esiste una come lei. Almeno una. Una che si occupa di tutto ciò che accade tra cielo e terra quando il Signore, il buon Dio, non vede. Una che possiede un dono e della quale si sussurra, portandosi la mano davanti alla bocca. “Strega” è fuorviante, “chiromante” non è proprio esatto, probabilmente il termine più appropriato è “medium”. In ogni villaggio pugliese, quindi, c’è una come lei: Maria Campanella, novantaquattro anni di Savelletri (Fasano), provincia di Brindisi. Ha ereditato il suo dono da un’anziana donna del luogo. Se fosse stato per lei, il calice avrebbe potuto passarle davanti senza berlo, un po’ per paura di essere colpita da maledizione nell’atto di rovistare tra le carte del destino. Ma notoriamente si cresce con coscienziosità. E Maria Campanella svolge questa pratica da metà della sua vita. Quando il tempo a sua volta sarà maturo, tramanderà questo straordina- rio potere a qualcuna come lei. Così è sempre stato.
Più dell’80% degli italiani appartiene alla chiesa cattolica romana e al Sud questo vuol dire essere osservante. “Gente semplice, ma saldamente legata alla Chiesa”, dirà Don Carmelo, parro- co di Fasano. Prima viene il Papa, poi il Sacerdote e poi niente; una semplice regola di fede che rende la vita più facile se si vive nel timore di Dio e nella convinzione che il Padre Eterno oppure il suo ministro in terra provvedano a tutto.
In Puglia, più che altrove, l’esercizio della fede è quanto mai concreto. Riguardo alla Puglia, Ekkehart Rotter sostiene nella sua Guida Artistica: “Il rapporto con l’oggetto salvifico è sempre fisico. Perciò ogni croce, ogni statua di Santo devono essere toccati”. Solidi sono il rapporto con la Chiesa e l’accesso a tutto ciò che è spirituale. Stendhal nella sua opera Viaggio in Italia parlava di una intrigante coesistenza di religione cristiana, superstizione e devozione che si afferma mediante la magia della giaculatoria e la paura del malocchio. Nella provincia pugliese non è cambiato molto dai tempi di Napoleone.
Maria Campanella con i suoi novantaquattro anni, sdentata e in alcuni giorni barcollante, è cattolica osservante come lo si può essere qui. Così è cresciuta e cosi ha allevato i suoi tre figli oramai adulti. L’anziana signora è rimasta sola dopo la morte di suo marito Nicola, tredici anni fa. In suo ricordo un ritratto poggiato sul comodino da notte sul quale non si vede alcun granello di polvere. Anche per lei prima viene il Papa e poi Padre Pio. Quest’ultimo visse in Puglia per cinquant’anni (fino alla sua morte, nel 1968) ed era un monaco cappuccino noto per le sue stigmate e in seguito proclamato Santo. Dopo Padre Pio non c’è più alcuno, tutto qui. Se tutti osservassero questa regola, tutto sarebbe più facile e zia Maria avrebbe la sua pace.

Ma il mondo non è un paradiso, e nemmeno un piccolo villaggio di pescatori come Savelletri, dove la maggior parte degli abitanti vive da sempre di pesca. Volentieri si fa passare sotto silenzio quel tempo in cui qui fioriva il contrabbando di sigarette e grazie al quale molti pescatori si arricchirono diventando dei milionari, per poi perdere tutto ai giochi d’azzardo. Nemmeno in un luogo addormentato come questo, con i suoi duemila abitanti, dove i ragazzi trascorrono ore e ore a giocare a flipper in uno dei tre bar del luogo perché non sanno dove andare al finir del giorno; dove in estate le donne, giovani e anziane, in grembiuli a fiorellini colorati, con ciabattine di gomma e bigodini in testa chiacchierano sedute davanti alle loro abitazioni e gli uomini in piedi sulla strada principale, soprattutto la domenica mattina, controllano le automobili di coloro che sono diretti per l’ora di pranzo a uno dei ristoranti della zona…

Le nuove pugliesi

PASCALE E ULRIQUE STANNO PER APRIRE UN HOTEL A OSTUNI. Delphine, belga, realizza ceramiche nelle campagne di Serranova. Paola, lodigiana, ha avviato il suo B&B a Morciano di Leuca. Livia, romana, ristuttura e poi affitta ville ai turisti nella zona del Ciolo. È un caso che siano tutte donne. Non è un caso che siano finite qui in Puglia, alcune di loro dopo aver girato il mondo. Sono le nuove pugliesi. I nuovi pugliesi: uomini e donne del Centro e Nord Italia, e ancora più spesso stranieri, che hanno deciso di mettere radici nella nostra terra, acquistando casa e investendo somme, a volte anche considerevoli, per avviare nuove attività imprenditoriali. Ecco le loro storie.

ASPETTANDO IL “PARAGON”. «Il mio sogno era avere un grande giardino e non essere lontana dal mare», dice Ulrique Bauschke, tedesca, che con la svizzera Pascale Lauber ha trovato il suo giardino dei sogni nelle campagne di Carovigno, a sette chilometri dal mare. Nel 2011 le due imprenditrici hanno comprato e ristrutturato Masseria dei Lupi, inabitata da 7 anni. Dopo un anno di lavori l’hanno resa un luogo incantevole, impreziosito da una piscina e dalla loro collezione di opere d’arte. Il mare all’orizzonte, nessun rumore, eccezion fatta per (il raro) abbaiare degli altri due coinquilini, Marvel e Liluù. «Avevamo girato tutta la regione, ma questa zona l’abbiamo trovata la più bella, per le colline, per il mare, perché si mangia divinamente, e perché le persone sono gentili. Inizialmente sembravano tutti molto riservati. Ora conosciamo tutti e tutti ci vogliono bene». Pascale e Ulrique sono due interior designer, fanno affari nel settore immobiliare, avevano un hotel in Sudafrica, hanno comprato e venduto molto in giro per il mondo. Poi hanno scoperto la Puglia e vi si sono fermate. Non è raro vederle in giro in bicicletta, oppure con la loro caratteristica Renault 4. Si sono ambientate così bene che sono loro a dare le “dritte” giuste a locali e turisti: «Per il mare consigliamo Santa Sabina. Per mangiare “Osteria del tempo perso” a Ostuni e “Casale Ferrovia” a Carovigno. La pizza “Al solito posto”, Ostuni. Per i vini ci affidiamo a Silvestro dell’enoteca Coperconsumo, sempre a Ostuni. E per bere un buon cocktail andiamo al Monna Lisa o al Giba, nella città bianca».

Ulrique e Pascale non sono qui in pensione, ma continuano a fare le imprenditrici ed hanno scommesso sulla Puglia qualche milione di euro. In estate hanno inaugurato il “P Beach”, un lido a Specchiolla, che dalla prossima stagione diventerà ancora più bello e ospiterà due ristoranti, una piccola boutique, un lounge bar. Sarà l’appendice marina dell’altro gioiello in fase di ultimazione, il “Paragon Hotel”, a due passi dalla “villa” (i giardini pubblici) di Ostuni. «Cercavamo qualcosa di nuovo e un amico ci ha parlato di un palazzo storico da ristrutturare.