Il nuovo numero vi aspetta in libreria dall'1 Gennaio

 


Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

Il galantuomo del vino

In ogni disciplina c’è stato qualcuno che ha tracciato un percorso, aperto nuove strade. Garofano è stato un moderno intellettuale dell’enologia.

SE QUALCUNO MI FACESSE LA DOMANDA DI CHI, a mio parere, maggiormente ha influenzato gli stili della moda italiana, non avrei difficoltà nel fare il nome di Valentino, già V. Garavini. Allo stesso modo, se mi chiedessero di citare un riconosciuto designer nel settore dell’automobile, la mia risposta sarebbe obbligata: Giorgetto Giugiaro. Così come nel design, nella grafica, risponderei Bruno Munari, per la sua cultura multidisciplinare, e, per la musica, potrei spingermi su Ennio Morricone, che si è cimentato con grande successo in ogni specializzazione della composizione musicale.
Il tutto per dire che in ogni disciplina c’è sempre stato qualcuno che ha tracciato un percorso, aperto nuove strade, suscitando interesse e piacere per i molti appassionati che si sono avvicinati alla loro creatività.
Anche il “pianeta vino” è attraversato da numerosi personaggi, ma non tutti, bisogna dirlo, lasciano un segno, si distinguono per il loro valore intellettuale, affettivo e, perché no, per una loro profonda personalità.
Certo, qualcuno raggiunge il successo per merito di un grande vino, qualcun altro diventa una sorta di star del wine business, ma nel giro di qualche anno succede sempre che poi, questa tipologia di wine makers, venga dimenticata perché le mode svaniscono.
Il nome di un enologo a cui sono particolarmente legato e al quale, a sua insaputa, devo molto delle mie conoscenze sul vino, è quello di Severino Garofano che, più che un tecnico, ho sempre considerato essere un “moderno” intellettuale dell’enologia.

D’origine meridionale, è stato un grande maestro della viticoltura nazionale e del Sud d’Italia in particolare, generando alcuni dei vini che hanno fatto la storia e l’originalità dell’enologia nazionale. Come diremmo in Italia, Severino è prima di tutto un galantuomo, una persona che risponde sino in fondo alla mia idea di “uomo del vino”. È uno studioso, ha più di 50 anni d’esperienza alle spalle, ha lavorato per prestigiose cantine, ha girato il mondo, certo, ma soprattutto possiede una dote semplice e al tempo stesso assai speciale: quella della curiosità. Non solo riguardo al vino, che rappresenta la sua vita, ma anche nei confronti d’ogni forma di conoscenza: dall’arte, alla musica, alla fotografia, così come la storia, il teatro o la letteratura, e la cultura gastronomica. L’ho conosciuto in uno dei miei tanti viaggi in Puglia, più di 15 anni fa e lui, sempre distinto e gentile, con le sue camicie perfettamente stirate e le cravatte scelte con cura, elegantemente sobrio, in ogni luogo e situazione. Mi ha insegnato una cosa grandissima sul vino, un concetto che mi ha permesso di andare oltre il vino che, come egli dice “non è quello che si vede dentro una bottiglia, ma quello che c’è dietro, attorno alla bottiglia. Il suo fascino, la suggestione, l’emozione che riesce a darci”. I suoi vini sono esattamente questa cosa, come quelli che, insieme ai suoi figli Stefano e Renata, realizza nella suggestiva Azienda Monaci in Puglia. Uno dei suoi vini che prediligo? Le Braci, un negroamaro “purosangue”, figlio di una zona incantevole della Puglia, come il Salento. Ottenuto da vigne che hanno almeno 50 anni di vita, da uve colte surmature, riposa in cantina per sei anni prima di essere messo in commercio. Lo scorrere del tempo lo rende complesso, elegante, con tannini finissimi. I profumi sono speziati, di fiori secchi, di prugna e di terra bagnata. La bocca è succosa, con sfumature di ciliegia e frutta matura. Qualcuno direbbe, la “semplicità” difficile a farsi. Che meraviglia, dico io.

Chi altro vuole cambiare “volto” alla propria azienda?

Quando discutiamo di marketing, spesso pensiamo ai corsi di laurea e agli studenti che scelgono questo percorso formativo. Non è un caso, infatti, se i dati sono positivi: piuttosto che immobilizzare la propria vita con una laurea in legge, per finire poi ad Austis in provincia di Nuoro a mungere le capre, sempre più ragazzi s’interessano al marketing e, come diretta conseguenza, allo studio dell’economia. Ma… c’è un “gigantesco” ma: perché la maggior parte dei TITOLATI in questa amabile e affascinante disciplina è fortemente predisposta a mettere a rischio le aziende, a cominciare dal BRAND? Cos’è che non funziona? Di chi è la colpa? Dell’imprenditore, del libero professionista o del laureato in marketing? Mi spingo oltre: perché nelle università, piuttosto che continuare a studiare le 4 Preistoriche P (alle) del Marketing Accademico, non s’impartiscono autentiche lezioni di scuola militare, facendo tesoro dello straordinario lascito del Generale dell’Esercito Prussiano Carl Philipp Gottlieb Von Clausewitz? Se qualcuno ti desse la possibilità di riscrivere la storia delle aziende pugliesi, cominciando dalla tua, non sarebbe un riscatto meraviglioso? Risorgere è [quasi] sempre possibile, ma una cosa è imitare i marchi affermati che hanno un ingente budget, tutt’altra questione è il tuo business.

Per esempio, un avvocato “emergente” che deve penetrare il mercato di oggi e opera in una città come Lecce, potrà fare affidamento sul marketing, se pur in misura limitata. Non è il settore legale *ad essere diverso*; un sistema professionale di Direct Marketing Automatico è adattabile a svariati mercati se, di mezzo, c’è una transazione commerciale (vendita e acquisto di prodotti o servizi). In questo esempio, però, la domanda che ti devi porre è un’altra: chi è la “canaglia” che ha permesso l’iscrizione all’albo di 250.000 avvocati in una nazione con 61 milioni di abitanti, quando, in Francia, a fronte di una popolazione numericamente simile, ammontano a 61.000? Riesumata la circostanza, secondo te, come se la passano i legali francesi? E quelli italiani? Il mondo è già eccessivamente saturo di prodotti e servizi, nonché di aziende che iper-pubblicizzano entrambi. Nei paesi industrializzati c’è più offerta che domanda, il consumatore è fortemente stressato e non più ricettivo al bombardamento pubblicitario; più che un piano di marketing strategico, oggi indispensabile a prescindere, servirebbe una clava per tramortire la canaglia, una mera PATELLA FERRUGINEA GMELIN, e risarcire “moralmente” ed “economicamente” gli uomini di legge che, negli ultimi anni, sono stati costretti a cancellare la loro iscrizione dalla cassa forense per andare a lavorare in tutt’altri contesti.

DOMENICO VACCA

È UNO DEI TANTI EMIGRATI BARESI CHE HANNO FATTO FORTUNA A NEW YORK. MA LUI HA VOLUTO FARE LE COSE IN GRANDE, CON IL FLAGSHIP STORE SULLA QUINTA AVENUE: UN INTERO PALAZZO DEDICATO ALLA MODA ITALIANA. E PUGLIESE

Si considera un figlio d’arte, anzi, un nipote d’arte, perché sua nonna già nel 1930 aveva un atelier con una decina di sarte che creavano bellissimi abiti da donna, e almeno altri tre parenti erano sarti da uomo.
«Vent’anni fa feci un investimento in una azienda italiana che produceva capi uomo e donna fatti a mano e dopo quattro anni di esperienza sullo sviluppo del prodotto e la creazione delle collezioni di quella azienda, decisi di mettermi in proprio e lanciare il mio marchio, Domenico Vacca, prima negli Stati Uniti, aprendo la prima boutique sulla prestigiosa Fifth Avenue, e poi in altri paesi nel mondo.

Era il sogno che si realizzava e che col passare degli anni si ingigantiva. Fino all’aprile 2016, quando Vacca ha aperto il suo flagship store, tra la 55sima strada e la quinta Avenue, sempre lì, dove tutto ebbe inizio.
Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, tantissima, e ormai non si contano più artisti e personaggi dello spettacolo che vestono abiti firmati dall’emigrato pugliese. Che iniziò a sognare proprio grazie ad un blockbuster americano: «Era il 1987 e vivevo ancora ad Andria. Fu l’anno del film “Wall Street” e mi innamorai di Michael Douglas che impersonava Gordon Gekko. Fu proprio vedendo quel film che decisi di trasferirmi nella Grande Mela».
A New York ci arrivò tre anni dopo, per conseguire il master in legge presso la New York University. Inizia a guardarsi intorno e a sondare il terreno. Pensa di investire, come molti italiani, nel business della ristorazione. Individua un locale all’East Village e propone ad un altro italiano (un brindisino, vedi come è piccolo il mondo) di rilevarlo insieme. Ma il flirt con la ristorazione non fa in tempo nemmeno a nascere, perché il mondo di Domenico Vacca è la moda. Arriva ad aprire dieci negozi, poi concentra tutto nel palazzo di New York, che diventa il suo quartiere generale ed un simbolo del Made in Italy negli States: negozio di abbigliamento, bar, spa e salone per capelli, club privè, appartamenti arredati da affittare, galleria d’arte. E trentuno anni dopo Michael Douglas è finito sulla cover di Esquire Japan, magazine maschile che ha dedicato all’attore un lungo articolo. E indovinate che abiti indossa Douglas nelle foto dell’articolo? Esatto, quelli di Domenico Vacca: «I sogni si avverano sempre, non finite mai di sognare!».

Quando ha capito o pensato di essere “arrivato”?
«Quando ho realizzato che non dovevo più provare nulla a nessuno. Quando la gente ha iniziato a riferirsi al mio nome come un marchio del lusso.

MARIA CAMPANELLA

LA SUPERSTIZIONE È MOLTO DIFFUSA IN PUGLIA. UN CONNUBIO TRA RITI ANTICHI E TRADIZIONE CATTOLICA. MARIA CAMPANELLA, OGGI CENTENARIA, LIBERAVA IL SUO VILLAGGIO DAL MALOCCHIO.

In ogni villaggio pugliese esiste una come lei. Almeno una. Una che si occupa di tutto ciò che accade tra cielo e terra quando il Signore, il buon Dio, non vede. Una che possiede un dono e della quale si sussurra, portandosi la mano davanti alla bocca. “Strega” è fuorviante, “chiromante” non è proprio esatto, probabilmente il termine più appropriato è “medium”. In ogni villaggio pugliese, quindi, c’è una come lei: Maria Campanella, novantaquattro anni di Savelletri (Fasano), provincia di Brindisi. Ha ereditato il suo dono da un’anziana donna del luogo. Se fosse stato per lei, il calice avrebbe potuto passarle davanti senza berlo, un po’ per paura di essere colpita da maledizione nell’atto di rovistare tra le carte del destino. Ma notoriamente si cresce con coscienziosità. E Maria Campanella svolge questa pratica da metà della sua vita. Quando il tempo a sua volta sarà maturo, tramanderà questo straordina- rio potere a qualcuna come lei. Così è sempre stato.
Più dell’80% degli italiani appartiene alla chiesa cattolica romana e al Sud questo vuol dire essere osservante. “Gente semplice, ma saldamente legata alla Chiesa”, dirà Don Carmelo, parro- co di Fasano. Prima viene il Papa, poi il Sacerdote e poi niente; una semplice regola di fede che rende la vita più facile se si vive nel timore di Dio e nella convinzione che il Padre Eterno oppure il suo ministro in terra provvedano a tutto.
In Puglia, più che altrove, l’esercizio della fede è quanto mai concreto. Riguardo alla Puglia, Ekkehart Rotter sostiene nella sua Guida Artistica: “Il rapporto con l’oggetto salvifico è sempre fisico. Perciò ogni croce, ogni statua di Santo devono essere toccati”. Solidi sono il rapporto con la Chiesa e l’accesso a tutto ciò che è spirituale. Stendhal nella sua opera Viaggio in Italia parlava di una intrigante coesistenza di religione cristiana, superstizione e devozione che si afferma mediante la magia della giaculatoria e la paura del malocchio. Nella provincia pugliese non è cambiato molto dai tempi di Napoleone.
Maria Campanella con i suoi novantaquattro anni, sdentata e in alcuni giorni barcollante, è cattolica osservante come lo si può essere qui. Così è cresciuta e cosi ha allevato i suoi tre figli oramai adulti. L’anziana signora è rimasta sola dopo la morte di suo marito Nicola, tredici anni fa. In suo ricordo un ritratto poggiato sul comodino da notte sul quale non si vede alcun granello di polvere. Anche per lei prima viene il Papa e poi Padre Pio. Quest’ultimo visse in Puglia per cinquant’anni (fino alla sua morte, nel 1968) ed era un monaco cappuccino noto per le sue stigmate e in seguito proclamato Santo. Dopo Padre Pio non c’è più alcuno, tutto qui. Se tutti osservassero questa regola, tutto sarebbe più facile e zia Maria avrebbe la sua pace.

Ma il mondo non è un paradiso, e nemmeno un piccolo villaggio di pescatori come Savelletri, dove la maggior parte degli abitanti vive da sempre di pesca. Volentieri si fa passare sotto silenzio quel tempo in cui qui fioriva il contrabbando di sigarette e grazie al quale molti pescatori si arricchirono diventando dei milionari, per poi perdere tutto ai giochi d’azzardo. Nemmeno in un luogo addormentato come questo, con i suoi duemila abitanti, dove i ragazzi trascorrono ore e ore a giocare a flipper in uno dei tre bar del luogo perché non sanno dove andare al finir del giorno; dove in estate le donne, giovani e anziane, in grembiuli a fiorellini colorati, con ciabattine di gomma e bigodini in testa chiacchierano sedute davanti alle loro abitazioni e gli uomini in piedi sulla strada principale, soprattutto la domenica mattina, controllano le automobili di coloro che sono diretti per l’ora di pranzo a uno dei ristoranti della zona…

Le nuove pugliesi

PASCALE E ULRIQUE STANNO PER APRIRE UN HOTEL A OSTUNI. Delphine, belga, realizza ceramiche nelle campagne di Serranova. Paola, lodigiana, ha avviato il suo B&B a Morciano di Leuca. Livia, romana, ristuttura e poi affitta ville ai turisti nella zona del Ciolo. È un caso che siano tutte donne. Non è un caso che siano finite qui in Puglia, alcune di loro dopo aver girato il mondo. Sono le nuove pugliesi. I nuovi pugliesi: uomini e donne del Centro e Nord Italia, e ancora più spesso stranieri, che hanno deciso di mettere radici nella nostra terra, acquistando casa e investendo somme, a volte anche considerevoli, per avviare nuove attività imprenditoriali. Ecco le loro storie.

ASPETTANDO IL “PARAGON”. «Il mio sogno era avere un grande giardino e non essere lontana dal mare», dice Ulrique Bauschke, tedesca, che con la svizzera Pascale Lauber ha trovato il suo giardino dei sogni nelle campagne di Carovigno, a sette chilometri dal mare. Nel 2011 le due imprenditrici hanno comprato e ristrutturato Masseria dei Lupi, inabitata da 7 anni. Dopo un anno di lavori l’hanno resa un luogo incantevole, impreziosito da una piscina e dalla loro collezione di opere d’arte. Il mare all’orizzonte, nessun rumore, eccezion fatta per (il raro) abbaiare degli altri due coinquilini, Marvel e Liluù. «Avevamo girato tutta la regione, ma questa zona l’abbiamo trovata la più bella, per le colline, per il mare, perché si mangia divinamente, e perché le persone sono gentili. Inizialmente sembravano tutti molto riservati. Ora conosciamo tutti e tutti ci vogliono bene». Pascale e Ulrique sono due interior designer, fanno affari nel settore immobiliare, avevano un hotel in Sudafrica, hanno comprato e venduto molto in giro per il mondo. Poi hanno scoperto la Puglia e vi si sono fermate. Non è raro vederle in giro in bicicletta, oppure con la loro caratteristica Renault 4. Si sono ambientate così bene che sono loro a dare le “dritte” giuste a locali e turisti: «Per il mare consigliamo Santa Sabina. Per mangiare “Osteria del tempo perso” a Ostuni e “Casale Ferrovia” a Carovigno. La pizza “Al solito posto”, Ostuni. Per i vini ci affidiamo a Silvestro dell’enoteca Coperconsumo, sempre a Ostuni. E per bere un buon cocktail andiamo al Monna Lisa o al Giba, nella città bianca».

Ulrique e Pascale non sono qui in pensione, ma continuano a fare le imprenditrici ed hanno scommesso sulla Puglia qualche milione di euro. In estate hanno inaugurato il “P Beach”, un lido a Specchiolla, che dalla prossima stagione diventerà ancora più bello e ospiterà due ristoranti, una piccola boutique, un lounge bar. Sarà l’appendice marina dell’altro gioiello in fase di ultimazione, il “Paragon Hotel”, a due passi dalla “villa” (i giardini pubblici) di Ostuni. «Cercavamo qualcosa di nuovo e un amico ci ha parlato di un palazzo storico da ristrutturare.

L’amore che torna: il 13 luglio i Negramaro a Lecce

La migliore rockband italiana fa il sold-out allo stadio di via Del Mare. E chiude il tour dei record. Arrivato dopo due mesi di crisi e un disco che da otto mesi è in testa alle classifiche.

Il 13 luglio i Negramaro tornano a casa, a Lecce, allo stadio di via Del Mare, per concludere il loro tour negli stadi (sei date, tra le quali San Siro e l’Olimpico di Roma). È il tour che accompagna il boom dell’ultimo album, “Amore che torni”, già disco di platino, uscito a novembre e da otto mesi in testa alla classifiche grazie ai singoli “Fino all’imbrunire”, “La prima volta”, “Amore che torni”. «È un disco di speranza assoluta, consapevole, mai nostalgica», dicono i componenti della band, certi che un giorno «tornerà tutta la bellezza». Ed è di bellezza, infatti, più che di amore, che parla questo disco.

Giuliano Sangiorgi non ha dubbi: «È un ritorno a noi stessi». Il perché è ormai noto: dopo 15 anni insieme, come accade in tutte le coppie, la band era andata in crisi. Per due mesi niente telefonate, niente incontri, niente chat. Giuliano se ne va a New York. Sul volo di andata parla per tutto il tempo con Fabio Volo e Roberto Saviano, “nove ore in piedi”, racconta a GQ. Andrea “Andro” Mariano l’ha spiegata così: «Dopo tanti anni insieme si creano tensioni naturali, degli attriti. Uno si tiene tutto dentro, poi c’è la parolina sbagliata, la cosa di troppo. E si rompono i fili. È stata una crisi, la prima e unica vera nostra crisi. Ma non è mai stata una separazione». Sangiorgi annuisce: «Per due mesi non ci siamo detti “finisce tutto”. Però la paura che finisse tutto ha generato una incredibile voglia di ritornare. Ecco, più che di uno scioglimento, si è trattato della paura di uno scioglimento. E devo dire che fa strano che una crisi di coppia faccia così parlare». “Amore che torni” è un disco pieno di luce e pieno di sole, proprio perché «dopo la crisi è arrivata una luce incredibile». Rientrato in Italia, una sera Giuliano va a casa di Andro e gli fa ascoltare “La prima volta”. Giuliano non sapeva che Andrea stava per diventare papà. Andrea si commuove. I Negramaro sono tornati, più forti e più uniti di prima. Anche se ormai sono finiti i tempi della vita in comune nel casale vicino Parma, “La Casaa 69”. I ragazzi sono diventati grandi. C’è chi vive a Milano (Andro, con la influencer Lavinia Biancalani), chi a Roma (Giuliano, con la scrittrice Ilaria Smacchia), c’è chi si è sposato, chi ha avuto figli.
Si cresce, si cambia, si matura. Ma di una cosa possiamo stare certi: il concerto del 13 luglio a Lecce sarà indimenticabile, perché i Negramaro erano e restano la più grande rockband italiana.

Invasioni benefiche

Leo Angelini fa il “location manager”. Sceglie i luoghi migliori per spot, film, eventi. E conosce la Puglia, e i pugliesi, a fondo.

CHI CREDE DI VEDERE la Toscana in una produzione cinematografica intitolata Toscana si sbaglia. Probabilmente vede la Puglia. Proba- bilmente Leonardo Angelini ne è l’organizzatore.
Cinquantacinque anni, nel suo ruolo di location ma- nager promuove la Puglia come set cinematografico.
Piselli. Leonardo Angelini non ha mai visto, in tutta la sua vita, così tanti piselli come nelle ultime settimane.
“Non si ha idea di quante varietà esistano”, dichiara il location manager, che sta perlustrando l’intera Puglia alla ricerca di questi bizzarri legumi per uno spot televisivo nazionale. Quelli semplici nostrani si trovano dappertutto, ma la produttrice milanese si prefigura una pianta dal colore verde chiaro con baccelli delicati e quasi trasparenti, possibilmente in un orto incantato nella terra che non c’è…

I suoi occhi grandi e scuri migrano verso il cielo, il volto di Leonardo – armonioso, magro e piacevolmente maturo – per qualche istante appare coperto soltanto dalla sua barba. Poi accenna un sorriso malizioso: «Ebbene sì, anche questa volta si troverà l’orto di piselli». E racconta: «Il luogo in cui si nasce influisce sulla nostra vita. La Valle d’Itria, la mia sola e vera patria, costituisce per me l’essenza del meridione italiano. Questo territorio, pittoresco immerso tra ulivi secolari e costruito con pietre che hanno resistito al rigore silente della storia mi ha reso ciò che sono oggi. Qui tutto ha avuto inizio: girovagare, far scorrere gli occhi, alimentare il cuore e l’anima con tutto ciò che questo ineguagliabile territorio ha da offrirti. Per me questo è sempre stato un inestimabile privilegio. Ogni giorno scopro qualcosa di nuovo, straordinario, fantastico: campi deserti, che con- sentono di vedere fino all’orizzon- te, nessuna strada, nessun palo del telefono.

Strade secolari e sentieri sterrati deserti che apparentemente condu- cono nel nulla e poi all’improvviso dischiudono un piccolo agglomerato di casolari. “Le Puglie”, così abbiamo imparato a chiamare questo territorio. Il plurale storico si riferisce alla varietà della Puglia che si estende per 400 km da nord a sud, rappresentando il mondo in formato ridotto: il Gargano e il Salento, le Murge e l’arco Ionico, la Capitanata e la Valle d’Itria; e poi tutti quei paesi con le loro spiccate personalità, le loro caratteristiche pietre chiare, i loro riti e le loro tradizioni».
Tutto questo è la Puglia, un affasci- nante insieme, un paese in sé perfetto. «Ho studiato Scienze agrarie e per incarico dell’Unione Europea ho viaggiato molto nel Meridione italiano. Una sera in un bar di Cisternino, tra un caffè e una grappa, mi ritrovo casualmente accanto ad un produttore di Milano».
Il tipo è alla ricerca di un luogo per girare uno spot pubblicitario e appare quasi disperato perché, nonostante le varie ricerche, non riesce a trovare quello di cui il cliente ha bisogno, cioè una sorta di Toscana, incontaminata e romantica dell’inizio del secolo scorso. Lo spot prevede la storia di una classica famiglia contadina italiana. In poche parole si trattava di un orto di pomodori.

«In Toscana era quasi inverno e non cresceva quasi più nulla, per non parlare dei pomodori. Nemmeno in Puglia era più estate, ma ero certo di trovare un orto di pomodori. Il produttore mi diede carta bianca. Non passò molto tempo e avevo trovato l’orto paradisiaco e nelle vicinanze anche gli arbusti di pomodori che furono piantati in quel luogo come da copione. Il resto, cioè l’atmosfera tipica della Toscana, fu ricreata da sceneggiatori e professionisti. Il mio battesimo del fuoco si tramutò in un successo sorprendente: i committenti di Milano e il regista statunitense furono entusiasti. Rinunciai al mio impiego amministrativo, facendo della mia passione la mia professione.

Da allora è sempre alla ricerca, in qualsiasi stagione, di arbusti di pomodori, grossi e polposi; e di molto altro. «Con un certo orgoglio posso affermare di conoscere questa terra più di tanti altri. All’inizio degli anni Novanta, quando ho intrapreso la mia professione, la Puglia era al di là del confine italiano pressappoco sconosciuta. Appariva modesta e poco allettante soprattutto in questo settore. Sulla cartina geografica della filmografia italiana, per non parlare del cinema internazionale, il tacco dello stivale era quasi inesistente. Quando si trattava del sud, allora lo scenario si svolgeva a Napoli oppure in Sicilia. Qualche volta si vedeva una carrellata nella città dei trulli di Alberobello; anche le città di Bari, Trani, Otranto venivano di tanto in tanto citate, ma per vere produzioni cinematografiche come il recente film di Ferzan Ӧzpetek Mine vaganti, questo terri- torio a Sud-Est dell’Italia per lungo tempo non appariva abbastanza attraente. Contemporaneamente a me, giovani registi, quali Sergio Rubini, Edoardo Winspeare e Alessandro Piva, iniziarono la loro ricerca di località pugliesi dove poter girare e scoprirono a poco a poco il vero potenziale della regione che ha dato i natali a grandi personalità come Rodolfo Valentino».

La star del cinema muto era originario di Castellaneta, nella provincia di Taranto. Si parlava allora della Puglia come di un luogo incontaminato e autentico in Italia dove poter ambientare i più incredibili set cinematografici.

«Fu questa la mia grande occasione; mi sentivo come un cercatore d’oro. Il mare, gli ulivi, le vecchie masserie sono cose che vedono tutti. Tra questi io percepisco e individuo i gioielli: una masseria abbandonata in mezzo a campi pietrosi selvaggi; una spiaggia salentina che non ha nulla da invidiare alle isole Seychelles; una Toscana molto distante dalle Crete Senesi; una Grecia molto lontana dalle Cicladi, un Sidi Bou Said fuori dalla Tunisia e un alloggio sudtirolese distante dalle Dolomiti. E poi ci sono le emozioni che fanno parte dell’impresa, poiché il più bel luogo non è niente senza un marketing adeguato. Ho imparato ad immedesimarmi nei miei clienti, a leggere tra le righe ciò di cui nel caso specifico sono alla ricerca. Poi li sorprendo con un reperto, un luogo, un volto, un fenomeno introvabile altrove e che supera qualsiasi aspettativa».

«PIÙ EVENTI, E UNA MIGLIORE OFFERTA DEI VOLI PER CONTINUARE A CRESCERE»

PARLA MARINA LALLI, VICEPRESIDENTE NAZIONALE DI FEDERTURISMO

Marina Lalli è la proprietaria delle Terme e del Grand Hotel Terme di Margherita di Savoia, ed è anche componente del consiglio nazionale di Federterme e di Federturismo (dove ricopre anche l’incarico di vicepresidente). Lo stabilimento termale fu rilevato dalla sua famiglia negli anni ’80 e successi- vamente sottoposto a lavori di ristrutturazione che hanno interessato tanto l’hotel quanto le terme.
Negli anni la qualità del servizio offerto ai clienti è sempre cresciuta e sono stati aggiunti nuovi servizi, gli ultimi dei quali sono la piscina termale ed il percorso Kneipp (per cui il centro benessere da quest’anno sarà esteso su due piani e non più su uno). La Lalli è insomma la persona più adatta per continuare il nostro focus sul turismo in Puglia, avviato sul precedente numero con l’intervento di Giuseppe Pagliara, rappresentante del Nicolaus Tour, uno dei principali tour operator italiani.

Com’è cambiato il turismo in Puglia, dal suo particolare punto di vista?

«Negli anni ‘80 si vedevano quasi esclusivamente turisti pugliesi di ritorno, cioè gli emigrati al Nord Italia o all’estero. Oggi invece vediamo tanti stranieri, non solo i tedeschi legati a Federico II, ma anche tanti altri turisti di altre nazionalità. E ci sono anche i turisti termali veri. Per lo più si tratta di tedeschi, austriaci, francesi e inglesi, paesi in cui la cultura termale è molto diffusa. In quest’ultimo periodo sono in aumento anche le pre- senze dei popoli dell’est, arrivano molti russi e per fortuna lo spettro dei clienti si amplia».

Malgrado ciò la vostra struttura non resta aperta tutto l’anno.

«Le terme sono aperte da aprile a novembre. L’hotel fino a ottobre. È ovvio che se non ci sono clienti è antieconomi- co tenere la struttura aperta».

Uomini e cani, una lunga storia d’amore “in un click”.

In tono scherzoso ma in parte con intenzioni serie l’autore di queste foto, Patrizia Aversa vuole provare a racchiudere “In Un Click” una relazione che dura da 15mila anni, fatta di fedeltà e amore incondizionato: quella tra uomo e cane, il miglior amico dell’uomo. La mostra, una piccola selezione di ritratti e backstage, vuole essere un modo per celebrare questa amicizia secolare. Negli scatti si coglie l’energia positiva di cui il cane simbolo della fedeltà, della dedizione e dell’amore, è portatore. L’approccio fotografico dell’autore vuole provare quindi a mettere in mostra la forte relazione del binomio uomo-cane attraverso i loro ritratti. Infatti oggi, nella società moderna più che mai, il cane è per molti la famiglia, con cui condividere momenti difficili e belli, momenti fatti di strada, lunghe passeggiate, monologhi, lacrime ma anche tanti e tanti sorrisi.

Gli scatti sono stati realizzati grazie alla disponibilità di moltissimi a farsi riprendere per cogliere quel momento unico, congelato “In Un Click”, che solo grazie ai loro cani si è potuto realizzare spesso, tra il serio ed il faceto.