Il nuovo numero vi aspetta in libreria dall'1 Luglio

 


Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

Scarlinpizza – L’esempio di una generazione

L’azienda l’ha creata papà Nicola 23 anni fa, lasciò il mondo della macelleria, in cui operava la sua famiglia. Rilevò un bar di San Giovanni, 16 metri quadrati, e iniziò a fare panzerotti e patatine fritte. Qualcuno lo prese per pazzo. E invece fu la sua fortuna. E se oggi siamo diventati quello che siamo, con i nostri 35 dipendenti e questo nuovo stabilimento di produzione, è proprio grazie a quell’atto di coraggio e al duro lavoro che papà ha fatto negli anni». La voce di Antonio Scarlino, figlio di Nicola, è rotta dall’emozione, perché solo chi ha conosciuto il duro lavoro, le notti insonni, le ore rubate a moglie e figli, sa capire davvero i sacrifici e le assenze dei genitori. Capire, non apprezzare, perché le assenze non si possono apprezzare, anche quando sono “a fin di bene”, per portare avanti la famiglia. Antonio è praticamente cresciuto in azienda. Facoltà di Giurisprudenza abbandonata al secondo anno per dedicarsi alla ditta, accanto a suo padre. Oggi come ieri.

«Facevamo 1500 panzerotti fritti per sera e 3 quintali di patatine fritte. La domenica mattina iniziavamo a fare il panzerotto e lo congelavamo nel pozzetto dei gelati. Tommaso, un amico, chiese a papà di fornirgli il prodotto surgelato. Siamo andati avanti con lui per 4-5 anni, il lavoro cresceva e papà gli disse che non ce la faceva più perché aveva bisogno di spazio. Io ho trovato il secondo cliente, poi il terzo, il quarto e il quinto. Arrivarono anche gli insoluti di alcuni di loro. Per 10-12 anni siamo andati avanti cosi. Poi nel 1997 abbiamo finalmente fatto il primo stabilimento». E da meno di un anno, di fronte al primo stabilimento di Casarano, è stato inaugurato il nuovo, ultramoderno, spazioso, ben arredato. Da qui escono ogni giorno pizze surgelate, focacce e una seria di snack derivati dalla pizza. Fatturato di sei milioni di euro, che si divide al 50% Italia e al 50% estero, con quest’ultimo che è destinato ad aumentare.

PANZEROTTO MANIA La moda del momento

A New York come a Londra, a Milano come a Tokyo: è il prodotto più ricercato. Corner, locali, bancarelle spuntano come funghi. Ecco alcune storie

Classico (mozzarella e pomodoro) o gourmet. A Milano come a Londra, a New York come a Tokyo. In versione street-food, alle bancarelle di qualche mercatino, oppure in locali dove è possibile sedersi e bere una birra. La moda del momento è il panzerotto pugliese. E sembra funzionare. A Milano ci sono Michela e Matteo Di Canosa, cerignolani con un passato nel mondo finanziario, che hanno recentemente inaugurato il loro terzo locale dell’ormai minicatena “Il Priscio – Panzerotteria con salumi”.
Li trovate in via Santa Tecla 5, in corso Porta Ticinese 1 e al Bicocca Village. Magari andateci il giovedì, quando è di scena il Giropanzerotto: cinque panzerotti (l’ultimo alla nutella) più bevanda a 15 euro. Insomma, si fa sul serio.
A Londra c’è “Panzerotto blues”, di Gianni Perillo e sua moglie Angela, altamurani. Sono presenti al Greenwich Market e al Tooting Market. E anche questa è una storia interessante. «Ho lavorato 12 anni per la Total Erg, sarei potuto andare tranquillamente in pensione con l’azienda, stipendio decente, macchina aziendale, benefit, lavoro nella mia città di nascita, insomma non mi mancava niente per vivere in maniera dignitosa, però non stavo bene, non mi sentivo appagato, ero un leone in gabbia, volevo fare l’imprenditore!». A giugno del 2014, dopo 12 anni, Gianni lascia l’azienda: «Decido di partire a Londra per imparare l’inglese e puntare sul panzerotto, che lì non era presente. Non sapevo nemmeno tenere il mattarello in mano, avevo solo fatto un corso da pizzaiolo di 3 giorni presso Pizza.it, nelle Marche, nient’altro. Più tardi ho imparato il mestiere grazie ad un cugino di mia madre che è panettiere da 50 anni, che a sua volta aveva imparato il mestiere da mio nonno».
Panzerotto blues oggi è una realtà, piccola ma in crescita. E i londinesi gradiscono. «Sulla base della mia esperienza personale posso dire che niente è impossibile. Se una persona ha un sogno, un desiderio, un qualcosa di nascosto dentro di sè, può realizzarlo. Ma per farlo è fondamentale avere 2 cose: un pizzico di “follia” e la “rabbia”. Perchè se hai tutto ciò allora riesci a perserverare, altrimenti molli alle prime difficoltà».
A New York gli ambasciatori del panzerotto pugliese sono Vittoria Lattanzio (27 anni di Bitonto) e Pasquale De Ruvo (36, di Ruvo), con “Panzerotto bites”.

Angelo Sabatelli – Non si vive solo di stelle

La ristorazione pugliese vive un momento di gran fermento, con la nascita di nuovi concept (Pescaria e i suoi cloni) e l’emergere di giovani chef. È una crescita partita tardi, rispetto per esempio al settore vinicolo, dove la virata verso la qualità ed il gioco di squadra hanno prodotto risultati importanti già da qualche anno. Le stelle Michelin aumentano, il servizio nelle sale migliora, i locali gourmet si moltiplicano di numero. Ma non tutto è rose e fiori, ovviamente. Di tutto questo abbiamo parlato con Angelo Sabatelli, uno degli chef stellati pugliesi. Che ha sempre qualcosa di interessante da dire e da proporre, non solo in carta. È appena tornato da un viaggio di vacanza-lavoro in Asia, ed è da qui che partiamo.

Cosa trovi di interessante nella cucina asiatica?

E’ molto varia. Ogni regione ha gli stessi ingredienti ma vengono usati in maniera differente. Accade anche in Italia, per esempio con i pomodori e le patate. In Italia però non è ancora arrivata la varietà delle cucine etniche, forse per la difficoltà di reperire gli ingredienti. A parte Milano che è il posto migliore sia per trovare certi ingredienti che un pubblico.

Che problemi ha il settore?

Ci frega il nostro sistema fiscale e burocratico che ci ammazza tutti. La Spagna è riuscita a creare un sistema in pochi anni. In ogni buon ristorante trovi tanti stagisti: io non dico che bisogna aprire allo sfruttamento, ma imparare, quello sì. La Francia lo ha fatto nei secoli, la Spagna in pochi anni. Vuoi perché la gente ha accettato la assortita creatività dei cuochi, vuoi perché accetta stagisti senza problemi. Sta di fatto che ogni cuoco importante può contare su 30-40 ragazzi, e le cose cambiano. Nei nostri ristoranti invece a mala pena trovi due cuochi in cucina. Poi ci sono realtà come la mia e altre dove ne trovi 6-7, ma si tratta di casi rari. L’altra sera parlavo con Fulvio Pierangelini, chef del Rocco Forte Hotel che ha rilevato Masseria Maizza. E parlavamo proprio di questo problema: dell’Italia che non riesce a fare le cose che si fanno altrove. Troppe tasse e poca gente che spende.

Qual è la clientela di un ristorante stellato?

Molto variegata. L’estate più il cliente di fuori, italiano o straniero, perché i locali se ne vanno al mare. In autunno, inverno e in primavera quasi tutti locali. E poi abbiamo di tutto, dal professionista, all’imprenditore, all’operaio. Ti sembrerà strano ma è così. E ad una cosa tengo in particolare: tutti i clienti devono essere trattati come fossero clienti di serie A, non ci sono clienti di serie B o C. Anche perché in mezzo a questi clienti ci può essere qualcuno che ha dovuto mettere i soldi da parte per venire a cenare da me, e quindi, devo trattarlo come fosse il miglior cliente.

Cantine Due Palme – Restare uniti per continuare a crescere

La crescita delle Cantine Due Palme è impressionante e continua a sorprendere: 1000 soci, 15 milioni di bottiglie (in costante aumento anno dopo anno), 34 milioni di fatturato, 150 dipendenti. Si tratta di una delle realtà pugliesi più grandi del settore vinicolo. L’anima di Due Palme è da sempre Angelo Maci, che è anche l’enologo della cantina. Al suo fianco nella straordinaria crescita ci sono il direttore generale Assunta De Cillis, e le due figlie di Angelo, Antonella e Melissa. In questa intervista di gruppo abbiamo parlato con loro del mondo vitivinicolo pugliese e del futuro delle Cantine Due Palme.

Qual è il segreto del vostro successo?

«Sicuramente il segreto del nostro successo è da ricercare nella coesione e nella collaborazione che da sempre ci ha contraddistinti. Restare uniti per crescere, lavorare insieme per portare nel mondo la nostra passione per questo meraviglioso territorio unico e la tradizione enologica del nostro Salento. Controllare ogni fase del processo produttivo, dal vigneto al calice di vino, passando attraverso la vinificazione, la commercializzazione e la promozione delle nostre etichette, tutto certificato e garantito dal nome Due Palme, sinonimo di qualità e salvaguardia del territorio. Portare nel mondo l’unicità dei nostri Alberelli, la storia vitivinicola tramandata da generazioni e che risale a tremila anni fa, la nostra cultura che trasuda l’amore per la terra e i suoi tesori. Ecco cosa portiamo nel Europa che l’Asia, zone di interesse strategico perché di grandissime potenzialità. Qui il Made in Italy cresce sia in termini di volumi che di riconoscimento qualitativo».

Siete stati la prima coooperativa ad operare seguendo standard manageriali. Ma ci tenete ancora ad apparire come una grande famiglia. Perché?

«Siamo orgogliosi dei principi mutualistici che ci caratterizzano da sempre e sui quali si basa la nostra Cooperativa. Senza questa sinergie di intenti e di menti, di mani operose e sfide innovative, Cantine Due Palme non sarebbe ciò che è. E siamo ugualmente fieri di poter contare su partners commerciali che, in ogni angolo del mondo, hanno sposato e continuano a credere in queste idee e questi valori. Non a caso, appunto, li chiamiamo partners e mai solo meri clienti».

Con Caradonna Art Movers l’arte viaggia in mani sicure

Quello di Caradonna è ormai un nome storico nel panorama industriale barese. L’azienda nata nel 1969 per opera di Giuseppe Caradonna, già direttore di filiali di altre aziende del settore, iniziò a muovere i primi passi nel ramo della logistica, della spedizione di merci generiche e dei traslochi, rivolgendosi fin da subito ad una fascia di utenza medio-alta. Quando nella metà degli anni ‘80 comparvero sul mercato le prime autoscale, Caradonna si adegua alle Caradonna si adegua alle novità imposte dai tempi e inizia a specializzarsi nel trasporto degli oggetti preziosi e dei quadri, creando degli imballi ad hoc solo per le opere d’arte. Fu così che iniziarono ad arrivare le prime richieste delle Soprintendenze. L’impresa nel frattempo è divenuta leader nel Sud Italia per il trasporto delle opere d’arte, «un business che non conosce crisi e su cui intendiamo puntare sempre di più», dice Teresa Caradonna, figlia di Giuseppe, che con i fratelli Claudio e Nicola ha preso in mano le redini dell’azienda, anche se il papà, che oggi ha 87 anni, non salta un giorno d’ufficio ed è molto attivo sui social.

Cos’ha di diverso questo settore, rispetto a quello dei traslochi e delle spedizioni in generale?
«Qui la logistica richiede sopralluoghi per visionare le opere e il loro posizionamento, per rilevarne le criticità. I luoghi di accesso non sono sempre facili, bisogna studiare la tipologia di imballo più adatto, espletare pratiche di Belle Arti e doganali. Inoltre bisogna lavorare fianco a fianco con il prestatore dell’opera o con il curatore della mostra o con la Soprintendenza, affinché tutto fili liscio. Diciamo che non è un lavoro che puoi affidare in tutto e per tutto ad un dipendente, ma richiede spesso la presenza dell’imprenditore».

Che difficoltà incontrate?
Abbiamo difficoltà a trovare persone con competenza e professionalità. Ed è per questo che ci stiamo organizzando per erogare formazione. Ci siamo chiesti: se c’ė la domanda di queste figure professionali, perché la Regione non interviene? In fondo quella dell’art-handler, l’operaio specializzato nella movimentazione delle opere d’arte, è una figura già riconosciuta nel mondo. E devo dire che in Regione hanno colto l’opportunità e probabilmente nelle prossime settimane potrebbe partire una iniziativa importante».

Il prossimo obiettivo?
«Mi piacerebbe poter realizzare a breve un sogno che ho nel cassetto: un hub dell’arte in azienda, che preveda un’area di stoccaggio delle opere in totale sicurezza, all’interno di un caveau blindato con microclima, uno spazio di co-working per restauratori di opere d’arte contemporanea e libri antichi, con tutte le attrezzature necessarie, una residenza per gli artisti e degli spazi per fare formazione professionale. Spero di realizzarlo nel giro di un anno. Sarebbe davvero una innovazione. Inoltre stiamo lavorando ad un progetto per innovare i sistemi di imballo delle opere. Ma c’è un’altra importante novità….”

NICOLA AMENDUNI

UN NOME CHE HA FATTO LA STORIA DELL’ECONOMIA BARESE. È A CAPO DI UN GRUPPO CHE COMPRENDE ACCIAIERIE E AZIENDE MECCANICHE. HA 100 ANNI, MA OGNI GIORNO SI RECA IN AZIENDA, MATTINA E POMERIGGIO. E NON HA PERSO IL VIZIO DI FARE AFFARI E INVESTIRE…

Se volete leggere un buon libro di management, che insegni come fare impresa e conservare il fiuto per gli affari, allora cercate una copia di “Olio, acciaio e… fantasia” (Rumor Edizioni). Lo ha scritto due anni fa Nicola Amenduni, imprenditore barese, che oggi ha 100 anni e da diverso tempo vive a Vicenza, dove ha sede il quartier generale del gruppo Valbruna, le acciaierie che suo suocero gli affidò dopo aver capito che il genero, barese, la sapeva lunga. Molto lunga.

«Per me è uno dei cinque più grandi imprenditori italiani, e non solo per l’età», dice Michele Stillavati, amministratore della Amenduni spa, l’azienda fondata nel 1905 da Michele Amenduni, padre di Nicola. E se lo dice lui, che lo conosce bene, qualcosa di vero ci sarà.
Leggendo il libro si ha modo di ripercorre la storia contemporanea d’Italia: la guerra, le confische delle aziende, la liberazione, il rapporto con gli americani, il grande boom, su su fino ai giorni nostri, al sequestro dell’Ilva (in cui Amenduni aveva una piccola percentuale). Ma soprattutto, il libro è il modo migliore per conoscere aneddoti, storie mai raccontate, ed il fiuto straordinario di Amenduni per gli affari (puliti), la sua innata dote che lo ha portato svariate volte ad inventare macchinari che hanno avuto successo ed hanno rivoluzionato il settore di sua competenza (quello della produzione dell’olio di oliva) ma anche altri settori ai quali nel corso della sua lunga vita si è avvicinato.
È la storia di una grande ascesa, di una piccola caduta (quando aveva diversificato investendo sul cinema e lasciandosi investire dal mondo del jet-set romano). È la storia di un grande amore, quello con la moglie Mariuccia, di una famiglia di imprenditori pugliesi, di una terra che ha conosciuto alti e bassi ma che ha sempre dimostrato di saper stare al passo di aree più attrezzate e più ricche.
Dal 1960, purtroppo per la Puglia, Nicola Amenduni vive in Veneto dove c’è il core business del suo gruppo industriale, la produzione dell’acciaio. Per farsi un’idea, il fatturato complessivo è di circa un miliardo di euro. L’azienda di Bari, 62 12.000 metri quadrati, fattura “appena” 30 milioni, ma è l’unica del gruppo a conservare il nome del capofamiglia. Ed è anche un gioiello, che produce macchinari all’avanguardia (è così fin dalla nascita) in un ambiente che tutto sembra tranne che una immensa officina meccanica.
Amenduni l’ha affidata a buone mani: Stillavati lo ha assunto nel 1991, veniva dalle officine Calabrese (una delle tante belle storie finite male, o comunque finite). «All’epoca vendevamo esclusivamente in Italia, con fatturati molto più bassi. L’estero è stato sia una scelta strategica che una necessità: se non lo avessimo fatto forse oggi non esisteremmo più». Infatti il fatturato ė al 70% proveniente dall’estero: Grecia, Turchia, Iraq, Siria, Libano, Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna (dove c’è l’altra azienda del gruppo). «Ma vendiamo macchine anche in Australia, Cile, Argentina, Messico, Stati Uniti». Il costo medio degli impianti è di circa 250mila euro. «Accompagniamo il cliente nella progettazione e nel post vendita, per battere la concorrenza, che in questo settore è italiana o tedesca».
Tra le italiane, la Amenduni è quella con le migliori performance negli ultimi 15 anni. I dipendenti sono 80: buona parte di questi sono giovani, subentrati ai loro genitori. «Utilizziamo molto l’indotto pugliese, intorno a Bari ci sono aziende eccellenti nel settore della meccanica. Progettiamo macchinari nuovi, abbiamo un reparto “Ricerca&Sviluppo” molto importante, che non si avvale di contributi pubblici ma è finanziato con parte degli utili aziendali. Per fortuna sono 26 anni consecutivi che facciamo utili», dice, comprensibilmente soddisfatto, l’amministratore delegato dell’azienda, che paradossalmente i problemi più grossi li vede e li vive proprio a casa sua: «I fondi dei PSR sono bloccati.

L’orologio Made in Puglia ha un cuore cinese

I marchi “Lancaster” e “Strumento Marino” nascono a Bari. Ma quella di Alfredo Giovine è un’azienda globalizzata: compra i componenti da 32 fornitori asiatici e li assembla nella sua fabbrica di Shenzen. Ha uffici commerciali ad Hong Kong, Miami e Dubai e vende in 23 paesi nel mondo. Oltre che su aerei e navi da crociera

La Lancaster di Alfredo Giovine è sicuramente uno dei migliori esempi di aziende pugliesi di successo, che sfruttando le opportunità della globalizzazione sono riuscite a raggiungere i mercati di mezzo mondo, ma è allo stesso tempo anche un esempio di azienda low profile. Merito del suo titolare, che in alcuni momenti appare istrionico, in altri sembra voler tirare il freno e preferisce restare dietro le quinte: «Sia ben chiaro, è vero che siamo ormai presenti in 23 paesi, ma in nessuno di questi sono un fenomeno».
L’azienda ha sede in un ampio seminterrato situato a due passi dall’Ateneo. È qui che vengono ideati e disegnati gli orologi Lancaster e “Strumento marino”, il brand nato qualche anno fa per regalare agli appassionati di pesca subacquea e vela degli orologi di alta qualità che però strizzassero l’occhio al fashion. A fondare la Lancaster fu, negli anni ‘80, il papà di Alfredo, Beniamino, venuto a mancare sei anni fa. Era un distributore della Philips e conobbe un coreano che produceva orologi a Shenzen. Da lì nacque l’idea di creare un proprio marchio, italiano nello stile e nel design, ma assemblato in Cina, prestando attenzione alla assoluta qualità e correttezza dei fornitori. L’intuizione era giusta e la crescita è stata costante. Non solo dell’azienda, ma anche di Shenzen: «Quando papà comprò lì il suo primo immobile la città aveva solo 300.000 abitanti, oggi ne ha 16 milioni».
Alfredo è cresciuto in questo ambiente: «Avevo 16 anni quando mio padre iniziò a portarmi in giro con lui dai clienti». Oggi Giovine junior ha 45 anni e guida un’azienda che da 19 anni ha un ufficio commerciale a Dubai, da 6 a Miami: una sorta di globalizzazione ante litteram. «Abbiamo sempre fatto ciò che il mercato chiedeva, e in qualche modo siamo stati premiati». Nel 2017 Giovine ha venduto 160.000 orologi a marchio Lancaster (in vendita al pubblico a prezzi da 200 a 6000 euro), 90.000 a marchio “Strumento marino” (in vendita a prezzi che oscillano dai 120 ai 500 euro). Il fatturato complessivo è arrivato a 10 milioni e i dipendenti sono diventati 130 (80 dei quali in Cina). Considerando che si tratta di una piccola azienda che non investe somme ingenti in campagne pubblicitarie, si tratta di numeri importanti.

La favola di Matteo

Brindisino, 15 anni, fenomeno. In forza alla Stella Azzurra Roma. È stato il primo quindicenne a giocare in serie B. Il Real Madrid lo ha voluto nella sua Cantera.

HO QUATTORDICI ANNI E SONO MAGRO COME un’acciuga, il mare mi sembra un miraggio, il caldo ammutolisce tutti gli eventuali respiri umani e animali nel raggio di diversi chilometri. Pomeriggio assolato di un fine settimana di settembre con la pelle bianca che è conseguenza di un’estate spesa a inseguire sogni londinesi, dove la grande truffa del punk turistico non paga più dividendi, e Carnaby Street diventa un tripudio di macchine fotografiche che, al costo di una sterlina a scatto, fermano le immagini di falsi punk ormai istituzionalizzati. Sono lontano dai rumori. In uno showcase per pochi fortunati osservo suonare David Sylvian con Holger Czukay, Jon Hassel e Ryuichi Sakamoto. Domani, penso, ritorno a casa: my whole world stands in front of me, my whole life stretches in front of me. Tutto il mio mondo si trova di fronte a me, tutta la mia vita si estende davanti a me.

Eccomi, a due passi dal mare, sul campo da basket della spiaggia, immobile guardo il canestro e lascio partire un missile che prima sbatte contro il primo ferro e poi ritorna alto sulla mia testa. Pochi secondi dopo, il pallone è nelle mani di un uomo che conosco, deve essere appena uscito dall’acqua perché le gocce scendono irregolarmente facendosi strada tra i peli del petto. Sorride e raccoglie il pallone, mi guarda e dice “vediamo come va”. Tira, con i piedi posizionati pochi centimetri dopo la linea del centrocampo, la retina appesa al canestro potrebbe anche non essersi mossa, lui mi guarda e sorride nuovamente, “va sempre bene”, dice, gira le spalle e mi saluta con un cenno della mano.

The book of your heart

NON RICORDO ESATTAMENTE DA QUANDO HO INIZIATO A FARCI caso. Inizio a diventare vecchio come loro, la memoria non mi accompagna più. Di certo fu al ritorno da una fiera al Nord Italia: appena varcai il confine tra Molise e Puglia gli occhi “scoprirono” qualcosa che c’era sempre stato ma che non avevo mai visto veramente. Perché quando si è giovani si è presi da altro. Si guarda altro. Si pensa ad altro. Del resto ogni cosa ha la sua età, il suo periodo giusto. Un po’ come i libri. Ce ne sono alcuni che devono essere letti in una certa fase della vita, altrimenti rischi di non capirli. Ho letto “Sulla strada” di Jack Kerouac a 45 anni e mi è parso una schifezza. Lo avessi preso in mano all’età di 18-20 anni sarebbe stato un capolavoro. E così è anche per ciò che ci circonda: siamo assuefatti al panorama tanto da non vederlo più. Come accade a volte con le mogli, i genitori, gli amici più cari: te li dimentichi. Tanto sai che ci sono. Fin quando ti accorgi che non ci sono più. E allora non potrai che convivere con i rimorsi. E i ricordi.

Di ritorno da quella edizione del Vinitaly, una ventina di anni fa (una ventina di anni fa, porca miseria!), dopo aver visto tante bottiglie di vino e molti bicchieri, scoprii la bellezza sconfinata delle nostre distese di ulivi. E rimasi incollato al finestrino dell’auto per ore, come se fosse lo schermo di un cinema. Fateci caso la prossima volta che attraversate il confine regionale a Nord della Puglia: tutto cambia in un attimo. C’è addirittura un tratto di autostrada in cui si scorgono solo le chiome degli uliveti, perché l’asfalto si abbassa, e non si scorge più l’orizzonte. Ulivi. Ulivi a perdita d’occhio. Lato mare e lato collina. Ulivi di ogni grandezza e di ogni bellezza. Ci sono quelli più piccoli, alberelli che fanno tenerezza, come fossero bambini in fasce, e ti viene da pensare a ciò che saranno un giorno, a cosa diventeranno. Ci sono quelli già più cresciuti ma ancora ben lontani dal diventare maestosi come i centenari o i millenari di Puglia: tronchi solidi ma non ancora robusti, aitanti ma ancora bisognosi di protezione, come un figlio adolescente che inizia a distaccarsi dai genitori, magari imitandoli, ma voglioso di spiccare il volo e ondeggiare libero tra le nuvole della vita.

E poi ci sono loro, i Signori di Puglia. Nel tratto Fasano-Ostuni sono ovunque. Bellissimi, romantici, plasmati dall’età, dal vento, dal sole. Arcigni e saggi, come lo sono i nonni. Fortificati da anni, decenni, secoli di gioie e av- versità. Di vita. Tronchi contorti, che si abbracciano e si inerpicano, regalando sculture naturali di fronte alle quali puoi solo restare a bocca aperta.

Gli ulivi secolari e millenari sono il nostro libro del cuore. Il cuore della Puglia. E sulle loro cicatrici è scritta una storia meravigliosa. La nostra

Guardo gli ulivi secolari e non riesco non pensare all’immagine di quei nonni ormai costretti all’immmobilità, seduti sulla poltrona di fronte alla tv, oppure su una sedia in balcone a caccia di un alito di vento che li rinfreschi e di un figlio o un nipote che vada a fargli compagnia, anche per un solo fottuto minuto. C’è una cosa che faccio ogni volta che mi trovo nella zona di Savelletri o di Ostuni: fermo l’auto e scendo. Cammino per qualche decina di metri ad ammirarli e fotografarli. Quando ne scorgo uno particolarmente maestoso, mi ci fermo davanti per un paio di minuti. E mi viene voglia di toccarlo con le mani, per sentire le sue rughe, i suoi muscoli, le sue ossa. Se ascoltate bene sentirete anche la bellezza del silenzio, le voci, la musica che porta con se. Mi chiedo quanto ancora durerà. Se resisterà alla xylella e all’insipienza di amministratori che hanno inseguito i populismi e i voti, piuttosto che pren- dere decisioni radicali, antipopolari e dolorose, che avrebbero salvato molti degli ulivi che oggi ci stanno morendo sotto gli occhi. Fin quando sarà possibile, a me e a loro, mi fermerò in quelle stradine, varcherò i muri a secco e starò accanto a questi giganti. Perché sento che loro sono il libro del cuore, il cuore della Puglia. E su quelle cicatrici è scritta una storia meravigliosa. La nostra.

Bari-Matera by train

SULLA DIRETTRICE MATERA-BARI DEI TRENI LOCALI SI APPREZZA una cosa a volte unica: la vista dal finestrino. Spesso ci trovo una piacevole compagnia, in grado di raccontarti ogni giorno una storia diversa, persone, vite che si incrociano e si vivono “pendolarmente” ogni mattina. Occhi socchiusi a tirare un altro po’ il sonno la- sciato appeso sul cuscino lasciato poco prima, albe al finestrino che filtrano dagli ulivi in scorrimento dolce, dondolio, rumore basso e costante del motore che porta quasi ad un ipnotico stato di semi-coscienza. La mattina presto, oltre la condensa sul vetro, residuo di una notte umida e luna piena, la luce passa creando un caleidoscopico effetto multicolor. Dall’altro lato scorre il film delle campagne, dei tratturi e delle mulattiere, dei muretti a secco non sempre ben formati, non sempre in piedi. Grano e mandorli che non ci si crede come possano colorarsi tanto intensamente e la ferrovia passa proprio lì in mezzo a quello spettacolo antico di jazzi e masserie. Ogni mattina scorre e i naviganti chiacchierano, si raccontano le vite, mamme esaltano figli, padri calcolano preoccupati gli esborsi familiari su dita che non sempre sembrano bastare e ragazzi sognano distratti gonne di ragazze.

Io mi lascio avvolgere da quel verde tutto intorno, dal giallo di quel sole e dal grigio della pietra e prepotente mi viene a galla un pensiero proibito a quell’ora del giorno, quasi osè. La pasta al forno di mia madre. Non so perchè, sarà l’odore di erba bagnata di inizio primavera che si colora improvvisamente di sugo e amorevole dedizione. Subito mi redarguisco, quasi assalito da un improvviso pudore gastronomico ma non posso farci nulla, di mattina ho fame più che in qualsiasi altro momento della giornata. La pasta al forno è un’istituzione, un credo, un equilibrio perfetto di sapori, di dolcezza e acidità, le consistenze devono incrociarsi, una varietà di ingredienti che deve registrarsi al palato per non arrivare alle papille tutta insieme. Le polpettine, non troppo grandi, devono essere compatte, alcune più bruciacchiate, quindi dure e alcune più morbide quindi, un’esatta commistione di consistenze e anche la pasta stessa sfrutta questo stratagemma. Il forno le dona quella croccantezza che è simbolo di mamma, la mozzarella, al Sud di prima qualità, fusa nel sugo forma un vulcano di lava rossa che scende sulle forme di pasta, un reticolato bianco fuso con il pomodoro si raffredda e si indurisce all’aria come se fosse sgorgato dalle profondità di quel vulcano. La mozzarella burrosa ma mai liquida, consistente ma non grumosa, profumata di fresco.

Ogni mattina scorre e i naviganti chiacchierano, si raccontano le vite. Mamme esaltano i figli, padri calcolano preoccupati gli esborsi famigliari su dita che non sempre sembrano bastare. E ragazzi che sognano distratti gonne di ragazze.

È indescrivibile quello che avviene nel forno, quali alchimie, le emozioni nella preparazione, a guardarla dal vetro del forno, sembra di osservare la maturazione di un feto nel grembo materno, poesia da mangiare, il profumo sgombra la mente, chimicamente fa venire fame e ammirazione. Alcuni la fanno con le melanzane fritte, buona da morire anche quella, poesia con musica si potrebbe definire, un sottofondo oleoso e grasso che rende allo spettatore-mangiatore uno spettacolo ancora più sconvolgente. Le nonne qui dicevano sempre “cucinare è come dipingere. È un’arte e ogni ingrediente dipende dal insieme, dall’inventiva”. Mi risveglio all’improvviso dallo stato di semi-coscienza, chiudo la bocca secca e cerco di scacciare dalla mente pensieri tanto esosi e fuori contesto. In lontananza si inizia ad intravedere la città, grigia di smog, con alle spalle la scenografia del mare ad abbellire tutto quanto. Appena sceso l’odore è completamente diverso, niente più erba bagnata, niente grano, il nuovo mix comprende kebab come in tutte le vere stazioni degne di nota e olio di motore. Più cammino però e più le mie narici si avvicinano all’altra grande passione della mia vita, motivo ispiratore e guida dell’anima da sempre. Il moto infinito: il mare.