Il nuovo numero vi aspetta in libreria dall'1 Gennaio

 


Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

Con Caradonna Art Movers l’arte viaggia in mani sicure

Quello di Caradonna è ormai un nome storico nel panorama industriale barese. L’azienda nata nel 1969 per opera di Giuseppe Caradonna, già direttore di filiali di altre aziende del settore, iniziò a muovere i primi passi nel ramo della logistica, della spedizione di merci generiche e dei traslochi, rivolgendosi fin da subito ad una fascia di utenza medio-alta. Quando nella metà degli anni ‘80 comparvero sul mercato le prime autoscale, Caradonna si adegua alle Caradonna si adegua alle novità imposte dai tempi e inizia a specializzarsi nel trasporto degli oggetti preziosi e dei quadri, creando degli imballi ad hoc solo per le opere d’arte. Fu così che iniziarono ad arrivare le prime richieste delle Soprintendenze. L’impresa nel frattempo è divenuta leader nel Sud Italia per il trasporto delle opere d’arte, «un business che non conosce crisi e su cui intendiamo puntare sempre di più», dice Teresa Caradonna, figlia di Giuseppe, che con i fratelli Claudio e Nicola ha preso in mano le redini dell’azienda, anche se il papà, che oggi ha 87 anni, non salta un giorno d’ufficio ed è molto attivo sui social.

Cos’ha di diverso questo settore, rispetto a quello dei traslochi e delle spedizioni in generale?
«Qui la logistica richiede sopralluoghi per visionare le opere e il loro posizionamento, per rilevarne le criticità. I luoghi di accesso non sono sempre facili, bisogna studiare la tipologia di imballo più adatto, espletare pratiche di Belle Arti e doganali. Inoltre bisogna lavorare fianco a fianco con il prestatore dell’opera o con il curatore della mostra o con la Soprintendenza, affinché tutto fili liscio. Diciamo che non è un lavoro che puoi affidare in tutto e per tutto ad un dipendente, ma richiede spesso la presenza dell’imprenditore».

Che difficoltà incontrate?
Abbiamo difficoltà a trovare persone con competenza e professionalità. Ed è per questo che ci stiamo organizzando per erogare formazione. Ci siamo chiesti: se c’ė la domanda di queste figure professionali, perché la Regione non interviene? In fondo quella dell’art-handler, l’operaio specializzato nella movimentazione delle opere d’arte, è una figura già riconosciuta nel mondo. E devo dire che in Regione hanno colto l’opportunità e probabilmente nelle prossime settimane potrebbe partire una iniziativa importante».

Il prossimo obiettivo?
«Mi piacerebbe poter realizzare a breve un sogno che ho nel cassetto: un hub dell’arte in azienda, che preveda un’area di stoccaggio delle opere in totale sicurezza, all’interno di un caveau blindato con microclima, uno spazio di co-working per restauratori di opere d’arte contemporanea e libri antichi, con tutte le attrezzature necessarie, una residenza per gli artisti e degli spazi per fare formazione professionale. Spero di realizzarlo nel giro di un anno. Sarebbe davvero una innovazione. Inoltre stiamo lavorando ad un progetto per innovare i sistemi di imballo delle opere. Ma c’è un’altra importante novità….”

NICOLA AMENDUNI

UN NOME CHE HA FATTO LA STORIA DELL’ECONOMIA BARESE. È A CAPO DI UN GRUPPO CHE COMPRENDE ACCIAIERIE E AZIENDE MECCANICHE. HA 100 ANNI, MA OGNI GIORNO SI RECA IN AZIENDA, MATTINA E POMERIGGIO. E NON HA PERSO IL VIZIO DI FARE AFFARI E INVESTIRE…

Se volete leggere un buon libro di management, che insegni come fare impresa e conservare il fiuto per gli affari, allora cercate una copia di “Olio, acciaio e… fantasia” (Rumor Edizioni). Lo ha scritto due anni fa Nicola Amenduni, imprenditore barese, che oggi ha 100 anni e da diverso tempo vive a Vicenza, dove ha sede il quartier generale del gruppo Valbruna, le acciaierie che suo suocero gli affidò dopo aver capito che il genero, barese, la sapeva lunga. Molto lunga.

«Per me è uno dei cinque più grandi imprenditori italiani, e non solo per l’età», dice Michele Stillavati, amministratore della Amenduni spa, l’azienda fondata nel 1905 da Michele Amenduni, padre di Nicola. E se lo dice lui, che lo conosce bene, qualcosa di vero ci sarà.
Leggendo il libro si ha modo di ripercorre la storia contemporanea d’Italia: la guerra, le confische delle aziende, la liberazione, il rapporto con gli americani, il grande boom, su su fino ai giorni nostri, al sequestro dell’Ilva (in cui Amenduni aveva una piccola percentuale). Ma soprattutto, il libro è il modo migliore per conoscere aneddoti, storie mai raccontate, ed il fiuto straordinario di Amenduni per gli affari (puliti), la sua innata dote che lo ha portato svariate volte ad inventare macchinari che hanno avuto successo ed hanno rivoluzionato il settore di sua competenza (quello della produzione dell’olio di oliva) ma anche altri settori ai quali nel corso della sua lunga vita si è avvicinato.
È la storia di una grande ascesa, di una piccola caduta (quando aveva diversificato investendo sul cinema e lasciandosi investire dal mondo del jet-set romano). È la storia di un grande amore, quello con la moglie Mariuccia, di una famiglia di imprenditori pugliesi, di una terra che ha conosciuto alti e bassi ma che ha sempre dimostrato di saper stare al passo di aree più attrezzate e più ricche.
Dal 1960, purtroppo per la Puglia, Nicola Amenduni vive in Veneto dove c’è il core business del suo gruppo industriale, la produzione dell’acciaio. Per farsi un’idea, il fatturato complessivo è di circa un miliardo di euro. L’azienda di Bari, 62 12.000 metri quadrati, fattura “appena” 30 milioni, ma è l’unica del gruppo a conservare il nome del capofamiglia. Ed è anche un gioiello, che produce macchinari all’avanguardia (è così fin dalla nascita) in un ambiente che tutto sembra tranne che una immensa officina meccanica.
Amenduni l’ha affidata a buone mani: Stillavati lo ha assunto nel 1991, veniva dalle officine Calabrese (una delle tante belle storie finite male, o comunque finite). «All’epoca vendevamo esclusivamente in Italia, con fatturati molto più bassi. L’estero è stato sia una scelta strategica che una necessità: se non lo avessimo fatto forse oggi non esisteremmo più». Infatti il fatturato ė al 70% proveniente dall’estero: Grecia, Turchia, Iraq, Siria, Libano, Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna (dove c’è l’altra azienda del gruppo). «Ma vendiamo macchine anche in Australia, Cile, Argentina, Messico, Stati Uniti». Il costo medio degli impianti è di circa 250mila euro. «Accompagniamo il cliente nella progettazione e nel post vendita, per battere la concorrenza, che in questo settore è italiana o tedesca».
Tra le italiane, la Amenduni è quella con le migliori performance negli ultimi 15 anni. I dipendenti sono 80: buona parte di questi sono giovani, subentrati ai loro genitori. «Utilizziamo molto l’indotto pugliese, intorno a Bari ci sono aziende eccellenti nel settore della meccanica. Progettiamo macchinari nuovi, abbiamo un reparto “Ricerca&Sviluppo” molto importante, che non si avvale di contributi pubblici ma è finanziato con parte degli utili aziendali. Per fortuna sono 26 anni consecutivi che facciamo utili», dice, comprensibilmente soddisfatto, l’amministratore delegato dell’azienda, che paradossalmente i problemi più grossi li vede e li vive proprio a casa sua: «I fondi dei PSR sono bloccati.

L’orologio Made in Puglia ha un cuore cinese

I marchi “Lancaster” e “Strumento Marino” nascono a Bari. Ma quella di Alfredo Giovine è un’azienda globalizzata: compra i componenti da 32 fornitori asiatici e li assembla nella sua fabbrica di Shenzen. Ha uffici commerciali ad Hong Kong, Miami e Dubai e vende in 23 paesi nel mondo. Oltre che su aerei e navi da crociera

La Lancaster di Alfredo Giovine è sicuramente uno dei migliori esempi di aziende pugliesi di successo, che sfruttando le opportunità della globalizzazione sono riuscite a raggiungere i mercati di mezzo mondo, ma è allo stesso tempo anche un esempio di azienda low profile. Merito del suo titolare, che in alcuni momenti appare istrionico, in altri sembra voler tirare il freno e preferisce restare dietro le quinte: «Sia ben chiaro, è vero che siamo ormai presenti in 23 paesi, ma in nessuno di questi sono un fenomeno».
L’azienda ha sede in un ampio seminterrato situato a due passi dall’Ateneo. È qui che vengono ideati e disegnati gli orologi Lancaster e “Strumento marino”, il brand nato qualche anno fa per regalare agli appassionati di pesca subacquea e vela degli orologi di alta qualità che però strizzassero l’occhio al fashion. A fondare la Lancaster fu, negli anni ‘80, il papà di Alfredo, Beniamino, venuto a mancare sei anni fa. Era un distributore della Philips e conobbe un coreano che produceva orologi a Shenzen. Da lì nacque l’idea di creare un proprio marchio, italiano nello stile e nel design, ma assemblato in Cina, prestando attenzione alla assoluta qualità e correttezza dei fornitori. L’intuizione era giusta e la crescita è stata costante. Non solo dell’azienda, ma anche di Shenzen: «Quando papà comprò lì il suo primo immobile la città aveva solo 300.000 abitanti, oggi ne ha 16 milioni».
Alfredo è cresciuto in questo ambiente: «Avevo 16 anni quando mio padre iniziò a portarmi in giro con lui dai clienti». Oggi Giovine junior ha 45 anni e guida un’azienda che da 19 anni ha un ufficio commerciale a Dubai, da 6 a Miami: una sorta di globalizzazione ante litteram. «Abbiamo sempre fatto ciò che il mercato chiedeva, e in qualche modo siamo stati premiati». Nel 2017 Giovine ha venduto 160.000 orologi a marchio Lancaster (in vendita al pubblico a prezzi da 200 a 6000 euro), 90.000 a marchio “Strumento marino” (in vendita a prezzi che oscillano dai 120 ai 500 euro). Il fatturato complessivo è arrivato a 10 milioni e i dipendenti sono diventati 130 (80 dei quali in Cina). Considerando che si tratta di una piccola azienda che non investe somme ingenti in campagne pubblicitarie, si tratta di numeri importanti.

La favola di Matteo

Brindisino, 15 anni, fenomeno. In forza alla Stella Azzurra Roma. È stato il primo quindicenne a giocare in serie B. Il Real Madrid lo ha voluto nella sua Cantera.

HO QUATTORDICI ANNI E SONO MAGRO COME un’acciuga, il mare mi sembra un miraggio, il caldo ammutolisce tutti gli eventuali respiri umani e animali nel raggio di diversi chilometri. Pomeriggio assolato di un fine settimana di settembre con la pelle bianca che è conseguenza di un’estate spesa a inseguire sogni londinesi, dove la grande truffa del punk turistico non paga più dividendi, e Carnaby Street diventa un tripudio di macchine fotografiche che, al costo di una sterlina a scatto, fermano le immagini di falsi punk ormai istituzionalizzati. Sono lontano dai rumori. In uno showcase per pochi fortunati osservo suonare David Sylvian con Holger Czukay, Jon Hassel e Ryuichi Sakamoto. Domani, penso, ritorno a casa: my whole world stands in front of me, my whole life stretches in front of me. Tutto il mio mondo si trova di fronte a me, tutta la mia vita si estende davanti a me.

Eccomi, a due passi dal mare, sul campo da basket della spiaggia, immobile guardo il canestro e lascio partire un missile che prima sbatte contro il primo ferro e poi ritorna alto sulla mia testa. Pochi secondi dopo, il pallone è nelle mani di un uomo che conosco, deve essere appena uscito dall’acqua perché le gocce scendono irregolarmente facendosi strada tra i peli del petto. Sorride e raccoglie il pallone, mi guarda e dice “vediamo come va”. Tira, con i piedi posizionati pochi centimetri dopo la linea del centrocampo, la retina appesa al canestro potrebbe anche non essersi mossa, lui mi guarda e sorride nuovamente, “va sempre bene”, dice, gira le spalle e mi saluta con un cenno della mano.

The book of your heart

NON RICORDO ESATTAMENTE DA QUANDO HO INIZIATO A FARCI caso. Inizio a diventare vecchio come loro, la memoria non mi accompagna più. Di certo fu al ritorno da una fiera al Nord Italia: appena varcai il confine tra Molise e Puglia gli occhi “scoprirono” qualcosa che c’era sempre stato ma che non avevo mai visto veramente. Perché quando si è giovani si è presi da altro. Si guarda altro. Si pensa ad altro. Del resto ogni cosa ha la sua età, il suo periodo giusto. Un po’ come i libri. Ce ne sono alcuni che devono essere letti in una certa fase della vita, altrimenti rischi di non capirli. Ho letto “Sulla strada” di Jack Kerouac a 45 anni e mi è parso una schifezza. Lo avessi preso in mano all’età di 18-20 anni sarebbe stato un capolavoro. E così è anche per ciò che ci circonda: siamo assuefatti al panorama tanto da non vederlo più. Come accade a volte con le mogli, i genitori, gli amici più cari: te li dimentichi. Tanto sai che ci sono. Fin quando ti accorgi che non ci sono più. E allora non potrai che convivere con i rimorsi. E i ricordi.

Di ritorno da quella edizione del Vinitaly, una ventina di anni fa (una ventina di anni fa, porca miseria!), dopo aver visto tante bottiglie di vino e molti bicchieri, scoprii la bellezza sconfinata delle nostre distese di ulivi. E rimasi incollato al finestrino dell’auto per ore, come se fosse lo schermo di un cinema. Fateci caso la prossima volta che attraversate il confine regionale a Nord della Puglia: tutto cambia in un attimo. C’è addirittura un tratto di autostrada in cui si scorgono solo le chiome degli uliveti, perché l’asfalto si abbassa, e non si scorge più l’orizzonte. Ulivi. Ulivi a perdita d’occhio. Lato mare e lato collina. Ulivi di ogni grandezza e di ogni bellezza. Ci sono quelli più piccoli, alberelli che fanno tenerezza, come fossero bambini in fasce, e ti viene da pensare a ciò che saranno un giorno, a cosa diventeranno. Ci sono quelli già più cresciuti ma ancora ben lontani dal diventare maestosi come i centenari o i millenari di Puglia: tronchi solidi ma non ancora robusti, aitanti ma ancora bisognosi di protezione, come un figlio adolescente che inizia a distaccarsi dai genitori, magari imitandoli, ma voglioso di spiccare il volo e ondeggiare libero tra le nuvole della vita.

E poi ci sono loro, i Signori di Puglia. Nel tratto Fasano-Ostuni sono ovunque. Bellissimi, romantici, plasmati dall’età, dal vento, dal sole. Arcigni e saggi, come lo sono i nonni. Fortificati da anni, decenni, secoli di gioie e av- versità. Di vita. Tronchi contorti, che si abbracciano e si inerpicano, regalando sculture naturali di fronte alle quali puoi solo restare a bocca aperta.

Gli ulivi secolari e millenari sono il nostro libro del cuore. Il cuore della Puglia. E sulle loro cicatrici è scritta una storia meravigliosa. La nostra

Guardo gli ulivi secolari e non riesco non pensare all’immagine di quei nonni ormai costretti all’immmobilità, seduti sulla poltrona di fronte alla tv, oppure su una sedia in balcone a caccia di un alito di vento che li rinfreschi e di un figlio o un nipote che vada a fargli compagnia, anche per un solo fottuto minuto. C’è una cosa che faccio ogni volta che mi trovo nella zona di Savelletri o di Ostuni: fermo l’auto e scendo. Cammino per qualche decina di metri ad ammirarli e fotografarli. Quando ne scorgo uno particolarmente maestoso, mi ci fermo davanti per un paio di minuti. E mi viene voglia di toccarlo con le mani, per sentire le sue rughe, i suoi muscoli, le sue ossa. Se ascoltate bene sentirete anche la bellezza del silenzio, le voci, la musica che porta con se. Mi chiedo quanto ancora durerà. Se resisterà alla xylella e all’insipienza di amministratori che hanno inseguito i populismi e i voti, piuttosto che pren- dere decisioni radicali, antipopolari e dolorose, che avrebbero salvato molti degli ulivi che oggi ci stanno morendo sotto gli occhi. Fin quando sarà possibile, a me e a loro, mi fermerò in quelle stradine, varcherò i muri a secco e starò accanto a questi giganti. Perché sento che loro sono il libro del cuore, il cuore della Puglia. E su quelle cicatrici è scritta una storia meravigliosa. La nostra.

Bari-Matera by train

SULLA DIRETTRICE MATERA-BARI DEI TRENI LOCALI SI APPREZZA una cosa a volte unica: la vista dal finestrino. Spesso ci trovo una piacevole compagnia, in grado di raccontarti ogni giorno una storia diversa, persone, vite che si incrociano e si vivono “pendolarmente” ogni mattina. Occhi socchiusi a tirare un altro po’ il sonno la- sciato appeso sul cuscino lasciato poco prima, albe al finestrino che filtrano dagli ulivi in scorrimento dolce, dondolio, rumore basso e costante del motore che porta quasi ad un ipnotico stato di semi-coscienza. La mattina presto, oltre la condensa sul vetro, residuo di una notte umida e luna piena, la luce passa creando un caleidoscopico effetto multicolor. Dall’altro lato scorre il film delle campagne, dei tratturi e delle mulattiere, dei muretti a secco non sempre ben formati, non sempre in piedi. Grano e mandorli che non ci si crede come possano colorarsi tanto intensamente e la ferrovia passa proprio lì in mezzo a quello spettacolo antico di jazzi e masserie. Ogni mattina scorre e i naviganti chiacchierano, si raccontano le vite, mamme esaltano figli, padri calcolano preoccupati gli esborsi familiari su dita che non sempre sembrano bastare e ragazzi sognano distratti gonne di ragazze.

Io mi lascio avvolgere da quel verde tutto intorno, dal giallo di quel sole e dal grigio della pietra e prepotente mi viene a galla un pensiero proibito a quell’ora del giorno, quasi osè. La pasta al forno di mia madre. Non so perchè, sarà l’odore di erba bagnata di inizio primavera che si colora improvvisamente di sugo e amorevole dedizione. Subito mi redarguisco, quasi assalito da un improvviso pudore gastronomico ma non posso farci nulla, di mattina ho fame più che in qualsiasi altro momento della giornata. La pasta al forno è un’istituzione, un credo, un equilibrio perfetto di sapori, di dolcezza e acidità, le consistenze devono incrociarsi, una varietà di ingredienti che deve registrarsi al palato per non arrivare alle papille tutta insieme. Le polpettine, non troppo grandi, devono essere compatte, alcune più bruciacchiate, quindi dure e alcune più morbide quindi, un’esatta commistione di consistenze e anche la pasta stessa sfrutta questo stratagemma. Il forno le dona quella croccantezza che è simbolo di mamma, la mozzarella, al Sud di prima qualità, fusa nel sugo forma un vulcano di lava rossa che scende sulle forme di pasta, un reticolato bianco fuso con il pomodoro si raffredda e si indurisce all’aria come se fosse sgorgato dalle profondità di quel vulcano. La mozzarella burrosa ma mai liquida, consistente ma non grumosa, profumata di fresco.

Ogni mattina scorre e i naviganti chiacchierano, si raccontano le vite. Mamme esaltano i figli, padri calcolano preoccupati gli esborsi famigliari su dita che non sempre sembrano bastare. E ragazzi che sognano distratti gonne di ragazze.

È indescrivibile quello che avviene nel forno, quali alchimie, le emozioni nella preparazione, a guardarla dal vetro del forno, sembra di osservare la maturazione di un feto nel grembo materno, poesia da mangiare, il profumo sgombra la mente, chimicamente fa venire fame e ammirazione. Alcuni la fanno con le melanzane fritte, buona da morire anche quella, poesia con musica si potrebbe definire, un sottofondo oleoso e grasso che rende allo spettatore-mangiatore uno spettacolo ancora più sconvolgente. Le nonne qui dicevano sempre “cucinare è come dipingere. È un’arte e ogni ingrediente dipende dal insieme, dall’inventiva”. Mi risveglio all’improvviso dallo stato di semi-coscienza, chiudo la bocca secca e cerco di scacciare dalla mente pensieri tanto esosi e fuori contesto. In lontananza si inizia ad intravedere la città, grigia di smog, con alle spalle la scenografia del mare ad abbellire tutto quanto. Appena sceso l’odore è completamente diverso, niente più erba bagnata, niente grano, il nuovo mix comprende kebab come in tutte le vere stazioni degne di nota e olio di motore. Più cammino però e più le mie narici si avvicinano all’altra grande passione della mia vita, motivo ispiratore e guida dell’anima da sempre. Il moto infinito: il mare.

Forte come papà

Da panificio di provincia a grande player nazionale. Vito Forte ha fondato e fatto crescere un’azienda modello. Che ora è gestita dai figli Lucia, Daniele e Franco. Insieme al padre.

«È buono perché lo faccio io» è una frase che i pugliesi conoscono e sentono da anni. Ed è anche grazie alla veridictà di quello slogan pubblicitario e al bel volto verace e sincero di Vito Forte che la Oropan è cresciuta negli anni da piccolo panificio di provincia ad azienda che distribuisce pane e focacce in tutta Italia e finanche oltre i confini nazionali. Vito Forte, oggi 75enne, ci ha messo la faccia, la passione e soprattutto il cuore, ma i sacrifici e le ore di lavoro pagano sempre, e oggi la sua azienda ad Altamura dà lavoro a 135 persone, fattura 22 milioni di euro ed è presente in 19 Paesi. La soddisfazione più grande però, specie per un imprenditore del Sud, è vedere che al timone dell’impresa oggi ci sono, fieri e orgogliosi, anche i suoi tre figli: Lucia, Daniele e Franco.

«Malgrado le dimensioni siano cambiate, restiamo una impresa famigliare, perché il management è famigliare», spiega Lucia, la più grande (anche se sembra una ragazza), che oggi è il Direttore amministrativo e Marketing dell’azienda e lo fa con piglio manageriale credendo fermamente in tre valori: cultura, passione e applicazione. Ritiene che siano queste le tre formule carburante del primo motore imprenditoriale, l’impronta e il Dna che ognuno di noi porta con se. Afferma: «Le idee vengono concretizzate dagli uomini, sono gli uomini che organizzano i processi e li fanno funzionare, generando così la catena del valore. Uno dei fattori di successo competitivo dell’azienda è la ricerca e selezione costante di menti talentuose, costituiscono il capitale umano, che opportunamente motivati e continuamente formati, generano ricadute positive sul livello di managerialità». Lucia Forte è convinta che «se un’azienda d’eccellenza vuole mantenere nel tempo e stabilmente il primato di leader e icona di impresa virtuosa non può relegare la propria mission, la vision e la filosofia imprenditoriale ad un mero sistema in grado di generare quel numero sintetico che pubblicamente leggiamo all’ultimo rigo di quel prospetto chiamato conto economico. La vera ricchezza per noi, per la collettività, per il territorio per i nostri stakeholder è condividere valori per creare valore». Parole non recitate ma declamate con passione. «Poniamoci una domanda. Quali sono i valori fondamentali in grado di generare fiducia, affidabilità, consenso, sviluppo per l’impresa, per il territorio che l’accoglie e quindi per la collettività? Prima di tutto il valore delle persone, per noi sono “capitale umano”, la loro formazione continua è energia che mantiene vivo il loro valore e lo evolve con continuità e sistematicità secondo obiettivi definiti. A seguire uno dei capisaldi su cui si fonda la nostra filosofia aziendale: raggiungere in ogni progetto la massima soddisfazione per tutti gli stake-holder».

Quanto al passaggio di testimone, le idee sono chiare: «La storia non può prescindere dalla immagine del fondatore Vito Forte, che rappresenta la passione, l’esperienza, la dedizione». L’idea dello spot televisivo in cui il panettiere era il protagonista arrivò proprio perché si volevano comunicare gli elementi distintivi dell’azienda.

Murgia Valley

Murgia Valley è un testo appena uscito, edito da Les Flaneurs, che parla di imprenditoria nel mondo tecnologico; e lo fa ipotizzando la nascita di una Valley al Sud di Italia, tra Basilicata e Puglia. Una Valley tecnologica proprio come quella californiana dove è nato Jobs, o Gates, o HP, dove è nata Google e tutti gli altri, dove i garage hanno dato vita al mondo tech di oggi. La dedica inizia- le recita: “Ai giovani della Puglia, perché possano vivere questa Terra meravigliosa, perché possano costruire il futuro di tutti qui”. La prefazione appassionata di Paolo Verri, direttamente da Matera 2019, ha dato linfa vitale ad un progetto che è sempre stato nel cuore di ognuno dei suoi creatori: un sogno.

Tale Padre, tale Figlia

Marina Mastromauro è dal 2006 al timone del pastificio Granoro. Da papà Attilio ha ereditato la caparbietà e (lo dice lei) la testa dura. Ma anche l’umiltà e la dedizione al lavoro.

Essere Mac

Mariarita Costanza, fondatrice della prima azienda informatica del Gruppo Zucchetti nel Sud Italia, è considerata da Digitalic (DigiWomen17) la donna più influente nel mondo dell’innovazione digitale in Italia. Ingegnere elettronico, madre di due bambini, e dal 2000 a capo dell’azienda Macnil a Gravina in Puglia, è diventata un simbolo di come sia possibile fare impresa nel Mezzogiorno, trasformando un piccolo centro rurale in un polo tecnologico all’avanguardia, o come direbbe Mariarita, nella “Murgia Valley”.