Il nuovo numero vi aspetta in libreria dall'1 Gennaio

 


Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

A Gallipoli la Start-Up competition per nuove aziende del settore turistico ed il “Social Media Tourism”

VENERDÌ 23 E SABATO 24 Novembre si terrà a Gallipoli la prima edizione di “Social Media Tourism”, un Festival sul Turismo Digitale e sulle opportunità nel settore turistico legate all’innovazione, un’opportunità per promuovere competenze di professionisti del settore che condivideranno skills e consigli utili a far fronte alla trasformazione digitale in atto nel settore del Travel.
Il settore turistico, specialmente quello pugliese, ha il dovere il prendere la strada giusta nel digitale e nel management della destinazione. Diversamente, sarà difficile affidare alla breve stagione balneare la capacità di creare professionalità utili a garantire flussi turistici adeguati e nuove opportunità di lavoro.
Occorre aumentare la consapevolezza di ciò che si può fare e di ciò che in molte altre realtà già accade e, per questo motivo, obiettivo della due giorni è quello di proporre speech e workshop in tema di digital marketing turistico, food tourism, social media marketing turistico, destination & tourism experience, startup.
Si tratta di un evento pensato per cercare di risolvere il bisogno di formazione e conoscenza delle aziende turistiche e dei professionisti che fanno del Social Media Marketing e del Digital Marketing Turistico le leve sulle quali fondare le loro strategie di competitività.
L’evento si pone inoltre come punto d’incontro per freelance e aspiranti operatori del settore turistico che vogliano formarsi e trarre spunti su turismo, marketing e digitale. Social Media Tourism sarà strutturato nei due giorni con un programma che comprende i maggiori esperti del settore turistico che si alterneranno presso la Galleria dei Due Mari di Gallipoli, con workshop di formazione personalizzati.
Partecipando all’evento si potranno scoprire casi di successo, formarsi su nuove tendenze e sviluppare connessioni con operatori del settore, professionisti e relatori stessi.

BLOODYLICIOUS, MOLA DI BARI

Bloodylicious nasce dall’esigenza di creare un sistema di economia circolare che coinvolge l’industria della moda promuovendo il riuso, il riciclo e l’utilizzo di materie prime biologiche e di educare l’individuo ad assumere un atteggiamento sostenibile anche nella scelta dell’abbigliamento di qualità.
Produce e vende abbigliamento sostenibile realizzato con tessuti recuperati e basi biologiche. Bloodylicious raccoglie e trasforma gli scarti di lavorazione di laboratori e aziende che operano nell’industria tessile della Regione Puglia. L’idea nasce nel corso del lavoro di tesi in Design della Comunicazione della fondatrice, Francesca Elisabetta Ungolo, presso l’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Firenze) e si evolve oggi in un’idea imprenditoriale che ha ricevuto un finanziamento della Regione Puglia nell’ambito dell’Avviso Pubblico “Pin – Pugliesi Innovativi”.
Un attento lavoro artigianale sugli scarti recuperati dà vita a toppe di forme e colori sempre diversi che, applicate su t-shirt di matrice biologica certificata, creano prodotti unici e irripetibili. La toppa è in linea con il concetto di recupero, perché “rattoppare” è un’antica pratica contadina attraverso cui si ridava nuova vita ad abiti, calzature e vestiti. Bloodylicious vuole riscoprire questa tradizione come risposta culturale ad uno sfrenato consumismo usa e getta che impatta sull’ambiente. Questo è reso possibile, da un lato, recuperando scarti tessili che oggi finiscono nel rifiuto indifferenziato, nonostante l’enorme consumo di risorse necessarie a produrre le materie prime; dall’altro, usando come base delle lavorazioni t-shirt di cotone biologico per la cui produzione non si adoperano insetticidi, pesticidi, concimi di sintesi e tinture artificiali.
Le produzioni Bloodylicious, quindi, assolutamente naturali ed anallergiche sono destinate ad un pubblico da 0 a 90 anni, perfettamente indossabili anche da bambini, mamme in gravidanza, anziani e hanno a cuore la tutela degli ecosistemi e della salute degli agricoltori.
«I valori a cui ci ispiriamo», dice la Ungolo, «sono: eco-compatibi- lità, riciclo/riuso, circolarità virtuosa tra i vari attori del settore tessile, sensibilizzazione ed informazione del consumatore sui rischi che derivano alla sua salute e all’ambiente da lavorazioni e uso di materie prime trattate con prodotti chimici».

MARSHMELLOW GAMES, BARI

Costruire una startup di successo non è un gioco da ragazzi. Nessuno lo sa meglio di Massimo Michetti e Cristina Angelillo, che del binomio giochi per bambini e startup si occupano per professione. I due sono, infatti, co-founder di Marshmallow Games, una startup barese che sviluppa app educative per bambini dai 3 agli 11 anni. Nata circa 4 anni fa dalla lungimiranza imprenditoriale di Cristina (CEO), dalla creatività visionaria del suo partner (sia nel lavoro che fuori) Massimo (COO) e dall’esperienza amministrativa di suo fratello Davide Angelillo (CFO), Marshmallow Games negli ultimi anni non ha fatto che espandersi. Per prima cosa, è stato completato il team, con le necessarie competenze, nelle figure di Marianna Pappalardi e Francesco Capozzi che aggiungono a Marshmallow Games, rispettivamente, il know-how pedagogico e quello informatico. Successivamente, si è passati alla fase operativa e al raggiungimento dei primi traguardi: più di 600.000 download in tutto il mondo e distribuzione negli e-store di oltre 150 paesi.
Il segreto del successo travolgente di Marshmallow Games è da ritrovarsi nella volontà espressa della startup di aggiungere una componente educativa di qualità alle semplici app di giochi per bambini. Learn while having fun! è il motto delle loro app che includono avventure grafiche quali: Math Tales, Whiskey The Spider, Cosmolander, Doctor Justabout, Street Music Academy e spaziano dall’insegnamento della matematica a quello della musica, dell’astronomia e dell’anatomia. «Tutte le app hanno in comune una visione», spiega Cristina, «rispetto ai competitor abbiamo curato tantissimo la parte editoriale. Con i nostri giochi puntiamo a mescolare la parte ludica con la parte didattica, in maniera uniforme. Le app dei nostri competitor si concentrano solo su una delle due parti».
«Siamo partiti facendo racconti interattivi in rima», ricorda Massimo: «Abbiamo poi scoperto che i giochi con una parte didattica meglio camuffata sono quelli più apprezzati dai bambini». La prima app prodotta è stata Math Tales, una serie di racconti in cui i piccoli user devono districarsi tra puzzle di matematica e logica. Distribuita nel 2014, a cavallo con la nascita della prima figlia della coppia, l’app rappresenta oggi uno dei loro molteplici successi internazionali. Tradotte e doppiate da 6 a 11 lingue e e presenti nelle top 5 degli store online di oltre 100 paesi, le app di Marshmallow Games continuano, una dopo l’altra, ad affascinare il loro grande, piccolo pub- blico perché non hanno paura di aggiun- gere una componente innovativa all’industria videoludica di settore.
Peculiare è per esempio il loro meccanismo di testing. «Abbiamo istituito delle partnership con delle scuole dell’infanzia del territorio pugliese», racconta Cristina. «Nell’ideazione delle app, partiamo dai personaggi e dal format. Poi portiamo una demo ai nostri piccoli tester e tariamo i giochi intorno a loro». È probabilmente questo lavoro di personalizzazione che assicura alle app firmate Marshmallow Games una retention rate (tasso di ritorno all’interno dell’app) molto alta: oltre il 60% (rispetto al 13% della media di mercato).

DA.RÓ, BARI

Dopo la formazione in Biologia della Nutrizione e Scienza della Nutrizione Umana nelle università di Urbino e Milano, Dalila Roglieri decide di fare della sua filosofia di vita il suo lavoro: promuovere l’educazione alimentare, la cucina salutare e uno stile di vita attivo per il miglioramento personale, il benessere e uno stato di salute ottimale. Collabora con prestigiose aziende internazionali del settore come Danone, Yakult e Kellogg’s. Tuttavia è l’esperienza come Nutrizionista culinaria sulle navi da crociera della Silversea che le apre una nuova visione all’approccio professionale.

«Occupandomi in particolar modo di definire menù wellness, organizzare lezioni, eventi e corsi di nutrizione interattivi insieme agli chef di bordo, ho imparato quanto fosse efficace comunicare la mia passione per la buona cucina e la corretta alimentazione in maniera positiva, interattiva e in un ambiente differente dallo studio professionale».
Come nasce DaRò?
«Tornata nella mia adorata Puglia ho deciso di proporre l’esperienza accumulata nel mondo della ristorazione, delle aziende e del turismo locale e nazionale. L’idea DaRò nasce dall’acronimo del mio nome ma vuole essere soprattutto la promessa di farti star bene, il desiderio di diffondere una buona abitudine, la voglia di far conoscere una nuova idea di nutrizione semplice, buona e positiva. Da questo sogno è nata anche la nostra mascotte DaRò, un orsetto nutrizionista che durante la serata si diverte a intenerire tutti i partecipanti all’evento».
In cosa consiste DaRò?
«Nei “Luoghi DaRò” che partecipano al progetto regalo agli ospiti un’occasione unica per imparare nuove ricette dedicate al benessere. L’esperienza culinaria si trasforma così in un vero e proprio evento in sala: dagli incontri con la nutrizionista, alle degustazioni e ai più coinvolgenti cooking-show insieme agli chef. L’evento permette una maggiore visibilità all’attività ristorativa, offrendo inoltre l’opportunità per attrarre nuova clientela. Diventando sinonimo di cucina del benessere, l’attività è identificata come consigliata dalla nutrizionista: il cliente sa che troverà un’offerta genuina e si sentirà in forma».

I piatti, fondati sui principi della dieta mediterranea, garantiscono qualità e provenienza delle materie prime, nel rispetto della stagionalità. Le ricette DaRò mirano al benessere della persona, a ritrovare la forma fisica e nutrire al meglio l’organismo. Non utilizzano sostanze dannose per l’organismo ma solo prodotti di altissima qualità, grassi buoni e super food.

Mest, Molfetta

Mest è una piattaforma di e-commerce che nasce da un’idea di Marilena Lucivero, Enrica Farinelli e Michele Guarino, tre giovani professionisti e imprenditori pugliesi del campo del design e dell’architettura che hanno deciso di rimanere in Puglia per dare nuova vita alle botteghe artigiane. Il loro progetto è uno dei vincitori del bando Pin della Regione Puglia, che aiuta le idee giovanili a trasformarsi in start-up.
Mest è anche l’ancestrale nome dialettale del maestro di bottega, che con le proprie tecniche tramanda l’atavica cultura pugliese e le arti dei propri padri.
L’e-shop custodisce dunque l’intreccio di narrazioni diverse: gli oggetti raccontano le storie mediterranee, le vicende e la passione dei suoi artisti e creatori, e l’amore dei suoi fondatori per la propria regione.
E’ il riscatto di chi ha scelto la propria Terra, e ha deciso 117 di fare della propria vita un monumento alla bellezza, alla storia, alla semplicità e alla calma dei gesti.
L’online shop ha una missione: condividere le tradizioni artigiane del territorio, facendo della bellezza della vera Puglia un dono e un lusso fruibile da tutti e un luogo accogliente in cui voler tornare. Questa piattaforma di vendita online, infatti, grazie al suo potere universale, permette a chiunque nel mondo di godere di un piccolo pezzo di Puglia, sapientemente lavorato grazie alle doti dei mastri bottega del Tavoliere.
Mest è dunque una nuova Puglia: le creazioni antiche vengono rivisitate in chiave di design, affinché l’oggetto diventi esso stesso un’esperienza. Il manufatto diviene così testimone di memorie e ricordi, ma anche di contemporaneità. «Vogliamo che la nostra azienda rappresenti il perfetto accordo tra modernità, design e antiche tradizioni, declinate in chiave universale da una nuova generazione, che ha deciso di far rivivere nel presente l’antico splendore del passato».
I tre fondatori di Mest selezionano gli artigiani pugliesi con cui collaborare e collaborano con loro alla realizzazione dei manufatti da mettere in vendita sulla piattaforma online.

VEE-TASTE, MODUGNO

Quando il talento sposa l’innovazione, i risultati possono essere strabilianti. E nel caso di Francesca Palermo e di suo marito Claudio Moresi, rispettivamente titolare-responsabile commerciale e responsabile area tecnica di “VeeTaste” – azienda di produzione di micro ortaggi con sede a Modugno (Bari) – “strabilianti” lo sono certamente stati. Una storia prima umana che professionale, una lezione di vita, un esempio da seguire: “Quello che vorremmo trasmettere ai ragazzi che inseguono un sogno è di non sigillarlo nel cassetto! Il lavoro può coincidere con le nostre passioni, ma dobbiamo essere molto bravi a non demordere mai, a non arrenderci alle prime difficoltà, perché quelle purtroppo non mancano mai, ma di sicuro ci fortificano”, dicono, sorridendo, i coniugi.

Francesca e Claudio, infatti, sono la dimostrazione lampante che un cambiamento di programma, se ben accolto, può rappresentare la svolta della vita. Accantonata l’idea di fare gli agricoltori, nel senso più tradizionale del termine, dopo un investimento non proprio azzeccato, la coppia ha riposto in scaffalature a sei piani la realizzazione del loro sogno più importante: la coltivazione di micro-ortaggi. Studio, ricerca, innovazione, tanta determinazione hanno rappresentato il mix perfetto che ha portato VeeTaste a ben posizionarsi nel mercato.

“Il nostro progetto nasce dopo ben due anni di studi e di ricerche, abbiamo sperimentato diversi substrati e semi, analizzato microbiologicamente i prodotti e li abbiamo testati in termini di shelf-life: un sogno che è diventato realtà”, raccontano i due imprenditori. “I sogni, le passioni possono concretizzarsi, ma dobbiamo avere la sensibilità di identificare tutti i tasselli del nostro puzzle e corazzarci di una gran bella dose di pazienza per incastrarli nella posizione perfetta. Noi, infatti, avevamo un obiettivo: vivere in simbiosi con la natura, con l’agricoltura, cosa che avremmo realizzato se fosse andata a buon fine la pratica ISMEA. Un sogno svanito, ma che abbiamo comunque voluto inseguire, cercando nuove soluzioni, nuove strategie che ci hanno portato a fondare la Veetaste Urban Agriculture, un’azienda agricola sui generis, in quanto non si basa sul classico concetto di agricoltura tradizionale, bensì su un nuovo concetto di agricoltura definita “urbana”. Essa si serve di un nuovo sistema di coltivazione indoor, ovvero senza possedere un appezzamento di terra con relativo pozzo artesiano”. L’avvio di questa attività non ha solo permesso a Francesca e suo marito Claudio di optare per una soluzione diversa rispetto a quanto inizialmente avevano pensato, ma anche di introdurre nel territorio pugliese “un nuovo concetto di agricoltura che, negli ultimi tempi, sta prendendo piede sia con gli orti urbani sia con l’idroponica”.

E fin dai primi passi, Francesca racconta di aver capito che era sulla strada giusta: “Esattamente a maggio del 2017, periodo in cui è avvenuta la nostra prima vera produzione di micro ortaggi: diciassette varietà che abbiamo man mano diffuso tra diversi potenziali clienti, i quali ci hanno trasmesso feedback davvero insuperabili. Tutti ci hanno suggerito di andare avanti! I pareri positivi non solo ci hanno confermato che la realtà su cui ci stavamo concentrando stesse prendendo piede, ma ci hanno spinto a testare nuovi prodotti. Oggi coltiviamo ben sessanta varietà. E le telefonate, i messaggi e le mail, ancora oggi, ci inorgogliscono: appartengono a persone interessate all’acquisto dei nostri prodotti perché hanno assaggiato e testato diversi microgreens o semplicemente perché hanno sentito parlare della nostra azienda e dei nostri micro-ortaggi come tra i più saporiti sul mercato.

I precursori dell’automazione

L’azienda di Putignano è leader nella produzione di magazzini. Ma tutto partì 60 anni fa, con scrivanie e arredi per ufficio Nel 2017 la Icam di Putignano ha festeggiato 60 anni, ed è strano pensare che l’azienda fondata da Pietro Paolo Bianco per realizzare e vendere scrivanie, classificatori, arredo per le scuole, oggi è una delle più importanti realtà dell’immagazzinaggio automatizzato. Bianco aveva solo la terza elementare ma un grossissimo spirito imprenditoriale. Faceva parte di una famiglia di agricoltori e non aveva la minima conoscenza della meccanica, ma si mise in proprio e si lanciò in questo settore. Agli arredi aggiunse le scaffalature. Fu tra i primi a chiamare un direttore esterno appena l’azienda divenne piu strutturata. E fece spazio all’automazione. I suoi cinque figli (quattro maschi e una donna) sono tutti nella Icam. «Ma la sua non fu imposizione», ricorda Roberto, 52 anni: «Ci trasferì le quote, ma se qualcuno avesse voluto, avrebbe potuto fare altro».

Fu proprio Roberto, dopo la laurea in Economia a Bari e un master al Politecnico di Milano per apprendere le competenze manageriali, a diventare amministratore unico dell’azienda ed a sostituire il direttore. Oggi dirige la Icam col supporto determinante dei fratelli Graziano, per la parte tecnico-produttiva, e Giuseppe per la parte commerciale. Dalla fine degli anni ‘90 l’impresa di Putignano si è concentrata sulle soluzioni automatizzate. Oggi conta circa 100 dipendenti ed ha raggiunto un fatturato di 15 milioni di euro.

«In questi anni è avvenuta una rivoluzione. Sono cambiati anche il modo di vendere e i canali di vendita. Siamo pas- sati alla meccatronica, abbiamo creato un ufficio tecnico che oggi ha più di 20 persone che si occupano di ricerca e sviluppo».

Sono ormai migliaia le macchine in giro per il mondo recano il marchio Icam. Nei magazzini automatici per l’industria la famiglia Bianco è tra i primi produttori in Italia e tra i più presenti sui mercati esteri: Usa, Messico (un impianto per stoccare pallet di monete, per conto della Banca centrale), Russia. Tra il 2005 e il 2013 l’azien- da ha investito su Smoov, un robot innovativo a livello mondiale. Tanto che americani e cinesi lo stanno copiando. Si tratta di un robot che movimenta pallet nel magazzino e costa dai 50 agli 80 mila euro. Il core business di Icam però sono i magazzini automatici a sviluppo verticale. Anche se l’e-commerce sta cambiando molto le aziende e la logistica: «Stiamo realizzando nuove soluzioni di stoccaggio automatico per il mercato del city-retail, per la consegna o anche per la spedizione di pacchi (a prezzi più bassi rispetto a quelli della posta) e per la vendita automatica. Ci aspettiamo un enorme cambiamento nell’ambito retail, con l’avvento dei negozi automatici. Tutti i brand stanno avendo grossi problemi nel punto vendita, li chiudono, ma sono fondamentali per rafforzare la marca sul territorio. Tutti ven- dono online ma tutti cercano di capire come deve evolvere il punto vendita».

Le soluzioni di Icam sono i negozi automatici, senza personale, oppure il negozio con parte servita e una parte automatizzata, in cui ritirare ciò che si è comprato online: «Alcuni brand internazionali ci hanno chiesto questo tipo di servizi», dice Roberto Bianco, che aggiunge: «Può sembrare triste, ma è un cambiamento inevitabile.
Icam ha aderito con altre aziende pugliesi al programma Elite di Borsa Italiana: «Una vetrina importante che permette di andare in borsa, ma anche di avere collaborazioni con altre aziende italiane e straniere. È necessario crescere secondo canoni manageriali di ottima gestione e organizzazione aziendale. Quello di Eli- te è un training importante». Un training per migliorare. Già, ma in che cosa?
«Ci sono diverse cose che vorrei migliorare – spiega Roberto Bianco -. Perché abbiamo obiettivi di crescita talmente grandi che siamo condannati a migliorarci in tutto. Non è più tempo di crescere del 5 per cento l’anno. Il mercato chiede sempre di più».

L’angelo della terra

La storia della famiglia Mileti è una storia di lavoro, sacrifici, intuizioni e innovazioni. Partita da una serra in ferro lunga nove metri. Oggi Ortoflora ha 55 dipendenti ed esporta in mezzo mondo piante ed erbe per la ristorazione.

TUTTO INIZIÒ CON UNA SERRA IN FERRO: NOVE metri di lunghezza per 2,5 di larghezza. Lo scheletro di quel manufatto, ormai tutto arrugginito, è ancora presente in azienda, e vederlo regala emozioni anche se non si è stati parte di questa storia. Che è una storia di lavoro, sacrifici, intuizioni e innovazioni. Sì, innovazioni, anche se si tratta di agricoltura. Perché Angelo Mileti, 62 anni, nasce da famiglia di agricoltori e nella terra è rimasto. Mani e piedi. Solo che oggi la sua impresa si estende su 35 ettari di terreno nelle campagne tra Fasano, Torre Canne e Savelletri, ha 55 dipendenti ed è sicuramente il principale player del Centro-Sud Italia per la coltivazione e la commercializzazione di piante ed erbe aromatiche. Il suo marchio “Le erbe dello chef” è ormai presente nelle principali insegne della grande distribuzione ed ha varcato i confini nazionali, ritagliandosi fette di mercato in Germania, Scandinavia, Svezia, Olanda, Grecia, Svizzera. La “Ortoflora” di Angelo Mileti nacque nei primi anni ‘80: «Volevo continuare la tradizione di famiglia in chiave moderna. E presi spunto da un’azienda, che poi diventò il mio primo cliente, che acquistava le piante da orto dal Nord Italia».

“Perché non in Puglia?”, si chiese Mileti. Fu così che nacque Ortoflora, e con il prezioso aiuto della moglie Palma iniziò la storia che arriva ai giorni nostri. Non fu facile. La famiglia era preoc- cupata che tutto si risolvesse in un fallimento. Ma Angelo fu testardo, chiese al padre di anticipargli la parte di terra che gli sarebbe toccata in eredità. Il giorno in cui firmò le cambiali a garanzia dell’acquisto e del montaggio delle prime tre serre professionali, le mani gli tremavano. Ma l’azzardo venne ripagato. «Il successo fu immediato. Il primo anno il mio primo cliente acquistò da me solo un terzo delle piante che comprava dal Nord, il secondo anno salì al 50%, al terzo eliminò il fornitore concorrente». La seconda intuizione arrivò una ventina di anni dopo, agli inizi del nuovo millennio: «Vidi che le piante e le erbe aromatiche iniziavano ad essere richieste molto più delle piante da orto. La globalizzazione metteva in criti il settore dell’orticoltura, rendendo poco affidabili anche i clienti storici. E così decisi di riconvertire l’azienda». Fu il primo a farlo in maniera professionale e su larga scala al Centro-Sud Italia, realizzando nuove serre in ferro-vetro completamente automatizzate, facendo un corposo investimento e sfruttando i piani di sviluppo rurale.
Anche in quel caso, Mileti ha saputo anticipare tutti. E oggi il 90% del suo fatturato è ricavato proprio dalla vendita di basilico, menta, salvia ed altre erbe, mentre solo il 10% arriva dalla commercializzazione delle piante da orto. Un tempo il rapporto era esattamente rovesciato.
Angelo e suo figlio Leonardo, che ha 31 anni, è laureato in Agraria e si occupa della gestione fitosanitaria e agronomica, sono orgogliosi di far vedere l’azienda agli ospiti: l’infinita distesa di piantine, i vasetti colorati (l’ultima innovazione voluta da papà Angelo), il nuovo sistema di riscaldamento a biomasse delle serre (che permette di risparmiare denaro ed elevare ancora più l’ecosostenibilità di Ortoflora, utilizzando come combustibile scarti di potatura degli ulivi della zona), i macchinari di ultimo grido, la casa della figlia Pasquina (che segue l’amministrazione ed insieme al marito Nico, che si occupa della logistica, ha deciso di vivere praticamente accanto all’ufficio, circondata da ulivi ed erbe). I prodotti più venduti sono basilico, rosmarino, salvia, alloro, ma negli ultimi anni sono cresciute maggiorana, cerfoglio, coriandolo, erba cipollina: la cucina è divenuta di moda e gli chef hanno sempre bisogno di novità. Negli ultimi sei anni la famiglia Mileti ha avviato la conversione al biologico, e questo ha consentito l’apertura di nuovi mercati esteri: dal 2018 la svizzera Migros l’ha selezionata tra i suoi fornitori. Pensi alla crescita incredibile di questa azienda e ti viene da pensare che Angelo Mileti abbia fatto studi specialistici e master. Ma basta guardare le sue mani per capire che la storia è stata ben diversa: «Finita la terza media ho iniziato a lavorare, e all’epoca anche negli anni in cui si studiava, il pomeriggio si andava ad aiutare papà nei campi. Diciamo che l’esperienza l’ho fatta in campagna, nelle mie serre. Come i generali che si guadagnano i gradi in guerra, non dietro le scrivanie».

Ogni giorno (da una vita) il signor Angelo si sveglia alle 3.30. Alle 4 del mattino prende il caffè in ufficio. Dopo la pausa pranzo torna al lavoro e non rientra quasi mai prima delle 19.30. È dura, certo, ma è la sua passione. È la sua vita. E anche oggi che potrebbe frenare un poco, continua a fare gli stessi orari. Però sa di avere accanto due figli in gamba, che sapranno far cam- minare Ortoflora anche dopo di lui, e dà loro fiducia.
«Mio padre, a 70 anni, diceva: “Guai al vecchio che pensa di sapere tutto”. Ed io ricordo sempre quelle parole. Una squadra funziona bene se tutti fanno il loro dovere, sia i giocatori vecchi che quelli più giovani. Guai al vecchio che pensa di sapere tutto. E guai al giovane che pensa che il vecchio non gli serve più».

“Guai al vecchio che pensa di sapere tutto. E guai al giovane che pensa di poter fare a meno del vecchio”

Qui nasce qualcosa di grande

Anche dietro il gruppo concessionario del marchio Despar, c’è una bella storia di famiglie pugliesi. Le famiglie Cannillo e Peschechera, che si uniscono per creare un colosso. E c’è la storia di un figlio, Pippo, che segue le orme del padre Franco. E sta per regalare al nonno il primo nipote. Indovinate il nome…

«PAPÀ NON MI HA MAI IMPOSTO NULLA, A ME QUEsto lavoro piace proprio. Se non avessi fatto questo mestiere avrei fatto l’architetto. Ma ho sempre preferito la prima opzione, che era quella di lavorare qui». Parole di Pippo Cannillo, presidente e amministratore delegato di Maiora srl e Despar Centro Sud, che dimostra anche meno dei suoi 38 anni e che abbiamo voluto coinvolgere nel nostro focus sul passaggio generazionale. La Maiora è nata nel 2012 dalla fusione tra la Cannillo srl fondata da Franco Cannillo, padre di Pippo, e la Ipa Sud spa della famiglia Peschechera di Barletta. Fu proprio Franco (oggi 66enne) a volere il figlio, laureato alla Bocconi, a capo della nuova realtà imprenditoriale, che oggi fattura più di 800 milioni di euro, ha 92 punti vendita diretti, 5 cah&carry, 30 punti vendita concessi in fitto d’azienda, 91 somministrati, 283 in franchising, dando lavoro complessivamente a circa 2300 persone.
«Affinché ci sia un passaggio di testimone si devono creare le giuste condizioni da entrambe le parti: il padre deve dare spazio e i figli devono dimostrare di saperci fare».
E di figli in azienda ce ne sono due. Ileana, sorella di Pippo, si occupa della divisione cash&carry Alta Sfera, che nell’ul- timo anno ha registrato un incremento del 22%.
«Respiro quest’aria da sempre, da quando ero ragazzo frequentavo i magazzini, ed ho iniziato dal muletto. È stata una progressione naturale ed ho affiancato la progressione teorica a quella pratica. Perché solo così puoi davvero dire di conoscere la tua azienda. Mio padre mi ha sempre portato con sé anche agli incontri nazionali. Dunque non saprei dire se la mia presenza qui sia una causa o una conseguenza. Di certo è stata una cosa naturale».

Di chi si fida?

«Credo che dietro la fiducia si nasconda un altro limite del modo di fare impresa al Sud: si cercano persone di cui potersi fidare ma troppo spesso si mette la fiducia prima della capacità. Questo ė un approccio culturale, radicato nel nostro modo di fare impresa, che discende dalla nostra matrice agricola. Devo ammettere che in questi anni ho limitato nella crescita professionale alcuni miei collaboratori di estrema fiducia, ma che ritenevo inadeguati a seguire la crescita dell’azienda».

Dove sta andando Maiora?

«Sempre più verso il cliente. Le aziende che operano in questo settore sono nate alla fine degli anni ‘70 e negli anni ‘80, periodo in cui la distribuzione moderna era moderna in quanto ci si contrapponeva al bottegaio. E quindi era il consumatore che veniva da noi. Oggi che abbiamo un supermer- cato ogni 50metri, l’unico percorso possibile per garantirci la sopravvivenza è andare incontro al cliente, ascoltarlo, offrirgli qualcosa vicino alle sue attese».

Cosa vuole il cliente?

«Vicinanza al territorio, comodità, qualità, sicurezza alimentare. E noi cerchiamo di avere nei nostri punti vendita prodotti sicuri e di filiera corta, così possiamo incentivare una economia circolare».

Una storia di famiglia

C’’è una bella storia di famiglia dietro l’incredibile successo del brand Varvaglione, l’azienda di Cosimo Varvaglione che ha raggiunto i 4 milioni di bottiglie (nel 2013 erano un milione), fattura 18 milioni di euro e dà lavoro a 30 persone.
È la storia di “Mimmo”, certo, ma anche di sua moglie Maria Teresa Basile, da febbraio presidente del Movimento Turismo del Vino Puglia, e dei suoi figli Marzia “Marfi”, Angelo e Chicca. È la storia di un’azienda che ho visto crescere negli anni e che negli ultimi tre anni mi aveva impressionato per la straordinaria crescita, la qualità dei suoi vini, la bellezza delle etichette. Vini eccellenti, a prezzi incredibili. Ma non è di questo che qui parliamo. Ma del passaggio generazionale da padre (e madre) ai figli, ancora giovanissimi. Del coraggio di lasciare campo libero alle nuove leve. Per dire, nelle scorse settimane Varvaglione ha invitato 40 giornalisti a Borgo Egnazia. Poteva benissimo essere la star della giornata. E invece ha chiesto alla figlia più piccola, Chicca, 23 anni, studente di enologia a Udine, di condurre la degustazione dei vini.
E in azienda è sempre più dominante il ruolo di Marzia, la figlia più grande, 29 anni. Ed è con lei che abbiamo voluto dialogare per capire cosa c’è dietro questa bella storia pugliese e dietro il successo della cantina Varvaglione.
«Devo ammettere che ai clienti piace molto l’idea di un’azienda a carattere famigliare. Ma ovviamente la domanda ha una molteplicità di risposte. Siamo stati bravi ad identificare un nuovo target di consumatori, quelli più giovani, e a proporre loro un prodotto ad hoc, la linea 12,5. Una buona parte del merito della nostra crescita va ovviamente alla rete commerciale. E al fatto di essere riusciti a dare al mercato delle novità interessanti».

È stata “obbligata” ad entrare in azienda?

«No, assolutamente, sono sempre stata attirata da questo mondo. Tutto è iniziato perché, parlando bene l’inglese fin dall’età di 16 anni, facevo da traduttrice a mio padre. Ricordo che al Vinitaly 2007 mi dedicarono una gigantografia con la scritta Marfi. Al primo Vinitaly cui partecipai facevo il terzo superiore. Poi è arrivata la laurea triennale in economia aziendale, la specialistica in Svizzera in International management, e subito dopo, nel 2013, sono entrata in azienda stabilmente».

Con che mansioni?

«Mi ritrovai ad occuparmi di estero perché il direttore commerciale Fabio Cascione aveva deciso di partecipare al programma tv “The apprentice” e sarebbe mancato tre mesi. Ho avuto due mesi per capire dove fossi nel mondo, passavo giorni in cui piangevo disperata e giorni in cui ricevevo ordini incredibili. Fu l’anno in cui raggiungemmo il milione di bottiglie. A novembre rividi Fabio ad Hong Kong, gli restituii il computer ed il telefono, ma non ho più smesso di occuparmi del commerciale estero. Anche se mi sono dedicata anche all’immagine aziendale, al sito web, alle etichette».

Riesce ad avere una vita sociale?

«Sono felicemente fidanzata ed esco con gli amici non appena si presenta l’occasione. Anche se viaggio tanto, perché mi occupo di Usa, Brasile, Giappone, Australia, Russia e alcuni paesi europei. Con Fabio, che segue Asia, Canada e Messico, formiamo un bel team commerciale estero, mentre l’Italia è tutta nelle mani di Ernesto, il nostro valido direttore commerciale per il mercato interno».

Come è stato vissuto il suo ingresso in azienda?

«Mio padre ė un visionario in tutti i sensi. Riesce a guardare oltre, non si ferma al singolo risultato, ha una visione molto più ampia del mondo del vino. Per lui fare vino non significa solo imbottigliare, parla di ricerca e sviluppo con le Università, parla di foresteria per i propri dipendenti. E dunque, come può immaginare, non mi ha mai ostacolato, anzi. Lui non si stanca mai di ascoltare e di prendere spunti dai più giovani. Penso che la vera mente imprenditoriale sia proprio lì, nella visione per il futuro».

A cosa puntate?

«Vorremmo essere riconosciuti come l’eccellenza dell’enologia privata in Puglia».

Roba da poco!

«Sappiamo che si tratta di un obiettivo difficile da raggiunge- re, considerando il panorama pugliese, ma se facciamo riferi- mento al volume che muoviamo senza ancora essere presenti nella Gdo, possiamo già dire di essere la più grande azienda vinicola privata in Puglia, escludendo i grandi gruppi come Tormaresca/Antinori e Altemura/Zonin, ovviamente».

Perché non siete ancora nella Gdo? Ormai ci vanno tutti.

«Perché non siamo interessati scendere a compromessi. Nel momento in cui lo faremo, sarà alle nostre condizioni, con prezzi da enoteca e in store che valorizzano il vino. Le botti- glie sullo scaffale non rientrano nei nostri piani».