Il nuovo numero vi aspetta in libreria dall'1 Luglio

 


Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

I precursori dell’automazione

L’azienda di Putignano è leader nella produzione di magazzini. Ma tutto partì 60 anni fa, con scrivanie e arredi per ufficio Nel 2017 la Icam di Putignano ha festeggiato 60 anni, ed è strano pensare che l’azienda fondata da Pietro Paolo Bianco per realizzare e vendere scrivanie, classificatori, arredo per le scuole, oggi è una delle più importanti realtà dell’immagazzinaggio automatizzato. Bianco aveva solo la terza elementare ma un grossissimo spirito imprenditoriale. Faceva parte di una famiglia di agricoltori e non aveva la minima conoscenza della meccanica, ma si mise in proprio e si lanciò in questo settore. Agli arredi aggiunse le scaffalature. Fu tra i primi a chiamare un direttore esterno appena l’azienda divenne piu strutturata. E fece spazio all’automazione. I suoi cinque figli (quattro maschi e una donna) sono tutti nella Icam. «Ma la sua non fu imposizione», ricorda Roberto, 52 anni: «Ci trasferì le quote, ma se qualcuno avesse voluto, avrebbe potuto fare altro».

Fu proprio Roberto, dopo la laurea in Economia a Bari e un master al Politecnico di Milano per apprendere le competenze manageriali, a diventare amministratore unico dell’azienda ed a sostituire il direttore. Oggi dirige la Icam col supporto determinante dei fratelli Graziano, per la parte tecnico-produttiva, e Giuseppe per la parte commerciale. Dalla fine degli anni ‘90 l’impresa di Putignano si è concentrata sulle soluzioni automatizzate. Oggi conta circa 100 dipendenti ed ha raggiunto un fatturato di 15 milioni di euro.

«In questi anni è avvenuta una rivoluzione. Sono cambiati anche il modo di vendere e i canali di vendita. Siamo pas- sati alla meccatronica, abbiamo creato un ufficio tecnico che oggi ha più di 20 persone che si occupano di ricerca e sviluppo».

Sono ormai migliaia le macchine in giro per il mondo recano il marchio Icam. Nei magazzini automatici per l’industria la famiglia Bianco è tra i primi produttori in Italia e tra i più presenti sui mercati esteri: Usa, Messico (un impianto per stoccare pallet di monete, per conto della Banca centrale), Russia. Tra il 2005 e il 2013 l’azien- da ha investito su Smoov, un robot innovativo a livello mondiale. Tanto che americani e cinesi lo stanno copiando. Si tratta di un robot che movimenta pallet nel magazzino e costa dai 50 agli 80 mila euro. Il core business di Icam però sono i magazzini automatici a sviluppo verticale. Anche se l’e-commerce sta cambiando molto le aziende e la logistica: «Stiamo realizzando nuove soluzioni di stoccaggio automatico per il mercato del city-retail, per la consegna o anche per la spedizione di pacchi (a prezzi più bassi rispetto a quelli della posta) e per la vendita automatica. Ci aspettiamo un enorme cambiamento nell’ambito retail, con l’avvento dei negozi automatici. Tutti i brand stanno avendo grossi problemi nel punto vendita, li chiudono, ma sono fondamentali per rafforzare la marca sul territorio. Tutti ven- dono online ma tutti cercano di capire come deve evolvere il punto vendita».

Le soluzioni di Icam sono i negozi automatici, senza personale, oppure il negozio con parte servita e una parte automatizzata, in cui ritirare ciò che si è comprato online: «Alcuni brand internazionali ci hanno chiesto questo tipo di servizi», dice Roberto Bianco, che aggiunge: «Può sembrare triste, ma è un cambiamento inevitabile.
Icam ha aderito con altre aziende pugliesi al programma Elite di Borsa Italiana: «Una vetrina importante che permette di andare in borsa, ma anche di avere collaborazioni con altre aziende italiane e straniere. È necessario crescere secondo canoni manageriali di ottima gestione e organizzazione aziendale. Quello di Eli- te è un training importante». Un training per migliorare. Già, ma in che cosa?
«Ci sono diverse cose che vorrei migliorare – spiega Roberto Bianco -. Perché abbiamo obiettivi di crescita talmente grandi che siamo condannati a migliorarci in tutto. Non è più tempo di crescere del 5 per cento l’anno. Il mercato chiede sempre di più».

L’angelo della terra

La storia della famiglia Mileti è una storia di lavoro, sacrifici, intuizioni e innovazioni. Partita da una serra in ferro lunga nove metri. Oggi Ortoflora ha 55 dipendenti ed esporta in mezzo mondo piante ed erbe per la ristorazione.

TUTTO INIZIÒ CON UNA SERRA IN FERRO: NOVE metri di lunghezza per 2,5 di larghezza. Lo scheletro di quel manufatto, ormai tutto arrugginito, è ancora presente in azienda, e vederlo regala emozioni anche se non si è stati parte di questa storia. Che è una storia di lavoro, sacrifici, intuizioni e innovazioni. Sì, innovazioni, anche se si tratta di agricoltura. Perché Angelo Mileti, 62 anni, nasce da famiglia di agricoltori e nella terra è rimasto. Mani e piedi. Solo che oggi la sua impresa si estende su 35 ettari di terreno nelle campagne tra Fasano, Torre Canne e Savelletri, ha 55 dipendenti ed è sicuramente il principale player del Centro-Sud Italia per la coltivazione e la commercializzazione di piante ed erbe aromatiche. Il suo marchio “Le erbe dello chef” è ormai presente nelle principali insegne della grande distribuzione ed ha varcato i confini nazionali, ritagliandosi fette di mercato in Germania, Scandinavia, Svezia, Olanda, Grecia, Svizzera. La “Ortoflora” di Angelo Mileti nacque nei primi anni ‘80: «Volevo continuare la tradizione di famiglia in chiave moderna. E presi spunto da un’azienda, che poi diventò il mio primo cliente, che acquistava le piante da orto dal Nord Italia».

“Perché non in Puglia?”, si chiese Mileti. Fu così che nacque Ortoflora, e con il prezioso aiuto della moglie Palma iniziò la storia che arriva ai giorni nostri. Non fu facile. La famiglia era preoc- cupata che tutto si risolvesse in un fallimento. Ma Angelo fu testardo, chiese al padre di anticipargli la parte di terra che gli sarebbe toccata in eredità. Il giorno in cui firmò le cambiali a garanzia dell’acquisto e del montaggio delle prime tre serre professionali, le mani gli tremavano. Ma l’azzardo venne ripagato. «Il successo fu immediato. Il primo anno il mio primo cliente acquistò da me solo un terzo delle piante che comprava dal Nord, il secondo anno salì al 50%, al terzo eliminò il fornitore concorrente». La seconda intuizione arrivò una ventina di anni dopo, agli inizi del nuovo millennio: «Vidi che le piante e le erbe aromatiche iniziavano ad essere richieste molto più delle piante da orto. La globalizzazione metteva in criti il settore dell’orticoltura, rendendo poco affidabili anche i clienti storici. E così decisi di riconvertire l’azienda». Fu il primo a farlo in maniera professionale e su larga scala al Centro-Sud Italia, realizzando nuove serre in ferro-vetro completamente automatizzate, facendo un corposo investimento e sfruttando i piani di sviluppo rurale.
Anche in quel caso, Mileti ha saputo anticipare tutti. E oggi il 90% del suo fatturato è ricavato proprio dalla vendita di basilico, menta, salvia ed altre erbe, mentre solo il 10% arriva dalla commercializzazione delle piante da orto. Un tempo il rapporto era esattamente rovesciato.
Angelo e suo figlio Leonardo, che ha 31 anni, è laureato in Agraria e si occupa della gestione fitosanitaria e agronomica, sono orgogliosi di far vedere l’azienda agli ospiti: l’infinita distesa di piantine, i vasetti colorati (l’ultima innovazione voluta da papà Angelo), il nuovo sistema di riscaldamento a biomasse delle serre (che permette di risparmiare denaro ed elevare ancora più l’ecosostenibilità di Ortoflora, utilizzando come combustibile scarti di potatura degli ulivi della zona), i macchinari di ultimo grido, la casa della figlia Pasquina (che segue l’amministrazione ed insieme al marito Nico, che si occupa della logistica, ha deciso di vivere praticamente accanto all’ufficio, circondata da ulivi ed erbe). I prodotti più venduti sono basilico, rosmarino, salvia, alloro, ma negli ultimi anni sono cresciute maggiorana, cerfoglio, coriandolo, erba cipollina: la cucina è divenuta di moda e gli chef hanno sempre bisogno di novità. Negli ultimi sei anni la famiglia Mileti ha avviato la conversione al biologico, e questo ha consentito l’apertura di nuovi mercati esteri: dal 2018 la svizzera Migros l’ha selezionata tra i suoi fornitori. Pensi alla crescita incredibile di questa azienda e ti viene da pensare che Angelo Mileti abbia fatto studi specialistici e master. Ma basta guardare le sue mani per capire che la storia è stata ben diversa: «Finita la terza media ho iniziato a lavorare, e all’epoca anche negli anni in cui si studiava, il pomeriggio si andava ad aiutare papà nei campi. Diciamo che l’esperienza l’ho fatta in campagna, nelle mie serre. Come i generali che si guadagnano i gradi in guerra, non dietro le scrivanie».

Ogni giorno (da una vita) il signor Angelo si sveglia alle 3.30. Alle 4 del mattino prende il caffè in ufficio. Dopo la pausa pranzo torna al lavoro e non rientra quasi mai prima delle 19.30. È dura, certo, ma è la sua passione. È la sua vita. E anche oggi che potrebbe frenare un poco, continua a fare gli stessi orari. Però sa di avere accanto due figli in gamba, che sapranno far cam- minare Ortoflora anche dopo di lui, e dà loro fiducia.
«Mio padre, a 70 anni, diceva: “Guai al vecchio che pensa di sapere tutto”. Ed io ricordo sempre quelle parole. Una squadra funziona bene se tutti fanno il loro dovere, sia i giocatori vecchi che quelli più giovani. Guai al vecchio che pensa di sapere tutto. E guai al giovane che pensa che il vecchio non gli serve più».

“Guai al vecchio che pensa di sapere tutto. E guai al giovane che pensa di poter fare a meno del vecchio”

Qui nasce qualcosa di grande

Anche dietro il gruppo concessionario del marchio Despar, c’è una bella storia di famiglie pugliesi. Le famiglie Cannillo e Peschechera, che si uniscono per creare un colosso. E c’è la storia di un figlio, Pippo, che segue le orme del padre Franco. E sta per regalare al nonno il primo nipote. Indovinate il nome…

«PAPÀ NON MI HA MAI IMPOSTO NULLA, A ME QUEsto lavoro piace proprio. Se non avessi fatto questo mestiere avrei fatto l’architetto. Ma ho sempre preferito la prima opzione, che era quella di lavorare qui». Parole di Pippo Cannillo, presidente e amministratore delegato di Maiora srl e Despar Centro Sud, che dimostra anche meno dei suoi 38 anni e che abbiamo voluto coinvolgere nel nostro focus sul passaggio generazionale. La Maiora è nata nel 2012 dalla fusione tra la Cannillo srl fondata da Franco Cannillo, padre di Pippo, e la Ipa Sud spa della famiglia Peschechera di Barletta. Fu proprio Franco (oggi 66enne) a volere il figlio, laureato alla Bocconi, a capo della nuova realtà imprenditoriale, che oggi fattura più di 800 milioni di euro, ha 92 punti vendita diretti, 5 cah&carry, 30 punti vendita concessi in fitto d’azienda, 91 somministrati, 283 in franchising, dando lavoro complessivamente a circa 2300 persone.
«Affinché ci sia un passaggio di testimone si devono creare le giuste condizioni da entrambe le parti: il padre deve dare spazio e i figli devono dimostrare di saperci fare».
E di figli in azienda ce ne sono due. Ileana, sorella di Pippo, si occupa della divisione cash&carry Alta Sfera, che nell’ul- timo anno ha registrato un incremento del 22%.
«Respiro quest’aria da sempre, da quando ero ragazzo frequentavo i magazzini, ed ho iniziato dal muletto. È stata una progressione naturale ed ho affiancato la progressione teorica a quella pratica. Perché solo così puoi davvero dire di conoscere la tua azienda. Mio padre mi ha sempre portato con sé anche agli incontri nazionali. Dunque non saprei dire se la mia presenza qui sia una causa o una conseguenza. Di certo è stata una cosa naturale».

Di chi si fida?

«Credo che dietro la fiducia si nasconda un altro limite del modo di fare impresa al Sud: si cercano persone di cui potersi fidare ma troppo spesso si mette la fiducia prima della capacità. Questo ė un approccio culturale, radicato nel nostro modo di fare impresa, che discende dalla nostra matrice agricola. Devo ammettere che in questi anni ho limitato nella crescita professionale alcuni miei collaboratori di estrema fiducia, ma che ritenevo inadeguati a seguire la crescita dell’azienda».

Dove sta andando Maiora?

«Sempre più verso il cliente. Le aziende che operano in questo settore sono nate alla fine degli anni ‘70 e negli anni ‘80, periodo in cui la distribuzione moderna era moderna in quanto ci si contrapponeva al bottegaio. E quindi era il consumatore che veniva da noi. Oggi che abbiamo un supermer- cato ogni 50metri, l’unico percorso possibile per garantirci la sopravvivenza è andare incontro al cliente, ascoltarlo, offrirgli qualcosa vicino alle sue attese».

Cosa vuole il cliente?

«Vicinanza al territorio, comodità, qualità, sicurezza alimentare. E noi cerchiamo di avere nei nostri punti vendita prodotti sicuri e di filiera corta, così possiamo incentivare una economia circolare».

Una storia di famiglia

C’’è una bella storia di famiglia dietro l’incredibile successo del brand Varvaglione, l’azienda di Cosimo Varvaglione che ha raggiunto i 4 milioni di bottiglie (nel 2013 erano un milione), fattura 18 milioni di euro e dà lavoro a 30 persone.
È la storia di “Mimmo”, certo, ma anche di sua moglie Maria Teresa Basile, da febbraio presidente del Movimento Turismo del Vino Puglia, e dei suoi figli Marzia “Marfi”, Angelo e Chicca. È la storia di un’azienda che ho visto crescere negli anni e che negli ultimi tre anni mi aveva impressionato per la straordinaria crescita, la qualità dei suoi vini, la bellezza delle etichette. Vini eccellenti, a prezzi incredibili. Ma non è di questo che qui parliamo. Ma del passaggio generazionale da padre (e madre) ai figli, ancora giovanissimi. Del coraggio di lasciare campo libero alle nuove leve. Per dire, nelle scorse settimane Varvaglione ha invitato 40 giornalisti a Borgo Egnazia. Poteva benissimo essere la star della giornata. E invece ha chiesto alla figlia più piccola, Chicca, 23 anni, studente di enologia a Udine, di condurre la degustazione dei vini.
E in azienda è sempre più dominante il ruolo di Marzia, la figlia più grande, 29 anni. Ed è con lei che abbiamo voluto dialogare per capire cosa c’è dietro questa bella storia pugliese e dietro il successo della cantina Varvaglione.
«Devo ammettere che ai clienti piace molto l’idea di un’azienda a carattere famigliare. Ma ovviamente la domanda ha una molteplicità di risposte. Siamo stati bravi ad identificare un nuovo target di consumatori, quelli più giovani, e a proporre loro un prodotto ad hoc, la linea 12,5. Una buona parte del merito della nostra crescita va ovviamente alla rete commerciale. E al fatto di essere riusciti a dare al mercato delle novità interessanti».

È stata “obbligata” ad entrare in azienda?

«No, assolutamente, sono sempre stata attirata da questo mondo. Tutto è iniziato perché, parlando bene l’inglese fin dall’età di 16 anni, facevo da traduttrice a mio padre. Ricordo che al Vinitaly 2007 mi dedicarono una gigantografia con la scritta Marfi. Al primo Vinitaly cui partecipai facevo il terzo superiore. Poi è arrivata la laurea triennale in economia aziendale, la specialistica in Svizzera in International management, e subito dopo, nel 2013, sono entrata in azienda stabilmente».

Con che mansioni?

«Mi ritrovai ad occuparmi di estero perché il direttore commerciale Fabio Cascione aveva deciso di partecipare al programma tv “The apprentice” e sarebbe mancato tre mesi. Ho avuto due mesi per capire dove fossi nel mondo, passavo giorni in cui piangevo disperata e giorni in cui ricevevo ordini incredibili. Fu l’anno in cui raggiungemmo il milione di bottiglie. A novembre rividi Fabio ad Hong Kong, gli restituii il computer ed il telefono, ma non ho più smesso di occuparmi del commerciale estero. Anche se mi sono dedicata anche all’immagine aziendale, al sito web, alle etichette».

Riesce ad avere una vita sociale?

«Sono felicemente fidanzata ed esco con gli amici non appena si presenta l’occasione. Anche se viaggio tanto, perché mi occupo di Usa, Brasile, Giappone, Australia, Russia e alcuni paesi europei. Con Fabio, che segue Asia, Canada e Messico, formiamo un bel team commerciale estero, mentre l’Italia è tutta nelle mani di Ernesto, il nostro valido direttore commerciale per il mercato interno».

Come è stato vissuto il suo ingresso in azienda?

«Mio padre ė un visionario in tutti i sensi. Riesce a guardare oltre, non si ferma al singolo risultato, ha una visione molto più ampia del mondo del vino. Per lui fare vino non significa solo imbottigliare, parla di ricerca e sviluppo con le Università, parla di foresteria per i propri dipendenti. E dunque, come può immaginare, non mi ha mai ostacolato, anzi. Lui non si stanca mai di ascoltare e di prendere spunti dai più giovani. Penso che la vera mente imprenditoriale sia proprio lì, nella visione per il futuro».

A cosa puntate?

«Vorremmo essere riconosciuti come l’eccellenza dell’enologia privata in Puglia».

Roba da poco!

«Sappiamo che si tratta di un obiettivo difficile da raggiunge- re, considerando il panorama pugliese, ma se facciamo riferi- mento al volume che muoviamo senza ancora essere presenti nella Gdo, possiamo già dire di essere la più grande azienda vinicola privata in Puglia, escludendo i grandi gruppi come Tormaresca/Antinori e Altemura/Zonin, ovviamente».

Perché non siete ancora nella Gdo? Ormai ci vanno tutti.

«Perché non siamo interessati scendere a compromessi. Nel momento in cui lo faremo, sarà alle nostre condizioni, con prezzi da enoteca e in store che valorizzano il vino. Le botti- glie sullo scaffale non rientrano nei nostri piani».

Forte come papà

Da panificio di provincia a grande player nazionale. Vito Forte ha fondato e fatto crescere un’azienda modello. Che ora è gestita dai figli Lucia, Daniele e Franco. Insieme al padre.

«È buono perché lo faccio io» è una frase che i pugliesi conoscono e sentono da anni. Ed è anche grazie alla veridictà di quello slogan pubblicitario e al bel volto verace e sincero di Vito Forte che la Oropan è cresciuta negli anni da piccolo panificio di provincia ad azienda che distribuisce pane e focacce in tutta Italia e finanche oltre i confini nazionali. Vito Forte, oggi 75enne, ci ha messo la faccia, la passione e soprattutto il cuore, ma i sacrifici e le ore di lavoro pagano sempre, e oggi la sua azienda ad Altamura dà lavoro a 135 persone, fattura 22 milioni di euro ed è presente in 19 Paesi. La soddisfazione più grande però, specie per un imprenditore del Sud, è vedere che al timone dell’impresa oggi ci sono, fieri e orgogliosi, anche i suoi tre figli: Lucia, Daniele e Franco.

«Malgrado le dimensioni siano cambiate, restiamo una impresa famigliare, perché il management è famigliare», spiega Lucia, la più grande (anche se sembra una ragazza), che oggi è il Direttore amministrativo e Marketing dell’azienda e lo fa con piglio manageriale credendo fermamente in tre valori: cultura, passione e applicazione. Ritiene che siano queste le tre formule carburante del primo motore imprenditoriale, l’impronta e il Dna che ognuno di noi porta con se. Afferma: «Le idee vengono concretizzate dagli uomini, sono gli uomini che organizzano i processi e li fanno funzionare, generando così la catena del valore. Uno dei fattori di successo competitivo dell’azienda è la ricerca e selezione costante di menti talentuose, costituiscono il capitale umano, che opportunamente motivati e continuamente formati, generano ricadute positive sul livello di managerialità». Lucia Forte è convinta che «se un’azienda d’eccellenza vuole mantenere nel tempo e stabilmente il primato di leader e icona di impresa virtuosa non può relegare la propria mission, la vision e la filosofia imprenditoriale ad un mero sistema in grado di generare quel numero sintetico che pubblicamente leggiamo all’ultimo rigo di quel prospetto chiamato conto economico. La vera ricchezza per noi, per la collettività, per il territorio per i nostri stakeholder è condividere valori per creare valore». Parole non recitate ma declamate con passione. «Poniamoci una domanda. Quali sono i valori fondamentali in grado di generare fiducia, affidabilità, consenso, sviluppo per l’impresa, per il territorio che l’accoglie e quindi per la collettività? Prima di tutto il valore delle persone, per noi sono “capitale umano”, la loro formazione continua è energia che mantiene vivo il loro valore e lo evolve con continuità e sistematicità secondo obiettivi definiti. A seguire uno dei capisaldi su cui si fonda la nostra filosofia aziendale: raggiungere in ogni progetto la massima soddisfazione per tutti gli stake-holder».

Quanto al passaggio di testimone, le idee sono chiare: «La storia non può prescindere dalla immagine del fondatore Vito Forte, che rappresenta la passione, l’esperienza, la dedizione». L’idea dello spot televisivo in cui il panettiere era il protagonista arrivò proprio perché si volevano comunicare gli elementi distintivi dell’azienda.