A Mola di Bari Bloodylicious recupera capi non più utilizzati per dare loro nuova vita.
Words Nicole Cascione
Esiste una sartoria a Mola di Bari, dove agli scarti tessili viene data nuova vita. Si chiama Bloodylicious, “sanguinoso” e “delizioso”, proprio come i rifiuti dell’industria tessile che trasformati dalle abili mani di Francesca, diventano deliziosi capi di abbigliamento e accessori alla moda, unici e originali. Una realtà che, in via Cesare Battisti, è nata grazie al bando Pin della Regione Puglia. Oggi Bloodylicious ha compiuto sette anni e continua a reinventarsi, grazie soprattutto all’impegno e alla creatività dei suoi fondatori: Francesca Elisabetta Ungolo, Nicola Recchia e il project manager Michele Lieggi.
Francesca, come nasce Bloodylicious?
Questo progetto è nato un po’ per caso. Nella mia “vita precedente”, mi occupavo di comunicazione e seguivo le campagne di Greenpeace. Nel 2010 l’organizzazione ambientalista diede vita alla campagna “Detox”, con la quale denunciava la presenza di sostanze nocive nei capi di abbigliamento. Sono una persona molto curiosa e così ho iniziato a fare diverse ricerche, scoprendo che il tessile rappresenta la seconda causa di inquinamento a livello mondiale, dopo la plastica. E allora mi sono chiesta perché non ci fosse un sistema di smaltimento come quello esistente per gli altri rifiuti. Ho iniziato a contattare le aziende del tessile per capire che fine facessero gli scarti e loro mi risposero che venivano gettati nell’indifferenziato.
A questo punto, cosa ha pensato di fare?
Ho fondato Bloodylicious, dedicandomi inizialmente alla realizzazione di immagini da stampare sui capi di abbigliamento, ma ero consapevole che non c’era nulla di innovativo in quello che facevo. E così iniziai a prendere degli scarti di tessuto, presenti nel laboratorio di una sarta, amica di famiglia, e cucii il logo bloodylicious su una t-shirt che poi venne indossata da un ragazzo. Qualche tempo dopo, un amico di questo ragazzo venne da me perché voleva la stessa t-shirt e gli risposi che non avrebbe potuta averla uguale, con gli stessi tessuti. A quel punto ebbi l’illuminazione: creare una serie di toppe da applicare però su texture diverse. In questo modo, a tutti coloro che entrano nella mia sartoria, spiego cosa significa scarto tessile, qual è l’impatto sull’ambiente e soprattutto parlo loro di limitatezza delle risorse, un concetto che oggi poco comprendono appieno.
Qual è stata la risposta della cittadinanza inizialmente?
La gente inizialmente era un po’ destabilizzata dalle mie risposte. Il fatto di non poter avere la stessa t-shirt era qualcosa che non tutti riuscivano a comprendere. Siamo stati i primi ad offrire la personalizzazione dei prodotti. Tutti i clienti che vengono da me con una loro idea, me la espongono e poi nel mio laboratorio do vita al progetto sartoriale, creando così prodotti originali e personalizzati, utilizzando soprattutto le toppe. Un elemento, questo, che nell’immaginario collettivo viene associato a qualcosa da utilizzare per riparare qualcos’altro che altrimenti andrebbe buttato via. Con il nostro lavoro abbiamo quindi dato nuovo valore anche a questo elemento: recuperare per creare qualcosa di originale e unico.
In che modo recuperare gli scarti tessili?
I tessuti li recuperiamo dalle aziende che lavorano nel tessile; abbiamo infatti firmato una serie di accordi inizialmente solo con aziende pugliesi, oggi anche con altre realtà su tutto il territorio nazionale: loro si impegnano a donarci gli scarti, non producendo quindi rifiuto tessile, e noi ci impegniamo a recuperare quello che ci inviano, reimmettendolo sul mercato.
Quali sono i progetti a cui state lavorando attualmente?
Siamo una realtà in continua evoluzione. Siamo partiti da cose semplici, come toppe con barchette e fichi d’india. Nel tempo però abbiamo iniziato a realizzare soggetti più complessi e strutturati, non solo su t-shirt, ma anche su accessori, come borse e pochette. Ci siamo reinventati anche perché spesso tra gli scarti tessili c’erano tessuti pesanti, come broccati, che non avremmo potuto utilizzare nell’abbigliamento. Adesso, invece, mi sto dedicando a qualcosa di nuovo. Ho recuperato una vecchia giacca degli anni ’90 della Marlboro e, attraverso la tecnica del patchwork, sto modificando le maniche e la parte anteriore. Quindi, sulla base di questo esperimento, vorrei lanciare una nuova linea di abbigliamento di capi già esistenti ma reinventati e customizzati, con illustrazioni e toppe. Uno dei più grandi problemi del fast fashion è proprio questo: acquistare di frequente, usare pochissimo e gettare via. Attraverso questa nuova linea vorrei limitare questo fenomeno.












Comments