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Il Magazine per chi è Orgoglioso di essere, o sentirsi, Pugliese

ASSUNTA OLTRE IL MURO

La De Cillis, direttore generale della Cantine Due Palme, racconta come la cooperativa fondata da Angelo Maci è passata in 18 anni da zero a quasi 14 milioni di bottiglie. E ricorda soddisfazioni, sfide e critiche.   Conosco Assunta De Cillis da un bel po’ di anni, ma la nostra conoscenza è sempre stata superficiale, mai andati oltre la corteccia e le pure formalità del rapporto giornalista-manager. Ho sempre pensato però che non fosse solo la “moglie del capo”, bella e determinata. Che insomma non si trovasse lì per caso, o per amore, ma che avesse un ruolo importante, forse fondamentale nella incredibile crescita delle Cantine Due Palme, la cooperativa fondata da Angelo Maci, enologo-presidente di un’azienda che nel 2017 ha fatturato 30 milioni di euro e sfornato 12 milioni di bottiglie, dando lavoro ad 80 persone (120 in tempo di vendemmia). Questa intervista è servita ad oltrepassare il muro del formalismo e svela il lato umano dell’avvocato De Cillis, direttore generale della cantina. Un lato che in pochi conoscono, perché quando si diventa grandi nei numeri, per forza di cose sei portato (o portata), anche involontariamente, a distaccarti da tutto ciò che ruota intorno a te.  
Quando è iniziata la sua avventura imprenditoriale accanto ad Angelo Maci? «Mi chiese di entrare in azienda nel ’96. All’epoca non esisteva nulla di tutto ciò che vedete qui oggi. La cooperativa fatturava 500 milioni di lire, tutte derivanti dalla vendita di vino sfuso. C’erano solo due dipendenti. Siamo cresciuti ogni anno. Nel 2000 abbiamo raggiunto il miliardo di lire e comprammo un impianto di imbottigliamento rudimentale da una cantina che aveva chiuso.Oggi da qui escono 65.000 bottiglie al giorno».  
Come siete cresciuti? «Grazie al passaggio alla bottiglia, alle fiere. La prima in assoluto fu il Vinisud a Montpellier, dove conoscemmo il nostro primo importatore olandese. Oggi lui è diventato una potenza. Ma anche noi qualche passo avanti lo abbiamo fatto. E poi iniziai a partecipare a tutti i concorsi, era un modo per far parlare di noi. Ma non era facile, perché noi eravamo una cooperativa e dunque ci vedevano come quelli che producevano vino di bassa qualità. E la concorrenza era quella dei Taurino, dei Candido, dei Leone De Castris, insomma i grandi nomi della storia enologica pugliese».   Oggi non si fa più caso al fatto che siete una cooperativa. «Perché abbiamo ragionato e lavorato con spirito imprenditoria- le. Abbiamo trasformato l’handicap in risorsa. Abbiamo messo insieme i piccoli agricoltori, li abbiamo aiutati fornendo loro le attrezzature o la tecnologia che non avevamo. Angelo li seguiva in campagna, incentivandoli a dare sempre il meglio. Abbiamo fatto leva sullo spirito mutualistico. Non è un caso se oggi con- tiamo mille soci».   Trovo bellissima la frase su uno dei vostri manifesti pubblicitari con l’onnipresente presidente: “Abbiamo ridato dignità ad un territorio”. «Poteva apparire un messaggio presuntuoso, ma il messaggio era questo: siamo sempre stati un territorio vocato alla viticoltura ma ce ne stavamo dimenticando. I giovani, e anche molti anziani, abbandonavano le campagne, il fotovoltaico sostituiva i vigneti. Noi abbiamo contribuito ad incentivare la prosecuzione di queste tradizioni. E oggi siamo orgogliosi di avere tanti ragazzi che han- no acquistato terreni e stanno impiantando nuovi vigneti».   Come è partito il 2018?
«Alla grande. Siamo già a 7 milioni di bottiglie, ben 2 milioni 300 mila in più rispetto al 2017. Se continua così dovremmo arrivare a 14 milioni di bottiglie». Dove state crescendo? «All’estero la crescita è continua. Abbiamo iniziato ad esportare anche in Vietnam e abbiamo numeri crescenti in Giappone. In Italia cresciamo molto nella Gdo con etichette private. E continuiamo a ridurre sempre più la vendita di vino sfuso».   Angelo Maci è sempre in prima linea, non solo nelle pubblicità aziendali. Lei invece sempre un passo indietro. Perché? «Non amo espormi, e poi credo che sia giusto che ad apparire sia il presidente e fondatore della cooperativa».   Che rapporto avete? «Ha sempre creduto in me e mi ha sempre dato ampia libertà. Non mi impone mai una strategia diversa dalla mia. Ed è così che ho potuto dimostrare ciò che sapevo fare. E mi creda, all’inizio nemmeno io sapevo cosa potevo fare».   Una donna in un mondo di uomini. Immaginiamo che i primi anni siano stati durissimi.
«Sì, è stato complicato. Ero giovane e bella, ero la compagna del presidente. Era naturale che mi si guardasse con sospetto, almeno qui. All’estero invece c’erano già tante donne a lavorare in questo settore, e dunque era più facile. Anche se pure lì ho fatto una gavetta dura, soprattutto in mercati difficile come la Gran Bretagna e il Canada».   Come ha vinto i dubbi degli uomini? «Ho fatto dimenticare di essere una donna, dando precedenza al ruolo che avevo in azienda. Mi sono messa alla pari con chi avevo accanto. A tre anni dal mio arrivo, durante un’assemblea dei soci, un socio si alzò e chiese scusa per non aver creduto in me, facendomi i complimenti per ciò ste stavamo facendo. Fu un gesto coraggioso da parte sua e un momento indimenticabile per me».   Siete ammirati ma anche invidiati. Vi fanno male le critiche e le insinuazioni? «Io apprezzo l’operato di tutti e vorrei che gli altri facessero altrettanto. Una delle piaghe della nostra realtà è che non riusciamo a comprendere che siamo o potremmo essere un territorio importante al pari di Montalcino o Bolgheri. Se nel mondo si parla di Salento, di Primitivo, di Negroamaro si parla di tutti noi, di un intero territorio, non di Maci o di Due Palme o di qualsiasi altra azienda».   La sua soddisfazione più grande? «Vedere quanto e come siamo cresciuti in 20 anni. Quante persone oggi lavorano qui, quanto ci credono. E mi emoziono ogni volta che ci mandano foto delle nostre bottiglie nei ristoranti o nei negozi di tutto il mondo. E infine sono soddisfatta perché ho mantenuto la promessa fatta al presidente. Nel 2000, quando nacque il Selvarossa e scelsi questo nome all’alternativa che era “Magnifico 2000”, dissi ad Angelo: ti prometto che diventerà uno dei vini più famosi, al pari del Patriglione. E in effetti è tutt’ora tra i più conosciuti e richiesti».   Immagino che sia anche il suo vino preferito? «Dal punto di vista affettivo si. Come vino preferisco il 1943, dedicato al presidente. È un blend di Primitivo e Aglianico. Un vino di grande qualità e personalità».